La carta geografica


Piero Piraccini


Se unisci i conflitti in corso, la linea che deriva è quella che divide il nord dal sud del mondo, il vero muro che divide il pianeta.


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mappaguerre

 

Si provi a distendere una carta geografica dell’intero pianeta terra. Si mettano dei segni là dove si consumano stermini di uomini e di donne per guerre, oppressioni, fame, poi si uniscano. La linea che deriva è quella che divide il nord dal sud del mondo, il vero muro che divide il pianeta. Quella linea sono milioni le persone che vorrebbero oltrepassarla, alla ricerca di un po’ di sicurezza perché non esistono bombe così intelligenti da distinguere i buoni dai cattivi, o di un po’ di lavoro per avere cibo e acqua, libri e medicine. I milioni di persone che la oltrepassano lungo piste desertiche, poi proseguono il loro peregrinare nel mare o, come bestie, in cassoni di camion. E la morte di tanti, ormai, non fa più notizia ché quelle persone valgono meno di niente, sono numeri che si aggiungono ad altri numeri in attesa di altri numeri che verranno. Ogni giorno, in questa Europa morente, nasce un nuovo confine per fermare chi è partito e non può fermarsi perché ha come alternativa la morte sua e della famiglia. Che fare, allora, per proteggere i nostri paesi, cioè le nostre agiate sicurezze (e però sono oltre 4 milioni quelli che da noi vivono in povertà assoluta, a fronte di pochi che hanno troppe volte tutto) dalle centinaia di migliaia di persone che arrivano portando con sé solo storie di dolore? Che fare per evitare le ormai quotidiane stragi prodotte da chi uccide se stesso per uccidere gli altri, e intanto invoca il suo dio, o da bombe sganciate da droni di nuova generazione capaci di volare per oltre 15 ore, fino a 8000 chilometri di distanza, manovrati da piloti posti al sicuro in una stazione terrestre? Ora che i giochi sono fatti, è complicato trovare soluzioni, ma non aiutano certo le parole di Renzi secondo cui, a proposito del drone costruito nel nuovo stabilimento della Piaggio, l’Italia si toglie di dosso la muffa. Forse che è “muffa” l’articolo 11 della Costituzione sul ripudio della guerra, e sono “muffa” i partiti e i sindacati considerati illegali, i dissidenti imprigionati e torturati, gli immigrati schiavizzati dall’emiro di Abu Dhabi, il maggiore dei sette Emirati arabi uniti, proprietario al 98% della Piaggio Aerospace? Si provi a pensare cosa sarebbe se non il denaro e il potere a esso asservito, ma i diritti umani calpestati e irrisi costituissero il filo conduttore dell’agire politico. Allora il supponente Renzi anziché prostrarsi davanti al golpista Al-Sisi, le cui carceri egizie cercano amare (per lui) verità con la tortura – come dimostra il corpo martoriato di Giulio Regeni – o davanti al petrolio dell’Arabia Saudita, primo paese importatore d’armi al mondo, avrebbe detto che giustizia e verità devono camminare assieme e che, quindi, Fimeccanica (cioè il Ministero dell’economia) non tratta in particolare col paese saudita che fa strame di diritti, impicca e taglia le mani a chi dissente e vende armi ai terroristi dell’Isis. Ma c’è la ripresa e bisogna battersi per le armi made in Italy. Il liberale lord Beveridge nel 1944, non un “pacifista” dei nostri giorni, scriveva che La prova della capacità politica nel prossimo futuro consisterà nel trovare un mezzo di evitare le depressioni senza precipitare nella guerra. E individuava nello Stato sociale la soluzione. A ogni fase critica, invece, resa impotente l’ONU e divisa l’Europa, la risposta è la stessa: armi generatrici di altre guerre e di terrorismo fino alle nostre porte. E meno stato sociale. Che fare, allora? Il contrario di quello che si è sempre fatto. In Libia ad esempio (il momento più basso del settennato di Napolitano. Intervista a L’Unità dopo la morte di Gheddafi: Mi sembra che le cose ora funzionino) quando proni alla Nato, si è disgregato un paese e ucciso un dittatore vezzeggiato fino al giorno prima, o parimenti in Iraq, liberando in tal modo dai vasi di Pandora i venti imprigionati del terrore, fino a Al Baghdadi, il capo tagliagole dell’Isis che gli americani hanno liberato dal carcere irakeno di Camp Bucca. Una foto, poi, lo ritrae conversante con l’americano Mac Cain: che avevano da dirsi? Ci si riunisca pure a Ginevra per concordare il modo di fermare l’Isis, ma si rovescino quelle politiche, si cessi di considerare il Medioriente e l’Africa subsahariana luoghi in cui materie prime e uomini sono a costo zero cui però si vendono armi, si tenga conto della Dichiarazione Universale dei diritti umani il cui rispetto è condizione per evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione. Perché l’ira per l’ingiustizia rende roca la voce (Brecht). Perchè il terrorismo, logico prodotto stoltamente impensato di quelle politiche, se ne frega delle carte geografiche.

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