Ucraina: tutti gli errori dell’Europa


L'Espresso


Putin e Poroshenko hanno annunciato il cessate il fuoco, ma la gestione della crisi ha messo in luce tutte le lacune europee in politica estera. E tanti elementi diplomatici e geopolitici ricordano il primo conflitto mondiale.


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Nel centesimo anniversario dello scoppio della Grande Guerra può la crisi ucraina innescare un altro conflitto maggiore? Probabilmente no, perché non esistono più imperi. Ma il comportamento dei vari stati ricorda da vicino quello del 1914: «sonnambuli» che vanno incontro al disastro, li ha definiti recentemente lo storico inglese Christopher Clark. Per tre motivi abbastanza legati tra loro.


Il primo è che l’Europa non sa fare le paci. O meglio le sa fare solo guardando all’interesse dei vincitori e umiliando senza riguardi gli sconfitti. Facemmo così nel 1918 e sommergendo la Germania sotto una montagna di debiti (le riparazioni di guerra) preparammo l’avvento di Hitler. Lo rifacemmo nel 1945 ma per fortuna (?) la guerra fredda ci risparmiò un altro Hitler, lasciandoci però in cambio muri di Berlino ed euromissili. L’abbiamo rifatto – perseverare diabolicum – nel 1989 quando quel muro e l’Unione Sovietica crollarono di schianto.

Avevamo promesso a Gorbacëv di non allargare la Nato a est e di facilitare la costruzione di una casa comune europea che per la prima volta nella storia includesse anche la Russia. Ma passata la festa (cioè fatto fuori Gorbacëv) gabbato lo santo. E via con l’allargamento della vecchia Nato fino all’Ucraina. L’Europa avrebbe dovuto battere un colpo e dire: se non esiste più l’Unione Sovietica nemmeno la Nato ha più bisogno di esistere e possiamo ripensare un’alleanza militare più ampia. Non lo fece (ennesimo colpo non battuto della sua breve esistenza) e lasciò fare a Bush padre. Con tanti saluti al semplice buon senso. Se oggi Putin si risente, la colpa è anche nostra.

Il secondo punto riguarda proprio il neo-zar ex comunista che siede al Cremlino. Il motivo più semplice e profondo del consenso plebiscitario che riscuote in patria risiede nel fatto che ha incarnato la riscossa dello stato dopo la sua svendita agli oligarchi nel periodo Eltsin. Purtroppo nella coscienza civica dei russi – che la democrazia la conoscono solo da vent’anni e in forme, per così dire, un po’ anomale – questo orgoglio vale molto (ma molto) di più di qualsiasi considerazione in tema di diritti e libertà di stampa.

In questa prevalenza del nazionalismo sulla democrazia, la Russia è tutt’altro che sola. Dopo qualche travagliata incertezza, la fine del comunismo ha generato democrazie più o meno efficienti in tutto l’est europeo (sottolineo la parola europeo). Invece in ciascuna delle repubbliche ex-sovietiche ed extra-europee, dal Kazakhstan all’Ucraina, alla Bielorussia, la democrazia si è vista e si vede molto poco.

Ha un bel gridare Bernard Henry Levy che Porozhenko (l’attuale leader ucraino) rappresenta la civiltà dell’Europa contro l’orso-orco russo. Non è così. Tutte le agenzie internazionali che monitorano la democrazia nel mondo considerano l’Ucraina un paese non libero, tali e tanti sono i deficit che minano la sua vita pubblica: dal peso degli interessi economici organizzati nella vita politica, alla debole autonomia della magistratura e della stampa, alla gracile vita interna dei partiti, alla stessa insicurezza quotidiana dei privati cittadini.

Tra Berlino (o Varsavia o anche Sofia) da una parte e Mosca dall’altra, Kiev somiglia molto di più alla seconda. E Putin lo sa bene. Come si è dimostrato anche sull’altra sponda del Mediterraneo, non basta qualche coraggiosa manifestazione di piazza e qualche avvenente leader per instaurare una democrazia e soprattutto farla funzionare davvero. Se non funziona la democrazia, a Kiev e a Mosca non rimane che il vecchio collaudato nazionalismo.

Ed eccoci ai sonnambuli: che senza ragionare prendono d’istinto una strada e poi non ne sanno più uscire, fino alla catastrofe. Per Porozhenko e Putin rinunciare all’opzione militare significa perdere la faccia e quindi morire politicamente. Non possono tornare indietro. Qualcun altro – per l’ennesima volta, Europa se ci sei batti un colpo – deve immaginare un’onorevole via d’uscita dal vicolo cieco per entrambi. Che deve di necessità comprendere (ecco il terzo dettaglio che ci riporta dritti dritti al 1914) uno sbocco nel Mar Nero per la Russia, vecchia ossessione di quel vecchio paese. Il che implica uno smembramento significativo dell’Ucraina, paese – come tanti altri, per carità – dalle incerte radici e linee di confine storiche, linguistiche, etniche.

L’Europa non ha giustamente il coraggio di mettersi in tale ordine di idee: che significherebbe dare completa ragione al prepotente di turno. E si muove con l’arma delle sanzioni economiche. Un’arma un po’ spuntata quando il sanzionato non è il Sudafrica (che esportava solo diamanti, di cui si può fare a meno) ma una grande potenza esportatrice di gas (di cui non si può fare a meno). Che oltretutto ha un’altra arma a disposizione: un blocco non solo economico ma anche territoriale con la Cina ed eventualmente con il resto dell’Asia. Un po’ come quando c’era ancora il comunismo e Mao non aveva litigato con Stalin.

Oltre a questi assi nella manica Putin ha un’idea ben precisa: non esiste nessuno in Europa che abbia voglia di fare una guerra. A differenza (almeno lui lo pensa) dei suoi cittadini. Vuol dire che l’orso-orco russo ha già vinto? No, per una ragione di cui nessuno parla ma che pesa come un macigno. Il rublo non vale niente nei mercati internazionali. Tutte le transazioni si svolgono in monete diverse e la Cina ha comprato metà del debito pubblico statunitense: del rublo non sa cosa farsene.

Le vere sanzioni che dovrebbero essere inflitte alla Russia sono finanziarie. Ma, stateci attenti, banche e banchieri fanno (e faranno) di tutto per non far emergere questo particolare: per loro molto sgradito e pericoloso, stante il possibile effetto negativo di scontentare questi nuovi ricchi russi che hanno da poco rimpolpato i forzieri europei ed americani. Ma finché traccheggiamo con armi spuntate, l’esercito mascherato di Putin continuerà ad avanzare sul terreno. Sonnambuli, appunto.

 

Fonte: http://espresso.repubblica.it

3 settembre 2014

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