Lotta alla povertà, corruzione, diplomazia. Tutti i fallimenti del pasdaran Ahmadinejad


Mahan Abedin


Oltre a mostrare i muscoli all’Occidente, il presidente non ha mantenuto le sue promesse e ha isolato l’Iran dal resto del mondo.


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Lotta alla povertà, corruzione, diplomazia. Tutti i fallimenti del pasdaran Ahmadinejad

Ahmadinejad non è solo il presidente più controverso che l’Iran abbia mai avuto, ma è anche quello che ha più clamorosamente fallito. Nel 2005 aveva incentrato la campagna elettorale su tre temi: è stato un campione della causa dei poveri, ha promesso di lottare contro la corruzione migliorando la macchina governativa e ha giurato di cancellare le “concessioni” diplomatiche della presidenza Khatami. Certo, il suo governo ha preso diversi provvedimenti per tamponare i danni della liberalizzazione economica avvenuta negli anni della presidenza di Hachemi Rafsandjani (1989-1997) che aveva colpito duramente le classi povere. Ma è stata una politica che nella sua globalità ha malmenato le classi medie iraniane, danneggiando comunque l’economia del paese. Il tasso d’inflazione è ufficialmente al 25%, in realtà è molto più elevato. Negli ultimi quattro anni la volubilità dei prezzi dei prodotti di prima necessità è stata senza precedenti.
Una bocciatura completa in economia dovuta in parte allo stile del presidente Ahmadinejad; spacconeria pubblica, populismo sfrenato e un disprezzo per qualsiasi protocollo. Il suo comportamento durante le numerose visite compiute in provincia è un ottimo esempio di questo stile. Ahmadinejad non smette mai di promettere ricchezza e prosperità alla popolazione senza mai consultare i rappresentanti locali o i suoi stessi ministri. Diversi rapporti pubblicati in questi anni indicano che durante queste visite lo staff presidenziale distribuisce banconote direttamente nelle mani della gente.
Anche la lotta alla corruzione annunciata in pompa magna durante la campagna è stata della pura gesticolazione. Il licenziamento di alcuni manager (in particolare nel settore bancario e finanziario) non è servito a molto. Peggio ancora Ahmadinejad si è mostrato incapace di individuare gli epicentri della corruzione, nella fattispecie i circoletti chiusi del clero sciita e i loro tentacoli nel bazar dell’economia.
Il presidente ha tuttavia marcato alcuni punti in politica estera, dimostrando una “presenza” maggiore del suo predecessore e che oggi può spendere con la sua base elettorale. Ha indurito i toni con l’Occidente nel momento in cui l’Iran aveva bisogno di un’immagine forte per dissuadere gli Usa ad attaccarlo militarmente. Ma questa piccola vittoria è controbilanciata da una successione di errori e fallimenti. Quando i regimi arabi si sono allarmati per l’influenza iraniana in Iraq e dell’implicazione di Teheran nell’arena palestinese si sarebbe dovuto fare di più per placare i loro timori, impedendo così a Stati Uniti e Israele di seminare zizzania in Medio Oriente. Il personaggio Ahmadinejad con le sue dichiarazioni sconsiderate dai pulpiti dei vertici internazionali ha invece compromesso in modo grave il prestigio dell’Iran. Sulla scena mondiale ormai è considerato come uno squilibrato. Il suo stile è in tal senso agli antipodi della moralità che ci si aspetterebbe da un dirigente della Repubblica islamica.
Così il candidato riformista Mir Hossein ha delle buone possibilità di diventare il settimo presidente dell’Iran. Ma se verrà eletto sarà più a causa dell’antipatia e della sfiducia che trasmette Ahmadinejad piuttosto che per la sua campagna elettorale. Rispetto ad Ahmadinejad (il tipico animale politico abile ed energico durante la campagna elettorale), Moussavi è dotato di una flemma e di una saggezza naturale, mentre dalle sue interviste traspare una profonda comprensione dei problemi dell’Iran. E’ un riflessivo e un moderato in tutti i campi della politica, il che lo rende più adeguato ad esercitare la funzione di presidente. Se Ahmadinejad rimane ancora il favorito della Guida suprema della Rivoluzione Alì Khamenei, l’ayatollah ha a più riprese espresso apprezzamenti per la moderazione di Moussavi con cui ha lavorato nel corso degli anni 90 quando il candidato riformista era il suo consigliere per gli affari politici e costituzionali. Naturalmente la sua popolarità è molto alta tra le classi medie, un gruppo socio-economico cruciale negli equilibri interni dell’Itan che ha da sempre relazioni difficili con i dignitari del regime islamico. Queste relazioni si sono nettamente deteriorate durante la presidenza di Ahmadinejad che è diventato lo zimbello, l’oggetto di derisione principale delle famiglie della piccola e media borghesia.
Ma Moussavi può contare su simpatizzanti in tutte le classi sociali e conventicole istituzionali, in che gli permetterebbe di giocare il ruolo di unificatore, diventando il punto di mediazione delle diverse fazioni politiche. Di sicuro presterebbe molto più ascolto dell’attuale presidente a tecnici ed esperti in tutti i campi della gestione politica, cercando di implicarli nei processi decisionali. E riuscendo a inaugurare una stagione di vere riforme, riuscendo laddove aveva fallito il vecchio Khatami.

Fonte: Liberazione

articolo di Di Mahan Abedin (The Asia Times)

11 giugno 2009

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