Turchia, un golpe lungo un anno


Avvenire


Celebrazioni in tutto il Paese e momenti di preghiera nelle principali città. Migliaia a Istanbul alla Marcia per l’unità nazionale


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Più che la commemorazione di un golpe fallito, è sembrato il tentativo del presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, di dichiararsi il padrone assoluto della nazione. Tanto più che il primo anniversario del colpo di stato dello scorso 15 luglio arriva a pochi giorni dal tentativo dell’opposizione di riconquistare uno spazio sulla scena politica nazionale. Una intera giornata e una nottata di commemorazione e di auto celebrazione per il Capo dello Stato, che aveva in programma fitto di apparizioni fra Istanbul e Ankara fino alle 4 di questa mattina e dove la componente religiosa ha avuto un ruolo fondamentale. Versetti del Corano e preghiere sono stati intonati più volte, in contemporanea in tutta la nazione, mentre il presidente inaugurava i monumenti che ricordano i 250 civili morti quella notte, chiamati «martiri». E si è rivolto alla folla oceanica che si è radunata nella zona circostante il primo ponte sul Bosforo.

Non si è trattato di un luogo scelto a caso, visto che, quella tragica notte, fu uno dei primi posti a essere bloccato dai carri armati dei golpisti. Il presidente ha voluto andare anche a Istanbul per non far mancare la sua presenza alla Milli Birlik Yuruyusu, la Marcia per l’Unità Nazionale dove si sono radunate centinaia di migliaia di persone. Una iniziativa contrapposta a quella per la Giustizia organizzata dall’opposizione domenica scorsa e che ha raccolto un grande, inaspettato successo. Un modo per affermare che, in politica e sulla piazza, vince ancora lui.

Alle 2 passate, l’ora in cui Erdogan subì il bombardamento, è previsto un suo discorso al Parlamento, ma anche in questo caso non sono mancate polemiche al vetriolo e cambi di programma. Il discorso del leader dell’opposizione, Kemal Kilicdaroglu, è stato cancellato e per questo ha annunciato che avrebbe disertato la commemorazione in Parlamento.

Segno che l’opposizione è determinata ad andare avanti. Il presidente Erdogan nei giorni scorsi ha dichiarato che la reazione della gente, quella notte, fu una vera e propria affermazione della democrazia contro il rischio di colpo di Stato da parte di Fethullah Gülen. L’ex imam, in auto esilio negli Stati Uniti e così potente da essere a capo di una fazione della destra islamica turca contrapposta proprio a quella del capo di Stato, per un certo periodo è stato alleato di Erdogan contro le fazioni più laiche degli apparati statali, ma da eminenza grigia della Turchia moderna è passato a essere considerato da tutti il nemico numero uno del Paese, mandante persino del colpo di Stato dello scorso anno. Eppure, proprio Gülen, due giorni fa, è tornato a fare sentire la sua voce, condannando il golpe, ma anche la «caccia alle streghe» messa in atto da Erdogan contro i suoi presunti seguaci e che ha portato all’incarcerazione e al licenziamento di decine di migliaia di persone.

Il capo di Stato ha ribattuto che le purghe andranno avanti finché non saranno debellati tutti i nemici della nazione e, visto quello che è successo, vi è da credergli. Non è passata settimana che in Turchia non sia arrivata la notizia di qualche incarcerazione, incriminazione, licenziamento, chiusura di scuole, giornali e imprese. Tutti con l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica, tutti presunti membri di Feto, il network attraverso il quale Gülen controllava il Paese.

Fino a questi giorni in cui si è data grande enfasi a questa commemorazione. Le principali città turche sono state ricoperte da manifesti in cui si raccontava il 15 Temmus Destani, l’epica del 15 luglio. Ieri a Istanbul i mezzi pubblici sono stati gratuiti tutto il giorno, anche per permettere ai militanti dell’Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo che guida il Paese dal 2002. Nelle fermate della metropolitana e dei mezzi di superficie sono stati trasmessi tutto il tempo canti nazionalisti, dove si parla di sacrificio alla patria.
La marcia della Giustizia di domenica scorsa è un ricordo lontano, o almeno così deve sembrare. Quella di ieri è apparsa come l’incoronazione ufficiale di Recep Tayyip Erdogan a padrone assoluto della Turchia per acclamazione popolare, o almeno, per quella parte, non irrilevante di elettorato, sempre più conservatore e radicalizzato, per il quale il capo dello Stato è ormai diventato una guida spirituale e che si identifica nel suo progetto di una Turchia sempre più forte, anche nell’area internazionale. Una minoranza si chiede se lo strapotere di Erdogan sia davvero incontrastabile, la stessa che è sempre più preoccupata per il futuro.

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