Insegnanti in sciopero della fame per lo ius soli


la Repubblica


Il gesto simbolico di centinaia di insegnanti nella Giornata del 3 ottobre per sottolineare la contraddizione di dover insegnare a tutti gli alunni i principi della cittadinanza attiva, rivolgendosi però anche chi quella cittadinanza ancora non ce l’ha


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lorenzoni

Sono maestro elementare e assieme a oltre ottocento insegnanti di ogni parte d’Italia martedì 3 ottobre, farò uno sciopero della fame simbolico e mi recherò a scuola con un nastrino tricolore appuntato sul maglione. In pochi giorni siamo arrivati a raccogliere 4.466 firme di Insegnanti per la cittadinanza impegnati per lo Ius soli e lo Ius culturae ed è ancora possibile aderire all’iniziativa cliccando qui.

Le ragioni dello sciopero. Il motivo dello sciopero è molto semplice: ho in classe alcuni bambini stranieri che, secondo la legge attualmente in vigore, non hanno e non avranno mai la cittadinanza italiana. Questo mi sembra così ingiusto da mettere in discussione alla radice il mio lavoro. Ogni giorno, infatti, come moltissime altre ed altri insegnanti, cerco di dare valore e dignità ai pensieri e alle parole di tutte le bambine e bambini che ho davanti partendo da una premessa indispensabile per chi voglia educare: considerare tutti gli esseri umani portatori di uguali doveri e diritti elementari.

“Cittadinanza attiva”: lo prescrive una legge dello Stato. C’è una legge dello Stato, varata nel novembre del 2012, che prescrive di lavorare nella scuola alla costruzione di competenze di cittadinanza. In quelle Indicazioni c’è addirittura scritto che noi si debba educare alla cittadinanza attiva. Ora con che faccia possiamo guardare negli occhi gli oltre 800.000 ragazzi e ragazze confinati nel ghetto della non cittadinanza senza prendere posizione, senza schierarci dicendo con chiarezza da che parte stiamo? E’ per una questione di coerenza elementare che mi sento e in tanti ci sentiamo dalla parte dei ragazzi non cittadini, dalla parte di questa sorta di fantasmi della democrazia che a scuola e nella vita quotidiana si sentono italiani, ma ai quali i Senatori della Repubblica, contraddicendo il voto della Camera di due anni fa, ancora non riconoscono i doveri e i diritti che comporta l’essere cittadini italiani a pieno titolo.

Quel “miracolo” evocato da Calamandrei. Piero Calamandrei sosteneva, nel primo dopoguerra, che la scuola è il luogo in cui avviene il miracolo di trasformare i sudditi in cittadini. Sappiamo bene che non si tratta di un miracolo, ma del frutto di un duro lavoro che necessita presenza, ascolto, attenzione e persuasione da parte di noi insegnanti. Sappiamo anche che le nostre scuole, sia pure con impegno ed esiti diversi, sono state il luogo pubblico di maggiore accoglienza della popolazione recentemente immigrata. Per chi è costretto a venire a vivere qui da lontano, infatti, portare il proprio figlio a scuola e vederlo giocare e scherzare con i compagni italiani è la prima esperienza che fa sentire la propria famiglia parte di una comunità. Sappiamo, infine, quanto per i ragazzi di seconda generazione, che si trovano a vivere sospesi tra due mondi, l’essere pienamente accolti come italiani costituisca una base indispensabile per sentirsi compiutamente parte della comunità nazionale, dando loro la possibilità di partecipare attivamente a quella integrazione tra diversi, che incontra difficoltà in alcune zone del paese e in alcuni quartieri delle nostre città, ma che nella maggior parte delle scuole è già realtà ed è premessa indispensabile per rendere più sicure le nostre città.

Ecco perché sono costretto a scegliere tra due leggi. Di fronte a due leggi dello Stato che si contraddicono, io che sono pagato dallo Stato per istruire ed educare sono costretto a scegliere. Per questo abbiamo deciso di mobilitarci per un mese e dichiarare apertamente che per noi, fin da oggi, tutti i nostri allievi sono cittadini italiani. Confrontarci con le tante diversità che popolano le nostre scuole non è sempre facile perché comporta fatica e convinzione da parte di insegnanti e ragazzi. Ma noi sappiamo che questa disomogeneità, quando la si affronta dal verso giusto, produce maggiore apertura mentale e una conoscenza del mondo meno superficiale. E’ in questo corpo a corpo con la realtà di tante differenze che possiamo costruire una relazione più viva e vitale con la nostra cultura e con le culture che popolano il pianeta, facendo delle nostre classi, lontano da ogni retorica, un indispensabile laboratorio del futuro. Dalla scuola Rinascita di Milano alla scuola Amari Roncalli Ferrara del centro storico di Palermo, passando per Pistoia ed Iglesias, ci saranno domani decine e decine di scuole in cui si discuterà e ci confronteremo con il tema della cittadinanza.

* Franco Lorenzoni, maestro elementare della Casa Laboratorio di Cenci

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