Iraq, verso la riconquista di Mosul


Chiara Cruciati - il Manifesto


Si festeggia, nel capoluogo dell’Anbar, per la vittoria dell’esercito di Baghdad. E si pensa a sicurezza, ricostruzione, ritorno degli sfollati e pacificazione interna.


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Iraqi soldiers and Shiite fighters from the popular committees hold a post as they fire towards Islamic State (IS) group positions in the Garma district of Anbar province west of the Iraqi capital Baghdad, on May 19, 2015.  Iraq's army and allied paramilitary forces massed around Anbar's provincial capital Ramadi, looking for swift action to recapture the city from the Islamic State group before it builds up defences. AFP PHOTO / AHMAD AL-RUBAYE         (Photo credit should read AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images)

 

Il tricolore iracheno sventola su Ramadi, capoluogo dell’Anbar. Sopra la sede del governo due soldati appoggiano la bandiera tra i serbatoi, in strada le truppe ballano con i fucili in mano. Restano esigue sacche di islamisti nei quartieri est, gli scontri continuano nel 30% della città ma lo Stato Islamico sta scappando, una fuga opposta a quella di maggio quando a dileguarsi furono le truppe di Baghdad. Sette mesi dopo la città sunnita è quasi libera ma in macerie.

I raid occidentali hanno permesso ai soldati iracheni – sostenuti per la prima volta da unità sunnite volontarie – di entrare a Ramadi: «Sì, la città è liberata – annunciava ieri con un po’ di fretta il generale Rasool – Un nuovo capitolo della storia di questo paese».

È probabile che sia così: il governo è riuscito dove aveva fallito a Tikrit. Accanto ai soldati governativi c’erano combattenti sunniti, organizzati dalle tribù, e non le milizie sciite che avevano guidato la riconquista della città natale di Saddam Hussein per poi macchiarsi di odiosi abusi contro i civili. Resta da vedere se il futuro della provincia (teatro del malcontento sunnita verso il governo sciita) seguirà il percorso tracciato dall’azione militare.

Per ora si festeggia, a Ramadi come a Baghdad, Karbala, Bassora. E si pensa alla messa in sicurezza: il premier al-Abadi fa sapere che ad occuparsi della difesa futura e della rimozione di ordigni inesplosi saranno la polizia locale e le tribù. Ramadi è strategica: a 100 km ad ovest di Baghdad e a 50 da Fallujah, taglierà le vie di rifornimento dell’Isis verso la seconda città della provincia e impedirà l’avanzata verso la capitale. Ma soprattutto aprirà alla vera battaglia, Mosul. Il governo lo ha già annunciato: prossimo obiettivo è la seconda città irachena. Che richiederà uno sforzo maggiore: a Ramadi sono stati dispiegati decine di migliaia di soldati, a Mosul ce ne vorranno molti di più.

Ma soprattutto – è il proposito di Baghdad – alla vittoria militare si dovrà accompagnare la ricostruzione, il ritorno degli sfollati e la pacificazione interna: l’avanzamento dell’Isis non è figlio solo della macchina da guerra di al-Baghdadi, ma anche della rete locale creata in Iraq. Una rete composta da ex baathisti, membri dell’establishment politico di Saddam, tribù locali che hanno visto nell’Isis il mezzo per scardinare l’odiata autorità sciita post-raìs.

Siria, evacuata Zabadani

In Siria l’exit strategy dalla crisi passa per gli accordi locali tra governo e opposizioni, in attesa del negoziato viennese sponsorizzato da Casa Bianca e Cremlino. Dopo il successo di Homs e il fallimento di Yarmouk, ieri è stato implementato quello siglato a settembre per Zabadani, al confine con il Libano. Centinaia di miliziani feriti (membri di al-Nusra, Ahrar al-Sham e Esercito Libero) hanno lasciato la città, da mesi circondata da truppe siriane e Hezbollah. A bordo di bus e ambulanze organizzate dall’Onu hanno raggiunto il Libano dove voleranno in esilio in Turchia.

Simile scenario, ma all’opposto, nei due villaggi sciiti di Kafraya e Fuaa, nella provincia di Idlib, dove centinaia di famiglie vivono sotto l’assedio di al-Nusra. Ad andarsene sono 330 civili sciiti: dalla Turchia torneranno in Siria in zone controllate dal governo. Spostamenti di popolazione che fanno storcere il naso a molti osservatori, già preoccupati dai cambiamenti demografici subiti dal paese.

Gli accordi locali sono ad oggi i più efficaci strumenti per porre fine agli scontri armati, seppure la pace non regni ancora nelle zone interessate: ieri ad Homs 32 persone sono morte in un doppio attentato.

Fonte: http://nena-news.it

29 dicembre 2015

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