Siria. Onu: “Rapporti stretti tra Israele e ribelli”


Chiara Cruciati - il Manifesto


Secondo le Nazioni Unite, da tempo il governo israeliano sostiene ufficiosamente le opposizioni moderate. Tensione alle stelle in Libano: uomini armati attaccano un campo profughi siriano.


CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterEmail to someoneGoogle+
WCENTER 0XNFAEHLEJ                epa03686922 (FILE) A file picture dated 27 December 2012 shows an F-15I tactical fighter jet taking off during a graduation ceremony of new Israeli Air Force pilots at the Hatzerim Air Force base outside Beersheva in southern Israel. According to media reports on 04 May 2013, the US government believes Israel has conducted an airstrike inside Syria, two unnamed officials were reported as saying late 03 May. Israeli military aircraft, as in previous strikes against Syria, reportedly fired missiles from outside Syrian airspace against targets on Syrian soil.  EPA/OLIVER WEIKEN

 

Oltre 18 mesi di stretta collaborazione tra opposizioni siriane e Israele. A dirlo non sono più solo i detrattori dei cosiddetti ribelli o analisti mediorientali, ma le Nazioni Unite. Secondo un rapporto dell’Onu, il governo di Tel Aviv ha aiutato le opposizioni al presidente siriano Assad nella cura dei feriti nei propri ospedali, fornendo assistenza umanitaria ad oltre mille siriani attraverso un canale di comunicazioni aperto con il sud del paese.

Nel rapporto, presentato al Consiglio di Sicurezza, si indicano casi in cui le forze dell’Undof (presente nella zona cuscinetto dal 1974, l’anno successivo alla guerra dello Yom Kippur) hanno visto soldati dell’esercito israeliano permettere il passaggio dentro il proprio territorio di decine di siriani (alcuni dei quali ribelli) e discutere al confine con membri delle opposizioni nella cosiddetta Posizione 85, a una ventina di km da Quneitra. La Posizione 85, secondo l’Onu, sarebbe usata come passaggio per i feriti siriani. Dallo scorso anno, oltre 70 siriani sono stati ufficialmente curati in ospedali israeliani, ma il governo ha sempre rifiutato di indicarne l’identità. Ma sarebbero molti di più: secondo dati ufficiosi, almeno 398 persone sarebbe state ricoverate in Israele.

Non solo: secondo il rapporto a giugno, in almeno un occasione, l’Undof ha visto le truppe di Tel Aviv “consegnare due scatole a membri armati delle opposizioni”.

Al rapporto è seguita, poche ore dopo, l’accusa da parte di Damasco secondo il quale Israele avrebbe compiuto due bombardamenti contro l’aeroporto della capitale siriana e contro la città di Dimas, al confine con il  Libano. Non sarebbe la prima volta: negli anni appena trascorsi l’aviazione di Tel Aviv ha lanciato raid in territorio siriano, ufficialmente contro convogli di armi e miliziani inviati da Hezbollah a Damasco.

Secondo le autorità siriane, i due raid hanno provocato danni alle infrastrutture, ma nessuna vittima: “La diretta aggressione israeliana è stata compiuta per aiutare i terroristi in Siria, dopo che le nostre truppe hanno ottenuto importanti vittorie a Deir Ezzor e Aleppo”, ha commentato il portavoce dell’esercito. Poche ore più tardi, il Ministero degli Esteri ha chiesto al segretario generale Onu Ban Ki-moon di imporre sanzioni a Tel Aviv “per crimini contro la sovranità della Siria”.

Tel Aviv non commenta, ma che i vertici politici israeliani siano da tempo impegnati in una campagna ufficiosa anti-Assad sembra ormai palese: i servizi segreti israeliani hanno contatti con i ribelli per ottenere informazioni sul terreno e controllare meglio il confine nord con la Siria e il Golan occupato. Ad agosto il Fronte al-Nusra, gruppo jihadista ora vicino all’Isis ha assunto il controllo del valico di Quneitra, strappandolo all’esercito siriano, il punto più vicino al confine con Israele. Così si è garantito il controllo, insieme ad altri gruppi, dell’80% del lato siriano delle Alture del Golan.

Ad ottobre in un articolo pubblicato sul Washington Institute for Near East Policy, l’analista israeliano Ehud Yaari parlava degli stretti legami tra Tel Aviv e gruppi siriani moderati anti-Damasco. Secondo Yaari, “siccome la regione ha campi di addestramento e un numero consistente di combattenti non islamisti e gruppi tribali armati nell’area del Lajaa, sarebbe necessario per Tel Aviv unire le sue forze militari a quelle statunitensi e giordane così da trasformare la zona in una base territoriale per addestrare i ribelli moderati”.

A ciò si aggiungono dichiarazioni di alti esponenti delle opposizioni moderate siriane, come Kamal al-Labwani, fondatore della Coalizione Nazionale, che più volte ha offerto a Israele il Golan occupato in cambio di sostegno contro Assad. Ovvero, la rinuncia a chiedere indietro i territori siriani occupati da Tel Aviv nel 1967 se Israele lavorerà attivamente al rovesciamento del presidente. Per questa ragione, secondo Yaari, né i gruppi islamisti né quelli moderati hanno mai attaccato postazioni israeliane, una sorta di “tregua non dichiarata”, frutto dell’interesse comune: la testa di Assad.

Sale la tensione in Libano 

Dopo l’uccisione di un soldato prigioniero del Fronte al-Nusra, Ali Bazzal, come vendetta per l’arresto da parte delle autorità libanesi della moglie di uno dei leader dell’Isis ash-Shistani e dell’ex moglie e la figlia del “califfo” al-Baghdadi, le tensioni che da tempo infiammano il confine tra Siria e Libano, con i settarismi siriani che hanno contagiato le comunità sunnite e sciite libanesi, stanno esplodendo.

Ieri un gruppo di uomini armati libanesi hanno dato fuoco ad alcune tende di un campo profughi a nord, a Ras Baalbek, dove sono ospitati rifugiati siriani, ferendone due. Poco dopo un altro gruppo armato uccideva a colpi di arma da fuoco un bambino siriano a Mashaa. La rabbia verso i profughi è la conseguenza delle divisioni etniche interne: oltre ai gruppi di opposizione siriani, anche molti civili sunniti accusano il governo di Beirut di sostenere indirettamente Bashar al-Assad, insieme al movimento Hezbollah. Per questo spesso target degli attacchi, sia dal confine siriano che dall’interno, sono le truppe libanesi.

Alle divisioni interne, si aggiunge la decisione del Qatar di abbandonare il ruolo di mediatore nella crisi degli ostaggi, dopo la morte di Bazzal. Il Ministero degli Esteri del Qatar ha pubblicato una dichiarazione nel quale ammette il fallimento e lascia il tavolo del negoziato.

Fonte: http://nena-news.it

8 dicembre 2014

 

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterEmail to someoneGoogle+

Lascia un commento