Dichiarazione dei Giovani per il futuro
La redazione
Nell’ambito del progetto “Promuoviamo una nuova Generazione di Pace”, un gruppo di 40 giovani dai 18 ai 30 anni hanno partecipato ad un percorso di formazione e scrittura collettiva che ha portato all’elaborazione di una “Dichiarazione dei giovani per il futuro”.
Dichiarazione dei Giovani per il futuro
SCARICA IL DOCUMENTO IN PDF ▶️ Documento dei giovani sul Futuro
Il 22 e 23 settembre 2024, in apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (NU), i Capi di Stato e di Governo di tutto il mondo si sono riuniti nel palazzo dell’Onu a New York per partecipare al “Summit del Futuro” che ha approvato il “Patto per il Futuro” e la “Dichiarazione sulle future generazioni”.
Negli stessi giorni, un gruppo di 40 giovani dai 18 ai 30 anni si sono incontrati ad Assisi per analizzare il “Patto per il futuro” dell’Onu e dare avvio ad un percorso di formazione e scrittura collettiva che, facendo tesoro delle lezioni di Don Lorenzo Milani, ha portato all’elaborazione di una “Dichiarazione dei giovani per il futuro”.
La costruzione di questo “Cantiere di pace e di futuro” è stata resa possibile dalla realizzazione di un progetto della Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace denominato “Promuoviamo una nuova Generazione di Pace”: un percorso di alta formazione-ricerca-azione, centrato sulla partecipazione attiva e responsabile dei giovani, accompagnato da un gruppo di formatori estremamente qualificati.
Il progetto è stato finanziato dall’Unione Europea attraverso le Attività di Partecipazione Giovanile del programma Erasmus+ Youth (Agreement n°: 2024-1-IT03-KA154-YOU-000234737).
“Ci siamo riuniti ad Assisi, una quarantina tra ragazze e ragazzi, e abbiamo cominciato a riflettere sul futuro e a rispondere alle seguenti domande: Che tipo di Futuro ci attende? Qual è la nostra idea di Futuro? Cosa possiamo fare per trasformare il Futuro?
Dopo Assisi, ci siamo recati a Padova, sede del Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università; poi ci siamo incontrati a Barbiana, dove abbiamo scoperto i luoghi, le abitudini e la filosofia di Don Milani; siamo andati a Pellegrino Parmense, città natale del prof. Antonio Papisca e poi ancora ad Assisi al “Campo della pace” a due passi dall’Eremo delle Carceri di San Francesco. E infine ci siamo ritrovati a Perugia in occasione dell’Assemblea dell’Onu dei Popoli, alla vigilia della Marcia PerugiAssisi della Pace e della Fraternità “Immagina tutte le persone vivere insieme in pace”.
Siamo partiti dalle conoscenze di ciascuno di noi e dal particolare abbiamo cercato di ricostruire una nostra visione progettuale del futuro. Tra un incontro e l’altro abbiamo lavorato online, mettendo in relazione le nostre idee e preoccupazioni sul futuro con la coscienza, la cultura e la politica.
Tutte queste esperienze ci hanno permesso di conoscerci, di confrontarci e di redigere un documento che deve essere considerato una “bozza di lavoro”, incompleta e aperta al contributo di tutti i giovani interessati a costruire, per sé e per tutti, un futuro migliore di quello che oggi ci viene prospettato.
La nostra speranza è che si evolva e si adatti alle esigenze di chiunque lo voglia utilizzare, sia esso un giovane che ci vuole mettere del suo, un insegnante che lo propone a scuola, un amministratore che lo legge durante un consiglio comunale, un esperto di uno dei problemi affrontati o chiunque voglia prenderlo in considerazione.”
Premessa
Viviamo in un mondo flagellato dalle guerre, dove nel 2025 sono stati registrati 56 conflitti armati attivi, che hanno causato oltre 250mila vittime. Un mondo dove il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti umani vengono violati quotidianamente, dove dominano la diffidenza e la paura del diverso, sentimenti dai quali le estreme destre traggono la loro forza e che sfruttano per guadagnare consensi. Davanti a questo scenario, la domanda resta aperta: quale tipo di futuro possiamo aspettarci?
Il concetto di “futuro” è stato al centro delle riflessioni filosofiche, sociali ed etiche sin dall’alba dell’umanità. Negli ultimi decenni, la visione del futuro per i giovani ha assunto connotazioni nuove e profonde, influenzate dalle sfide globali, dai rapidi cambiamenti nelle tecnologie e dalla situazione geopolitica. Questi fattori hanno portato ad un crescente senso di disillusione e disincanto nei confronti di un domani migliore.
Se vogliamo immaginare il futuro, però, dobbiamo necessariamente combattere questo tipo di rassegnazione. Come Giovani Costruttori e Costruttrici di pace non dobbiamo arrenderci all’idea che non si possa fare nulla per cambiare il nostro mondo.
Un futuro diverso, in cui l’innovazione, la sostenibilità, la giustizia sociale, l’educazione e i diritti umani siano gli elementi fondanti della società umana, è possibile ed è quello che dobbiamo impegnarci a costruire. Affinché questo futuro possa concretizzarsi, è necessario non solo avere una visione chiara delle sfide da affrontare, ma anche delle idee concrete da proporre per essere messe in pratica. La nostra terza ed ultima domanda è quindi: cosa possiamo fare per cambiare il futuro?
Per cercare di rispondere a questa domanda abbiamo affrontato alcuni dei principali problemi dell’umanità:
- Ambiente
- Cibo
- Disuguaglianze di genere
- Disuguaglianze conomiche
- Migrazione e Accoglienza
- Partecipazione e Protagonismo
- Salute Mentale
- Scienza e Tecnologia
- Sicurezza
- Studio
Ogni problema è stato affrontato pensando alle cose che possiamo fare (e che spesso sono già state sperimentate) in tre ambiti: quello personale e locale, quello nazionale ed europeo e quello internazionale e globale. Buona lettura!
- Ambiente
Noi, giovani di oggi, ci troviamo di fronte a un momento cruciale nella storia del nostro pianeta. La sostenibilità ambientale non è solo un obiettivo, ma una necessità urgente. Le nostre azioni quotidiane hanno un impatto diretto sullo stato di salute della Terra. Dobbiamo ridurre drasticamente l’uso della plastica monouso, che rappresenta una delle principali minacce per il nostro ambiente. Ogni anno, milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, causando danni irreparabili alla fauna marina e contaminando le nostre risorse idriche.
La transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio deve diventare una priorità. Possiamo avviare progetti che promuovano l’installazione di pannelli solari nei nostri quartieri, creando comunità energetiche che utilizzino fonti rinnovabili. Questo non solo riduce le emissioni di gas serra, ma offre anche opportunità di lavoro e sviluppo economico. Dobbiamo anche sollecitare le amministrazioni locali a implementare sistemi di bike sharing, promuovendo l’uso della bicicletta come alternativa alle auto. È essenziale creare infrastrutture adeguate, come piste ciclabili sicure, per garantire che tutti possano utilizzare questo mezzo di trasporto in modo sicuro e conveniente.
Un altro passo importante verso la sostenibilità è l’eliminazione dell’uso di concimi e prodotti chimici derivati dal petrolio. Dobbiamo promuovere l’agricoltura biologica e le pratiche agroecologiche che rispettano la natura e preservano la fertilità del suolo. La giustizia sociale e quella ambientale devono andare di pari passo. Non possiamo pretendere di contrastare il cambiamento climatico mentre continuiamo a sfruttare le risorse di altri come se non avessero diritto a un futuro prospero e sostenibile.
Inoltre, è imperativo ripristinare aree verdi nelle nostre città e rimuovere il cemento che soffoca i nostri ecosistemi. Creare zone verdi ricche di ossigeno non solo migliora la qualità dell’aria, ma offre anche habitat per la fauna selvatica e spazi di socializzazione per le comunità. È tempo di passare all’azione. Dobbiamo creare progetti concreti che portino cambiamenti tangibili nelle nostre comunità. Possiamo organizzare eventi di pulizia dei parchi e delle spiagge, per ripulire il nostro ambiente e sensibilizzare le persone sull’importanza della cura del pianeta. Possiamo anche sviluppare programmi educativi nelle scuole, insegnando ai giovani l’importanza della sostenibilità e come possono contribuire attivamente a questa causa.
In conclusione, noi giovani abbiamo l’opportunità e la responsabilità di creare un patto sul futuro che metta al centro la sostenibilità ambientale. Vogliamo un mondo in cui il rispetto per la natura e per le persone sia la norma, non l’eccezione.
Sfera personale e locale
Come giovani, abbiamo la responsabilità di fare scelte consapevoli e ispirare gli altri a fare lo stesso.
Il progetto “30 Giorni Senza Plastica”. Per un mese, ci impegniamo a non utilizzare plastica monouso. Questa sfida ci aiuterà a diventare più consapevoli delle nostre abitudini quotidiane e a trovare alternative sostenibili.
Il progetto “Local kitchen”. Proponiamo di creare un gruppo di cucina in cui ci incontriamo per imparare a preparare pasti sostenibili utilizzando ingredienti locali e di stagione. Questo non solo ci permetterà di gustare cibi deliziosi e salutari, ma ci aiuterà anche a ridurre l’impatto ambientale legato al trasporto degli alimenti, e promuovere il cibo e le tradizioni locali. Condivideremo le nostre ricette online, raggiungendo un pubblico più ampio e incoraggiando altri a esplorare la cucina sostenibile.
Gli Orti Urbani. Immaginate di trasformare spazi pubblici o abbandonati in giardini comunitari dove i residenti possono coltivare ortaggi e piante. Non solo forniremo cibo fresco e sano, ma creeremo anche luoghi di socializzazione e educazione. Possiamo organizzare laboratori di giardinaggio che insegnano pratiche sostenibili, coinvolgendo le scuole e le famiglie. Gli orti urbani possono diventare un simbolo di comunità coesa, dove tutti collaborano per un obiettivo comune: la sostenibilità.
Il progetto “Cibo Sano nelle Scuole” è fondamentale. Garantire che i giovani abbiano accesso a cibi sani e nutrienti è di vitale importanza. Proponiamo di eliminare le macchinette con cibo spazzatura nelle scuole e sostituirle con distributori automatici che offrano opzioni salutari, come frutta fresca e snack integrali.
Il progetto “Crediti di Sostenibilità”. Proponiamo di introdurre un sistema di crediti nelle scuole che premia gli alunni che adottano comportamenti salutari e sostenibili, come l’uso della bicicletta per arrivare a scuola. Gli studenti possono guadagnare crediti per ogni giorno in cui utilizzano mezzi di trasporto sostenibili, partecipano a eventi di pulizia o contribuiscono a progetti di giardinaggio. Questi crediti possono essere utilizzati per ottenere benefici come sconti su eventi scolastici o attività extracurricolari. Ciò non solo incoraggerà gli studenti a fare scelte più sostenibili, ma promuoverà anche uno stile di vita attivo e sano.
Sfera nazionale
Nel progetto Energia per Tutti sarebbe buono sviluppare un piano di incentivi fiscali per famiglie e aziende che investono energia rinnovabile, creando delle comunità energetiche che, con i soldi risparmiati, possano investire in progetti per la propria città. Possiamo collaborare con esperti per presentare questa proposta al governo. L’energia rinnovabile non solo riduce le emissioni di gas serra, ma crea anche posti di lavoro e stimola l’economia.
Inoltre, proponiamo l’Iniziativa di Ristorazione Restart. Creiamo un marchio di sostenibilità che riconosca i ristoratori che si impegnano per un’alimentazione sana e sostenibile. Possiamo incoraggiare i consumatori a scegliere ristoranti che utilizzano ingredienti locali e biologici, contribuendo così a un sistema alimentare più sostenibile.
Sfera globale
Un progetto fondamentale è Alberi per il Futuro. Collaboriamo con organizzazioni internazionali per piantare alberi in diverse parti del mondo e compensare le emissioni di carbonio. Ogni nazione può impegnarsi a piantare un numero specifico di alberi ogni anno. Gli alberi non solo assorbono CO2, ma forniscono anche habitat per la fauna e migliorano la qualità dell’aria. È un passo importante verso un futuro più verde.
Dobbiamo garantire che le comunità più vulnerabili, che spesso subiscono le conseguenze del cambiamento climatico, abbiano accesso alle risorse e alle opportunità per affrontare questa crisi. Creiamo una piattaforma online per collegare giovani attivisti e organizzazioni di tutto il mondo che lavorano per la giustizia climatica. Condividiamo risorse, storie di successo e strategie comuni, unendo le forze per affrontare insieme le sfide globali.
- Cibo
Il cibo è molto più di una semplice fonte di nutrimento; per noi rappresenta un legame profondo tra le persone, una forma di comunicazione che supera le barriere linguistiche, culturali e geografiche. Ogni piatto che prepariamo e condividiamo racconta una storia, riflette le tradizioni e le esperienze delle nostre comunità. È essenziale che riconosciamo quanto sia importante preservare la biodiversità, valorizzare il lavoro dei piccoli produttori e educare le nuove generazioni verso un futuro consapevole.
In un mondo sempre più globalizzato, dove le culture si mescolano e si influenzano a vicenda, il cibo rimane un elemento che unisce le persone. Immaginate un pranzo domenicale con la famiglia, dove ognuno porta un piatto tradizionale; o una festa di compleanno in cui gli amici condividono dolci e specialità regionali. Questi momenti non sono solo occasioni per gustare del buon cibo, ma anche per rafforzare i legami affettivi, condividere esperienze e creare ricordi duraturi. È in questi momenti che vediamo il potere del cibo nel costruire comunità coese, dove ognuno si sente parte di qualcosa di più grande.
Tuttavia, per continuare a godere di questi momenti, dobbiamo proteggere la biodiversità alimentare. La biodiversità è il fondamento della nostra sicurezza alimentare e della qualità del cibo che consumiamo. Essa comprende le varietà di piante e animali che coltiviamo e alleviamo, e la loro preservazione è essenziale per affrontare le sfide future, come il cambiamento climatico e l’innalzamento della domanda alimentare globale. Perdere biodiversità significa mettere a rischio non solo la nostra salute, ma anche quella del nostro pianeta.
In questo contesto, il ruolo dei piccoli produttori diventa cruciale. Questi agricoltori, spesso trascurati dalle grandi industrie, sono i custodi delle tradizioni agricole e della biodiversità locale. Lavorano instancabilmente per preservare le varietà locali, le tecniche di coltivazione tradizionali e il sapere ancestrale. Sostenere il loro lavoro non significa solo garantire un’alimentazione sana e sostenibile, ma anche promuovere l’economia locale e proteggere le culture che ci circondano. Dobbiamo fare in modo che questi produttori ricevano il giusto riconoscimento e supporto, affinché possano continuare a svolgere il loro importante ruolo nelle nostre comunità.
Ma non possiamo limitarci a sostenere i piccoli produttori; dobbiamo anche educare le nuove generazioni. La consapevolezza alimentare è fondamentale per costruire un futuro migliore. Dobbiamo informare i giovani sull’importanza di una dieta sana, sostenibile e variegata, che rispetti l’ambiente e le persone. Questo implica conoscere le origini degli alimenti, le pratiche agricole sostenibili e le tradizioni culinarie locali. Attraverso l’educazione, possiamo formare consumatori consapevoli, capaci di fare scelte alimentari responsabili e giuste.
È tempo di lanciare un appello all’unità per affrontare queste sfide. Dobbiamo unirci come comunità, come nazioni e come cittadini del mondo per costruire un futuro in cui il cibo non sia solo un bisogno fisiologico, ma un’esperienza culturale e sociale. Dobbiamo lavorare insieme per promuovere politiche che proteggano la biodiversità, sostengano i piccoli produttori e garantiscano l’accesso al cibo per tutti. In questo modo, possiamo creare un sistema alimentare che non solo nutre, ma che promuove anche la giustizia sociale e l’equità.
La cultura del cibo è un patrimonio da proteggere e valorizzare. Ogni varietà locale, ogni ricetta tradizionale e ogni paesaggio agricolo raccontano una storia che merita di essere mantenuta viva. La valorizzazione di queste pratiche non solo arricchisce le nostre vite, ma contribuisce anche alla stabilità delle comunità, creando un senso di appartenenza e identità. Quando proteggiamo le varietà locali, non stiamo solo preservando il nostro patrimonio culturale, ma stiamo anche garantendo la sostenibilità del nostro sistema alimentare.
In conclusione, noi giovani dobbiamo alzare la voce e impegnarci per costruire un futuro in cui il cibo sia un potente strumento di unione. Dobbiamo portare avanti un appello all’unità per costruire insieme un futuro migliore, dove il cibo non sia solo nutrimento, ma cultura, tradizione e identità. È nostro compito, come cittadini del mondo, difendere e promuovere questi valori, affinché le future generazioni possano continuare a godere della ricchezza che il cibo può offrire. Solo insieme possiamo creare un sistema alimentare giusto, sostenibile e rispettoso dell’ambiente, garantendo che il cibo rimanga un legame prezioso tra le persone, indipendentemente dalle loro origini e culture.
Sfera personale e locale
Quando parliamo di cibo, il nostro primo pensiero spesso si rivolge a ciò che mettiamo nel piatto ogni giorno. Tuttavia, il cibo è molto più di una semplice necessità fisiologica; è un’opportunità per creare connessioni significative e per abbracciare uno stile di vita che rispetti il nostro ambiente e le persone che ci circondano.
Una delle prime azioni che possiamo intraprendere è partecipare a corsi di cucina sostenibile.
Questi corsi non solo ci insegnano a preparare piatti deliziosi, ma ci educano anche sull’importanza di utilizzare ingredienti locali e di stagione. Imparare a cucinare con ciò che offre il nostro territorio ci aiuta a comprendere le pratiche agricole sostenibili e a ridurre l’impatto ambientale legato al trasporto del cibo. Inoltre, condividere queste esperienze con amici e familiari può trasformarsi in momenti di convivialità, dove il cibo diventa un veicolo di apprendimento e connessione.
Un’altra iniziativa interessante è il giardinaggio urbano. Creare un piccolo orto in casa o partecipare a un progetto di giardinaggio comunitario ci consente di coltivare le nostre verdure e erbe aromatiche. Questo non solo ci dà la soddisfazione di vedere crescere ciò che abbiamo piantato, ma ci insegna anche il valore della pazienza, del lavoro e della cura per la terra. Inoltre, coltivare i propri alimenti riduce il consumo di prodotti trasportati da lontano e ci aiuta a diventare più consapevoli delle stagioni e della disponibilità di cibo.
L’educazione alimentare è un altro aspetto fondamentale. Dobbiamo informarci e sensibilizzare le persone che ci circondano sull’importanza di scelte alimentari consapevoli. Questo include la riduzione dello spreco alimentare e la scelta di prodotti che rispettano l’ambiente. Possiamo organizzare incontri con amici e familiari dove discutiamo di ricette che utilizzano gli avanzi, o condividere informazioni sui benefici della dieta a base vegetale. Ogni piccola azione conta, e sensibilizzare il nostro circolo sociale può avere un impatto significativo.
Un’altra proposta interessante è quella di formare gruppi di acquisto solidale. Questi gruppi ci permettono di acquistare direttamente dai produttori locali, garantendo loro un giusto compenso e riducendo i costi di distribuzione. Inoltre, possiamo organizzare incontri per discutere dell’importanza di questi acquisti e per conoscere meglio i produttori e le pratiche agricole che utilizzano. In questo modo, non solo sosteniamo l’economia locale, ma creiamo anche una rete di persone impegnate nella sostenibilità.
Quando parliamo della sfera locale, ci riferiamo all’importanza di costruire comunità forti e resilienti attraverso pratiche alimentari sostenibili. È fondamentale riconoscere che le nostre azioni quotidiane possono avere un impatto diretto sul nostro ambiente e sulla qualità della vita delle persone che ci circondano.
Una delle iniziative più efficaci che possiamo avviare è quella di promuovere mercati contadini locali. Questi mercati non solo offrono prodotti freschi e di qualità, ma creano anche uno spazio dove i produttori locali possono vendere direttamente ai consumatori. Possiamo organizzare eventi di sensibilizzazione per incoraggiare le persone a visitare questi mercati e a conoscere i produttori che stanno dietro ai loro alimenti. In questo modo, non solo sosteniamo l’economia locale, ma contribuiamo anche a preservare le pratiche agricole tradizionali e a mantenere viva la biodiversità.
Un’altra proposta è l’organizzazione di eventi di cucina comunitaria. Questi eventi possono essere sia informali che strutturati, e possono includere workshop su come preparare piatti utilizzando ingredienti locali e di stagione. Invitare membri della comunità a condividere le proprie ricette tradizionali non solo arricchisce la nostra cultura culinaria, ma rafforza anche i legami sociali. Questi eventi possono diventare occasioni per discutere di temi importanti come la sostenibilità, la sicurezza alimentare e la salute.
Un’altra iniziativa può riguardare la creazione di orti comunitari. Questi spazi verdi non solo forniscono cibo fresco e sano, ma offrono anche opportunità di socializzazione e apprendimento per i membri della comunità. Possiamo coinvolgere scuole, associazioni e gruppi giovanili per lavorare insieme alla creazione e alla manutenzione di questi orti. In questo modo, promuoviamo la consapevolezza ambientale e incoraggiamo pratiche di giardinaggio sostenibile.
Sfera nazionale
Quando ci spostiamo nella sfera nazionale, è essenziale riconoscere che le politiche alimentari possono avere un impatto significativo sul nostro sistema. È fondamentale lavorare per un sistema alimentare che non solo nutra, ma che promuova anche l’uguaglianza e la responsabilità ambientale.
Una delle prime azioni che possiamo intraprendere è quella di lanciare campagne di sensibilizzazione. Queste campagne possono riguardare l’importanza della biodiversità alimentare e il supporto ai piccoli produttori.
Possiamo utilizzare i social media, organizzare eventi pubblici e distribuire materiali educativi per diffondere il messaggio. Collaborare con scuole, università e organizzazioni locali può amplificare il nostro impatto e coinvolgere un pubblico più ampio.
Inoltre, possiamo lavorare per promuovere politiche agricole che offrano sostegno ai piccoli produttori. Ciò può includere la richiesta di finanziamenti, sovvenzioni e incentivi per i produttori che adottano pratiche sostenibili. Possiamo unirci a gruppi di pressione e sostenere campagne che mirano a influenzare le decisioni politiche e a garantire che le voci dei piccoli agricoltori siano ascoltate. È fondamentale che questi produttori ricevano il giusto riconoscimento e supporto, affinché possano continuare a svolgere il loro importante ruolo nelle nostre comunità.
Dobbiamo anche concentrarci sull’implementazione di programmi scolastici di educazione alimentare. È fondamentale educare i bambini e i giovani sull’importanza di una dieta sana e sostenibile. Possiamo collaborare con le scuole per sviluppare programmi che includano la coltivazione di orti scolastici, laboratori di cucina e attività di sensibilizzazione sulle pratiche agricole sostenibili. Questo non solo arricchisce l’esperienza educativa, ma crea anche una generazione di consumatori consapevoli.
Infine, possiamo impegnarci a ridurre lo spreco alimentare a livello nazionale, lavorare con aziende, ristoranti e supermercati per sviluppare politiche che minimizzino gli sprechi e promuovano il riutilizzo e il riciclo, sensibilizzare il pubblico sull’importanza di ridurre gli sprechi alimentari e promuovere pratiche di conservazione del cibo può contribuire a creare un sistema alimentare più sostenibile.
Sfera globale
Quando parliamo della sfera globale, dobbiamo riconoscere che le sfide alimentari che affrontiamo sono interconnesse e richiedono un approccio collettivo. È fondamentale unirsi per affrontare problemi come la fame, la malnutrizione e il cambiamento climatico.
Una delle iniziative più significative che possiamo intraprendere è quella di partecipare a progetti di cooperazione internazionale. Questi progetti possono includere programmi di formazione per agricoltori in paesi in via di sviluppo, che insegnano pratiche agricole sostenibili e tecniche di coltivazione. Possiamo collaborare con organizzazioni non governative e associazioni locali per garantire che le conoscenze e le risorse siano condivise in modo equo. Questo non solo aiuta le comunità locali a diventare più resilienti, ma promuove anche la solidarietà tra i popoli.
Inoltre, possiamo lavorare per sviluppare e attuare accordi di sostenibilità alimentare a livello internazionale. Questi accordi possono includere linee guida per la produzione e il consumo di cibo sostenibile, nonché politiche che incoraggiano la protezione della biodiversità. Collaborare con governi e organizzazioni internazionali per promuovere queste politiche può contribuire a garantire un accesso equo al cibo e sostenere le comunità vulnerabili.
Un’altra iniziativa importante è quella di promuovere iniziative di solidarietà alimentare. Possiamo organizzare eventi e campagne per raccogliere fondi e risorse da destinare a progetti alimentari in paesi colpiti da crisi alimentari.
Questo può includere la raccolta di cibo, la donazione di fondi o il volontariato in iniziative locali. Creare una rete di giovani impegnati nella solidarietà alimentare può contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica e a rafforzare i legami tra le comunità.
Infine, dobbiamo lavorare per sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi alimentari a livello globale. Possiamo utilizzare i social media, organizzare eventi pubblici e collaborare con artisti e influencer per diffondere il messaggio. La consapevolezza è il primo passo per incoraggiare l’azione, e ogni singolo sforzo conta.
- Disuguaglianze di genere
Il cammino delle donne per i diritti, la parità e l’autodeterminazione è stato ed è inarrestabile. Il femminismo e i femminismi hanno costituito e sono tuttora un fortissimo baluardo grazie a cui si sono potuti ottenere grandi cambiamenti. Grazie a loro abbiamo imparato una lezione preziosissima: possiamo costruire dei legami politici, e di conseguenza delle politiche, estremamente diversi da quelli verticali e verticistici a cui ci ha abituato la storia della politica e la storia in generale, e questi legami sono stati e sono in grado di produrre risultati politici sorprendenti. La rivoluzione delle donne ha cambiato il mondo ma non è ancora finita, e le disuguaglianze di genere visibili tuttora sotto gli occhi di tutte e tutti sono un segnale lampante di quanto sia importante lavorare ancora su questi temi.
Possiamo e dobbiamo trovare un’alternativa politica, sociale e culturale al sistema patriarcale che, fino ad adesso, ha causato sofferenza e dolore a donne e uomini insieme. Con la consapevolezza che ciascuna ha una sua personalità, ciascuna una propria storia importante: l’esperienza femminile è davvero variegata ed è necessario non fare mai l’errore di pensare che l’esperienza di una sia uguale a quella di tutte le altre.
Sfera personale
Per costruire una società paritaria, ci sono tante azioni quotidiane da cui ognuna e ognuno di noi può partire. Innanzitutto, sono sempre più presenti in tante città e paesi associazioni femminili e femministe a cui poter dare il nostro contributo. Anche in politica, ambito in cui le disuguaglianze di genere sono ben visibili, alcuni partiti si stanno dotando di spazi femministi, aperti non solo alle iscritte, che sono funzionali a rappresentare associazioni, società civile e anche semplici donne che prima non si sarebbero avvicinate a una realtà complessa come quella politica partitica.
Si può partire anche dal cambiare delle piccole azioni quotidiane, a partire dal linguaggio che può essere più inclusivo, fino al prestare attenzione alle nostre familiari, amiche o conoscenti che potrebbero mostrare dei campanelli d’allarme rispetto a una situazione di violenza che stanno vivendo, per poterle aiutare a trovare lo spazio giusto a cui rivolgersi.
La violenza è sicuramente un tema trasversale a tutto questo, poiché tocca la sfera personale, ma anche quella locale, nazionale e globale, considerando che la violenza di genere è sistemica e pervasiva.
Sarà sempre più necessario che a riconoscere i segnali della violenza non siano solo le donne ma anche gli uomini. A questo proposito, negli ultimi anni stanno nascendo diversi gruppi di autocoscienza maschili, che tentano di superare dinamiche tossiche e di agire concretamente per cambiare dinamiche di oppressione quotidiane. Si tratta di esperienze preziose che permettono di creare reti di alleanze tra donne e uomini, uniti dall’idea che la società patriarcale sia da superare e che, in questo modo, ne otterremo beneficio veramente tutte e tutti.
È una consapevolezza importantissima che, condivisa con le altre generazioni anche a partire dalle nostre comunità, può portare a un cambiamento positivo, che parte dal basso, condiviso. Altrettanto importante è l’azione nelle nostre amministrazioni locali. Attenzionare il tema della parità di genere anche a partire dal livello amministrativo è sempre più una pratica diffusa. Dando uno sguardo ai dati territoriali generali la situazione non è migliore rispetto a quella nazionale: alla fine di febbraio 2023 le donne nei consigli regionali erano complessivamente 152 (il 19,8% sul totale), mentre gli uomini erano 614 (l’80,2%). Su 7.773 comuni in tutta Italia le sindache attualmente in carica sono 1.180, pari a circa il 15%. Dalle nostre città o paesi possono partire delle iniziative, patrocinate dai Comuni, fondamentali per generare maggiore consapevolezza e aiutare a creare un mondo più giusto. È importante mobilitarsi anche affinché nelle istituzioni venga adoperato il bilancio di genere, ufficialmente riconosciuto come strumento a sostegno delle istituzioni per realizzare la parità di genere. Uno strumento che mira a realizzare una maggiore trasparenza sulla destinazione delle risorse di bilancio e sul loro impatto su uomini e donne e ha l’obiettivo di indirizzare al meglio le scelte programmatiche affinché le differenze non determinino condizioni di discriminazioni.
Sfera nazionale
Per collegarci a questo ultimo tema trattato, nonostante la prima Presidente del Consiglio donna, è un dato di fatto che in Italia il potere è ancora saldamente in mano al genere maschile. Alla Camera le donne rappresentano il 33%, mentre al Senato il 36,6%.
Non va certamente meglio, per le donne, dal punto di vista lavorativo. A parità di formazione il tasso di occupazione femminile in Italia è del 57%, contro il 73% di quello maschile. Le donne che occupano posizioni lavorative apicali rappresentano un’esigua minoranza nel nostro Paese.
Per quanto riguarda il tema della salute, il diritto all’autodeterminazione delle donne in ambito di salute riproduttiva, tutelato in primis dalla Legge 194 del 1978, è sotto costante minaccia. I consultori pubblici, presidi fondamentali, si riducono sempre più, perdendo molte delle loro funzioni. Inoltre l’accesso alla contraccezione viene disincentivato in Italia da costi sempre più elevati.
Tornando al tema della violenza, tra gennaio e novembre 2024 in Italia si sono verificati 100 femminicidi. Come sappiamo, essi sono solo la tragica punta dell’iceberg, perché si moltiplicano anche i casi di violenza domestica, abusi psicologici, stalking e controllo economico nei confronti delle vittime. Ad aggravare questi dati, si aggiunge il fatto che i casi denunciati rappresentano una piccola parte dei reati totali: in molte situazioni, infatti, le donne non denunciano i loro persecutori.
In Italia, i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.
Come giovani impegnati contro le disuguaglianze di genere dovremo continuare a chiedere finanziamenti per i centri antiviolenza, che devono essere ampliati e resi accessibili in ogni momento a chi ne ha bisogno, perché mentre lavoriamo per prevenire la violenza bisogna anche agire per tutelare chi si muove per uscirne, e le figlie e i figli che potrebbero avere bisogno di portare con sé. Serve formazione alle forze dell’Ordine perché sappiano trattare le denunce con rispetto, e servono provvedimenti restrittivi che funzionino per impedire ai violenti di rintracciare e uccidere le ex compagne.
Sfera globale
L’articolo 1 della Dichiarazione ONU sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne adottata già nel 1993 sostiene che: “the term “violence against women” means any act of genderbased violence that results in, or is likely to result in, physical, sexual or psychological harm or suffering to women, including threats of such acts, coercion or arbitrary deprivation of liberty, whether occurring in public or in private life.”
I numeri globali legati alla violenza di genere sono impressionanti, scandalosi e danno l’idea della gravità e dell’urgenza del tema. Ma non bisogna dimenticare che dietro a quei numeri ci sono storie vere. Di donne che ogni giorno subiscono violenza. In tutto il mondo, si stima che circa il 35% delle donne abbia subito violenza, sessuale e no, almeno una volta nella vita.
Centinaia di milioni di bambine sono a rischio di matrimonio forzato o precoce. Nonostante sia un fenomeno che ha registrato una notevole diminuzione dalla metà degli anni Novanta, ogni anno nella sola Africa ci sono tre milioni di donne e di bambine a rischio di subire, in pessime condizioni sanitarie, la pratica delle mutilazioni genitali femminili.
Nel 30% dei casi a livello globale, le donne subiscono violenza dal proprio partner all’interno delle mura domestiche. L’Africa subsahariana e il Sud-est asiatico sono le zone del mondo maggiormente colpite dal problema.
Le conseguenze possono essere sia fisiche sia psicologiche: il 42% delle donne vittime di violenza ha riportato lesioni e ferite permanenti. L’omicidio e il suicidio sono le conseguenze più gravi.
Per difendere le donne dalla violenza, occorre che, come giovani impegnate e impegnati su questo tema, cerchiamo il dialogo con le istituzioni e le comunità per estirpare la violenza sulle donne come fatto socialmente e culturalmente accettato, oltre a chiedere di creare delle “case sicure” dove le donne vittime di violenza possano essere accolte, protette e ricevere tutto l’aiuto di cui hanno bisogno, specialmente nei paesi in cui sono più a rischio di subire queste violenze indicibili.
4. Disuguaglianze economiche
Sfera personale e locale
Le disuguaglianze economiche sono una sfida globale che richiede anzitutto l’impegno degli Stati e delle loro politiche pubbliche per ridurle. Nella vita di tutti i giorni possiamo osservare queste disparità in più situazioni: per esempio nei senzatetto che affollano i portici delle nostre città, nelle famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese, nei giovani studenti che sono costretti a lavorare per mantenersi gli studi, oppure in coloro che sono costretti a indebitarsi per avere una casa, curarsi o lasciare il proprio Paese. Le disuguaglianze si intrecciano, sovrappongono e riproducono sotto vari aspetti delle nostre vite. Più queste sono presenti, più esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B. Le disuguaglianze spesso si rafforzano nel passaggio tra le generazioni: per milioni di persone le prospettive di un futuro dignitoso sono per lo più determinate dal Paese in cui nascono e dalla famiglia in cui hanno la fortuna di nascere e crescere.
Data la pervasività di questo problema, non possiamo guardare alle disuguaglianze economiche come qualcosa che interessa sempre l’altro, come se il problema non ci riguardasse fintantoché io come individuo non sono povero, fintantoché ho un lavoro, una casa o soldi a sufficienza per sfamarmi. Più le disparità di reddito aumentano tra le persone, più tutti noi siamo toccati da questo problema. Ad esempio, più il lavoro precario diventa la regola in Italia, più saranno i giovani che, non avendo un lavoro stabile e duraturo, dovranno rinunciare ad acquistare una casa propria o formare una famiglia, al contrario di coloro che provengono da famiglie con maggiore ricchezza alle spalle o che vivono in Paesi con minore disparità economica.
A livello locale si registrano diverse iniziative volte alla riduzione delle disuguaglianze economiche. Le organizzazioni della società civile (OSC) sono uno degli attori che si impegnano in questa direzione. Ad esempio, Oxfam ha lanciato negli ultimi anni varie campagne per promuovere una tassazione equa e la riduzione delle disparità di ricchezza. L’iniziativa “Even It Up” chiede ai governi di implementare politiche che tassino equamente la ricchezza e il reddito, investendo nei servizi pubblici che beneficiano i più poveri. Un altro esempio è la Global Alliance for Tax Justice, una rete globale che mobilita la società civile per chiedere una maggiore responsabilità da parte delle multinazionali e dei governi sulle politiche fiscali, assicurando che le entrate siano utilizzate per ridurre le disuguaglianze e finanziare i servizi essenziali.
Allo stesso tempo, anche le comunità locali in molti Paesi in via di sviluppo sono attive nel combattere le disuguaglianze di reddito crescenti. Ad esempio, in Sierra Leone programmi come il microcredito comunitario forniscono piccoli prestiti agli imprenditori in aree povere, aiutandoli ad avviare attività e a uscire dalla povertà. Le cooperative femminili sono un altro caso di buona pratica che aiuta a rafforzare l’empowerment economico delle donne, riducendo le disparità di genere, aumentando la loro autonomia finanziaria e promuovendo la coesione sociale.
Sfera nazionale ed europea
Anche nei Paesi europei sono presenti forti disuguaglianze economiche. L’1% più ricco detiene l’11,4% del reddito nazionale e circa il 10% più ricco del continente possiede il 67% della ricchezza, mentre il 50% meno ricco ne possiede solo l’1,2%. Le disuguaglianze rimangono più marcate e crescenti in Paesi come Bulgaria (+4,7 punti in più tra il 2011 e il 2021), Malta (+4), Lituania, Lussemburgo (+2,4), Germania (+2,2).
Al contrario, l’indice di Gini nell’ultimo decennio è in calo in Polonia (-4,3), Irlanda (-2,9), Belgio (-2,2). Bulgaria e Danimarca sono i due paesi dove l’1% più ricco detiene la quota maggiore del reddito nazionale, con rispettivamente il 18,7% e il 18,6%.
L’Italia è al terzo posto tra i 27 Stati dell’Unione Europea per indice di Gini più alto (34,8%) e preceduta solo da Lituania e Bulgaria (fonte World Bank). Nel nostro Paese a partire dagli anni Novanta la disuguaglianza di reddito si è approfondita a causa di almeno quattro recessioni, tra cui quelle legate alla crisi finanziaria 2008, alla crisi del debito sovrano 2011 e alla pandemia da covid-19 nel 2020. Anche in Italia negli ultimi 30 anni si è assistito a un accentramento delle risorse economiche nelle mani di pochi: +7,4 punti percentuali tra 1980 e 2022. Oggi l’1% della popolazione italiana detiene il 13,6% di tutto il reddito nazionale.
Anche a livello nazionale, ci sono esempi virtuosi di lotta alle disuguaglianze economiche. Tra questi vi è l’introduzione del Reddito Minimo Vitale (Ingreso Mínimo Vital) in Spagna, introdotto nel 2020 e ancora attivo, pensato per fornire un reddito di base alle famiglie più indigenti. È un esempio di politica pubblica che è stata cruciale per diminuire la povertà estrema e supportare le famiglie vulnerabili specialmente durante il periodo della pandemia di COVID-19. In aggiunta, lo stesso governo spagnolo, a guida socialista di Pedro Sánchez, negli ultimi anni ha ridotto le disparità salariali tra i lavoratori contribuendo a migliorare il tenore di vita dei lavoratori a basso reddito e ha adottato alcune riforme fiscali per rendere il sistema fiscale più equo, di modo che persone e aziende più ricche contribuiscano in misura maggiore alle entrate statali.
Altri casi virtuosi indirizzati alla riduzione delle disuguaglianze di reddito si registrano nei Paesi scandinavi. Svezia e Norvegia mantengono ancora oggi sistemi di welfare sociale più robusti rispetto a quelli degli altri Stati europei. Ad esempio, forniscono assistenza sanitaria universale, istruzione e generosi sussidi di disoccupazione. Applicano una tassazione progressiva elevata, che consente alle casse statali di finanziare questi programmi di welfare, col risultato che la ricchezza è meglio ridistribuita tra la popolazione e i divari di reddito si riducono. Infine, le politiche attive del mercato del lavoro nei Paesi scandinavi si concentrano sulla riqualificazione dei lavoratori e sull’integrazione dei gruppi emarginati nel mondo del lavoro.
Sfera globale
Parlare di disuguaglianze economiche significa domandarci come i redditi (quanto una persona guadagna dal suo lavoro) e la ricchezza (il patrimonio di beni accumulato) siano distribuiti tra le persone, all’interno di uno stesso stato e tra stati diversi.
Il divario tra ricchi e poveri cresce sempre di più. Secondo il World Inequality Lab, oggigiorno il 10% della popolazione mondiale più abbiente detiene il 52% del reddito totale e il 76% della ricchezza complessiva. Al contrario, 50% della popolazione globale più povero rappresenta l’8% del reddito complessivo e il 2% della ricchezza totale.
A livello regionale, in Europa il 10% della popolazione più abbiente controlla il 59% della ricchezza totale, il 67% nel Sud e Sud-Est asiatico e il 70% della ricchezza complessiva in Nord America.
Nonostante la crisi finanziaria mondiale del 2008, il numero di miliardari è più che raddoppiato da allora ad oggi: nel marzo 2009 si contavano 793 super ricchi nel mondo, oggi sono 1.645. In particolare, nell’ Africa sub-sahariana si registrano 16 super ricchi contro 358 milioni di persone che vivono in estrema povertà. Già nel 2014 gli 85 uomini più ricchi del pianeta possedevano quanto la metà più povera della popolazione mondiale. Nel corso degli ultimi dieci anni il loro capitale è andato aumentando ogni giorno di circa 668 milioni di dollari, quasi mezzo milione di dollari al minuto.
L’indice di Gini è lo strumento che solitamente viene usato per misurare quanto il reddito è distribuito in maniera disuguale tra gli individui di una popolazione. L’indice va da 0 a 100: più è basso più si è vicini alla perfetta uguaglianza, più è alto e più c’è disuguaglianza economica. L’indicatore va contestualizzato all’interno di un quadro economico e sociale di uno specifico Paese, perché paradossalmente in una società dove tutti gli individui hanno un reddito pari a zero, quindi indice di Gini uguale a zero, ci sarebbe perfetta uguaglianza reddituale, ma in realtà tutti avrebbero un reddito nullo.
A livello mondiale, dal 1800 al 2023 il tasso di crescita del reddito pro-capite è aumentato dell’1,3%, più di 18 volte negli ultimi due secoli. Si potrebbe pensare che molte più persone hanno redditi più alti, in realtà la crescita è stata disomogenea. In questo trend positivo i Paesi dell’Occidente hanno superato la media globale dal XIX secolo, mentre l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale e sudorientale sono rimaste indietro. I periodi di maggiore accelerazione della crescita sono stati il 3,1% in Europa dal 1950 al 1990 e il 4,3% in Asia orientale dal 1990 al 2023.
Per quanto riguarda le disuguaglianze economiche all’interno degli stati, la forbice delle disparità di reddito si è ampliata dal 1980 ad oggi. Attualmente il 50% più povero della popolazione è costantemente in ritardo rispetto al 10% più ricco della popolazione in ogni regione del mondo. Il divario è più pronunciato in Medio Oriente, America Latina e Africa. In particolare, tra gli stati con più alti livelli di disuguaglianze economiche ci sono il Sudafrica con il 10% più ricco che detiene il 65% del reddito nazionale, lo Yemen con il 10% più ricco che guadagna il 59,5% del reddito e l’1% più ricco che da solo possiede il 25%. Allo stesso tempo, anche gli stati economicamente più ricchi sono attraversati dalle disuguaglianze: gli Stati Uniti sono il Paese più diseguale dell’OCSE con il 21% del reddito nazionale in mano all’1% più ricco.
Per far fronte a disuguaglianze economiche sempre più crescenti, nel 2015 l’Assemblea delle Nazioni Unite ha adottato l’Agenda 2030, che prevede il raggiungimento di 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, tra i quali l’Obiettivo numero 10: “Ridurre le disuguaglianze”. Lo scopo principale è ridurre le disparità di reddito e di ricchezza tra i Paesi del mondo e all’interno di essi, promuovendo politiche pubbliche che generino nuovi posti di lavoro e sostengano iniziative di piccole e medie imprese.
Parallelamente l’UNDP (il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) sostiene programmi di protezione sociale nei Paesi in via di sviluppo, assicurando sicurezza del reddito di base e accesso ai servizi essenziali per le popolazioni emarginate. Mentre l’iniziativa Financing for Development (FfD) dell’ONU si concentra sulla mobilitazione delle risorse a sostegno di una crescita economica equa, tramite per esempio la cooperazione internazionale nella lotta all’evasione fiscale e ai flussi finanziari illeciti, che incidono specialmente nei Paesi in via di sviluppo e acuiscono le disuguaglianze economiche negli stessi.
- Migrazione e Accoglienza
Pur in assenza di una definizione giuridica uniforme a livello internazionale, possiamo, a fini descrittivi, definire le migrazioni come spostamenti momentanei o permanenti di uno o più soggetti da un’area geografica a un’altra. Tali movimenti possono svolgersi all’interno del territorio di uno Stato (migrazioni interne), oppure da una Nazione ad un’altra (migrazioni esterne). Si tratta di un fenomeno particolarmente complesso, ma che accompagna l’essere umano fin dalle sue origini.
Noi Giovani intendiamo sottolineare il rifiuto e in ogni caso l’impossibilità di eliminare un fenomeno così intrinsecamente connesso all’umanità. Allo stesso tempo siamo però perfettamente consapevoli della necessità di collaborare a livello globale, nazionale e locale al fine di consentire il rispetto dei diritti umani e un supporto adeguato, materiale e psicologico, ai soggetti e ai territori coinvolti nel fenomeno migratorio.
Sfera locale e personale
Se gli Stati e le organizzazioni internazionali hanno il dovere di garantire protezione, diritti e supporto, spetta alle amministrazioni locali trasformare queste politiche in azioni concrete. Città e comuni rappresentano il primo punto di contatto tra migranti e società ospitante, ed è proprio a livello locale che si costruisce la quotidianità della convivenza.
A tal proposito abbiamo tutti la responsabilità di contrastare stereotipi e pregiudizi, promuovendo una narrazione più autentica e inclusiva. Ciò significa riconoscere le storie, le difficoltà e le aspirazioni di chi arriva, impegnandoci attivamente per costruire una comunità basata su rispetto, empatia e solidarietà.
Questo obiettivo può essere raggiunto attraverso interventi mirati, dalla creazione di centri di accoglienza ben distribuiti sul territorio, capaci di fornire supporto immediato, fino all’inserimento lavorativo e scolastico. L’accesso al mondo del lavoro può essere favorito tramite tirocini, corsi di formazione e incentivi per le imprese locali, offrendo così opportunità concrete per l’autonomia economica. Il sistema scolastico, invece, gioca un ruolo essenziale nell’inclusione delle nuove generazioni attraverso programmi di supporto linguistico e iniziative culturali che coinvolgano anche le famiglie, contribuendo a una società più coesa.
Solo quando la diversità culturale smette di essere vista come un ostacolo e diventa un’opportunità di incontro e scambio, si apre la strada per una comunità più ricca, aperta e solidale in cui la pluralità di culture non è un fattore di divisione, ma un valore che arricchisce il tessuto sociale e stimola la crescita collettiva. Questo processo richiede anche la sensibilizzazione della comunità locale affinché l’accoglienza non sia percepita come un peso, ma come un’occasione di sviluppo reciproco. Solo attraverso un impegno congiunto tra istituzioni, cittadini e realtà locali sarà possibile costruire un modello di convivenza fondato sulla dignità e sulle pari opportunità, in cui nessuno venga escluso e tutti possano sentirsi parte attiva della società.
Sfera nazionale
Il coordinamento nella gestione delle migrazioni deve comprendere: da un lato gli aspetti più tecnici, legati ad esempio ai sistemi di accoglienza, alla spesa economica, al mondo del lavoro e alla burocrazia, ecc.; dall’altro gli aspetti culturali, educativi e istruttivi, volti a consentire alla collettività una conoscenza fondata delle dinamiche migratorie, dei soggetti coinvolti, dei luoghi di provenienza e dei motivi alla base del fenomeno. Tutto ciò al fine di tutelare le persone da narrazioni sensazionalistiche e strumentali volte a fomentare l’odio, l’ignoranza e la paura.
A livello nazionale, l’immigrazione rimane probabilmente uno dei concetti più manipolati nei discorsi politici, nella narrazione e nel dibattito pubblico. L’uso incessante del termine all’interno della propaganda ha contribuito a svuotarlo del suo significato originario, lasciando spazio a un’interpretazione quasi esclusivamente negativa. Questo approccio col tempo ha alimentato paura e diffidenza, ostacolando ogni possibilità di un confronto reale e costruttivo sul fenomeno migratorio. Per superare questa distorsione, è fondamentale riconoscere i limiti della narrazione dominante e impegnarsi a ridimensionare il dibattito, restituendogli equilibrio e concretezza.
Per questo motivo, ogni Stato ha il dovere di adottare politiche migratorie basate sull’equità, sull’umanità e sulla sostenibilità, piuttosto che su retoriche divisive e strategie di esclusione. Garantire ai migranti protezione, diritti e opportunità non è solo un dovere morale e giuridico, ma anche un investimento in una società più dinamica e inclusiva.
Nel rispetto di tale principio, chiediamo un sistema di accoglienza efficace che preveda strutture adeguate, accesso ai servizi essenziali e programmi di inclusione che facilitino l’inserimento lavorativo e sociale, nonché un rinnovato impegno sull’istruzione, che assicuri l’apprendimento della lingua, il riconoscimento delle qualifiche e il supporto psicologico come strumenti chiave per consentire alle nuove generazioni di ricostruire la propria vita con dignità.
Sfera globale
In primo luogo, intendiamo rimarcare l’imprescindibilità di una solidarietà internazionale ai fini della gestione del fenomeno migratorio. Chiediamo dunque l’elaborazione di strumenti (ad esempio convenzioni, riunioni periodiche, organismi sovranazionali, ecc.) attraverso i quali vincolare gli Stati a una collaborazione, comunicazione e coordinamento continui. Attraverso una gestione realmente condivisa fra Nazioni sarà possibile generare una rete di relazioni internazionali attive in grado di evitare che l’onerosità del fenomeno gravi soltanto su pochi Stati, ma anche di supportare adeguatamente gli Stati di transito e destinazione in relazione a necessità e problematiche che potrebbero sorgere nelle singole fattispecie concrete.
Chiediamo alle Nazioni di non trascurare il fatto che i migranti, a prescindere dalla motivazione che li spinge a migrare, sono esseri umani. Questo implica la previsione di politiche di gestione dei flussi migratori efficienti, ma innanzitutto garanti della tutela e del rispetto dei diritti umani.
Inoltre, chiediamo a tutte le Nazioni di impegnarsi a ridurre il loro contributo nelle cause di migrazione forzata. Le migrazioni sono fenomeni complessi anche per la molteplicità di cause che generano il bisogno di spostarsi. Per quanto riguarda le migrazioni forzate, emerge chiaramente come l’azione di alcune Nazioni giochi un ruolo centrale nella genesi e nello sviluppo dei cosiddetti fattori di spinta, ossia i motivi che spingono le persone a spostarsi. Basti pensare ai conflitti armati, alle persecuzioni di varia natura e ai disastri derivanti dai cambiamenti climatici.
Chiediamo dunque una reale presa di coscienza sulle drammatiche conseguenze che scelte spesso dettate dal guadagno o dalla convenienza politica producono nei confronti di territori e comunità.
- Partecipazione e protagonismo
La partecipazione e il protagonismo dei cittadini rappresentano due fattori fondamentali in una società che voglia essere democratica, trasparente e inclusiva nei processi decisionali che riguardano il futuro dei singoli e della comunità. Si tratta di due concetti profondamente interconnessi che fanno riferimento all’impegno in prima persona degli individui nel prendere scelte consapevoli e di varia natura (politica, sociale, culturale) che modellano la propria vita e quella degli altri, favorendo un processo di trasformazione collettivo che abbia alla base il dialogo tra realtà sociali diverse, cittadini e istituzioni. Nello specifico, col termine “partecipazione” si indica l’impegno del cittadino nel prendere parte alla vita pubblica, esercitando i propri diritti civili, politici e il proprio senso di responsabilità verso il benessere collettivo, mentre con “protagonismo” si fa riferimento all’assunzione di un ruolo attivo, da protagonista appunto, da parte del cittadino nel rispondere alle esigenze della comunità, ad esempio, attraverso la creazione di iniziative e progetti innovativi per una società più equa e giusta. Oltre a manifestarsi sotto molteplici forme, la partecipazione e il protagonismo si realizzano su più livelli; possono infatti toccare la sfera personale dell’individuo, la sfera locale che lo circonda, la sfera nazionale e poi globale.
Sfera locale
A livello personale, partecipazione e protagonismo si concretizzano nell’impegno della persona ad agire e prendere decisioni in modo informato e consapevole del proprio ruolo nella società. Questo va molto al di là dell’esercitare il proprio diritto di voto, e può significare, ad esempio, prendere parte a gruppi di discussioni e attività di sensibilizzazione su tematiche sociali o ambientali, come anche contribuire e promuovere iniziative a sostegno della collettività. Oggi più che mai, in una realtà che pone ognuno di fronte a sfide enormi, che alimentano senso di impotenza e solitudine, riteniamo fondamentale che ogni singolo metta a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per esercitare un ruolo attivo nella società.
Una forma diretta e concreta di partecipazione e protagonismo che si può mettere in atto a livello personale è certamente il volontariato e l’impegno civico, che può dispiegarsi in ambiti diversi, per es. quello sociale, assistenziale, culturale, educativo. Il volontariato sviluppa il senso di comunità e solidarietà, e consente a ognuno di essere un attore di cambiamento.
Come giovani nati nell’era del digitale, riteniamo essenziale incoraggiare anche un uso consapevole delle piattaforme online e dei social media, che costituisce anch’esso una forma di partecipazione attiva. In contrapposizione al ricevere passivamente i contenuti digitali che ci vengono proposti, il loro discernimento e la loro analisi critica è un’azione che ogni cittadino può compiere per usufruire e, volendo, condividere informazioni verificate, contrastando la disinformazione e i suoi deleteri effetti sulla società.
Anche a livello locale la partecipazione e il protagonismo dei cittadini sono fattori fondamentali per dare vita a società più eque e democratiche. La Carta Europea Riveduta della Partecipazione dei Giovani alla vita locale e regionale recita come segue: “Partecipare ed essere un cittadino attivo, vuol dire avere il diritto, i mezzi, il luogo, la possibilità, e, se del caso, il necessario sostegno per intervenire nelle decisioni, influenzarle ed impegnarsi in attività ed iniziative che possano contribuire alla costruzione di una società migliore”. Perché i singoli possano esercitare il loro diritto a partecipare ed essere cittadini attivi, dunque, è indispensabile che essi siano messi nella condizione di farlo senza incontrare ostacoli sul loro cammino.
Per queste ragioni, è importante che gli enti locali e regionali forniscano ai cittadini l’accesso a strumenti, servizi e spazi per il loro coinvolgimento nella vita pubblica. In questo senso, riteniamo essenziale che gli enti locali e regionali adottino un approccio di tipo partecipativo nello svolgimento del proprio incarico incoraggiando la collaborazione tra cittadini, amministrazione locale e tutti gli attori che possono contribuire a realizzare comunità solidali e in grado di affrontare le sfide attuali, migliorando in tal modo l’azione pubblica e il suo impatto.
Un altro aspetto essenziale affinché partecipazione e protagonismo siano messi al centro delle risposte alle problematiche sociali attuali è l’adozione di pratiche e strumenti innovativi per l’ascolto di chi affronta tali problematiche sulla propria pelle. In altre parole, sarebbe proficuo che le realtà locali si mettessero all’opera per cercare le soluzioni alle problematiche che si trovano davanti insieme ai diretti interessati che, esperendo il problema in prima persona, ne sono anche una fonte di conoscenza, e in ragione di ciò dovrebbero essere coinvolti nelle scelte e responsabilità che li riguardano.
- Salute Mentale
L’Organizzazione Mondiale della Sanità la definisce la salute mentale come uno stato di benessere che consente alle persone di realizzare le proprie capacità, affrontare le difficoltà quotidiane e contribuire attivamente alla comunità. Tuttavia, milioni di persone continuano a soffrire di disturbi mentali senza ricevere il supporto adeguato, spesso a causa dello stigma e della carenza di risorse.
Negli ultimi anni, la consapevolezza sulla salute mentale è cresciuta grazie a campagne di sensibilizzazione.
Il mondo del lavoro, i media, l’industria dell’intrattenimento e le tecnologie digitale hanno iniziato a prestare attenzione al benessere psicologico, riconoscendo l’importanza di un ambiente sano e inclusivo.
Questi sviluppi segnano un cambiamento positivo verso il riconoscimento e la tutela del diritto universale alla salute mentale, che deve essere rafforzato attraverso un impegno collettivo per garantire l’accesso a tutti, senza discriminazioni.
Sfera personale e locale
La salute mentale è una componente essenziale del benessere individuale e collettivo. Promuoverla non è solo una responsabilità delle istituzioni, ma anche un impegno personale che ciascuno può assumersi nella vita quotidiana. Adottare pratiche efficaci per migliorare il proprio equilibrio psicologico e supportare chi ci sta vicino è fondamentale per costruire una società più consapevole e resiliente.
Uno dei primi passi per promuovere il diritto alla salute mentale è acquisire una maggiore consapevolezza del proprio stato emotivo e di quello altrui. Informarsi sulle principali problematiche legate al benessere psicologico, leggere libri e seguire fonti attendibili aiuta a superare stereotipi e pregiudizi. La conoscenza è il primo strumento per combattere lo stigma e favorire un dialogo aperto.
Il senso di appartenenza e il sostegno emotivo sono fondamentali per la salute mentale. Mantenere legami sani con amici, familiari e colleghi aiuta a ridurre lo stress e affrontare meglio le difficoltà quotidiane. Essere presenti per gli altri, ascoltare senza giudicare e offrire il proprio aiuto nei momenti difficili può fare la differenza.
L’alimentazione, l’attività fisica e il sonno giocano un ruolo essenziale nel benessere mentale. Una dieta equilibrata, ricca di nutrienti, contribuisce a regolare l’umore e migliorare la concentrazione. L’esercizio fisico, anche moderato, riduce l’ansia e favorisce la produzione di endorfine, migliorando il tono dell’umore. Allo stesso modo, un riposo adeguato è cruciale per la gestione dello stress e delle emozioni.
Tecniche come la mindfulness, la meditazione e la respirazione consapevole sono strumenti efficaci per ridurre l’ansia e migliorare la capacità di affrontare le sfide quotidiane. Imparare a riconoscere e accettare le proprie emozioni, senza reprimerle, aiuta a sviluppare maggiore resilienza.
Nonostante gli sforzi individuali, ci sono momenti in cui il supporto di un professionista della salute mentale diventa essenziale. Rivolgersi a uno psicologo o a un terapeuta non è segno di debolezza, ma un atto di cura verso sé stessi. Oggi, con la diffusione della terapia online e di servizi di supporto accessibili, è più facile trovare aiuto senza sentirsi stigmatizzati.
Essere attivi nella promozione della salute mentale significa anche partecipare a eventi, campagne e iniziative di sensibilizzazione. Condividere la propria esperienza, supportare associazioni o semplicemente diffondere informazioni corrette può contribuire a creare una società più inclusiva e attenta al benessere psicologico di tutti.
Le comunità svolgono un ruolo fondamentale nella promozione della salute mentale, creando ambienti di sostegno e inclusione. Il benessere psicologico non riguarda solo l’individuo, ma l’intera società: quando una comunità investe in questo aspetto, migliora la qualità della vita collettiva e previene problematiche psicologiche. Un elemento cruciale è l’accessibilità ai servizi di supporto, per cui è importante creare centri di ascolto, gruppi di supporto e sportelli psicologici diffusi sul territorio, anche nelle aree rurali o periferiche, dove spesso l’accesso alla salute mentale è limitato.
In molte città italiane, diverse iniziative stanno migliorando l’accesso ai servizi di salute mentale. A Milano, l’iniziativa “Milano4MentalHealth”, giunta alla sua terza edizione nel 2024, ha coinvolto associazioni, istituzioni e cittadini in 150 eventi, tra cui seminari, attività sportive e dibattiti, per sensibilizzare sulla salute mentale. Questo evento mira a porre la salute mentale al centro del dibattito sociale e politico, dando ai cittadini l’opportunità di accedere a informazioni su progetti e attività di prevenzione.
Un altro aspetto fondamentale è l’educazione e la sensibilizzazione. Le campagne informative, i programmi scolastici e le testimonianze pubbliche sono essenziali per combattere lo stigma. A Parma, per esempio, in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, l’Azienda USL ha organizzato un evento al Parco della Cittadella e alla Fattoria di Vigheffio, con laboratori, mostre e attività sportive, coinvolgendo istituzioni, professionisti sanitari, volontari e cittadini. Questo evento ha dimostrato l’importanza della collaborazione comunitaria per affrontare le sfide legate alla salute mentale.
Le scuole e i luoghi di lavoro sono fondamentali per il benessere mentale. Le scuole possono insegnare ai giovani la gestione delle emozioni e garantire la presenza di psicologi accessibili. Nei luoghi di lavoro, politiche come la flessibilità lavorativa, spazi di relax e formazione per riconoscere segnali di stress possono migliorare la qualità della vita. Un esempio virtuoso è il progetto “Fareassieme” di Trento, che promuove la collaborazione tra utenti, familiari, operatori sanitari e cittadini per creare una rete di supporto. Le attività includono gruppi di auto-mutuo aiuto, laboratori creativi e percorsi di formazione, con l’obiettivo di superare lo stigma e rendere la salute mentale una questione condivisa dalla comunità.
I consultori sono un punto di riferimento importante per la salute mentale. Un esempio significativo arriva dalla Regione Veneto, con l’iniziativa “Una casa per vivere”. L’ iniziativa prevede la creazione di piccoli gruppi-appartamento per persone con disturbi mentali, come alternativa agli ospedali psichiatrici. Questo modello ha permesso a molte persone di recuperare autonomia e dignità, riducendo l’isolamento e la cronicizzazione. Inoltre, i consultori, che offrono supporto psicologico, possono diventare un punto di ascolto anche per giovani, adulti e anziani, contribuendo a una rete di sostegno che non si limita solo alle donne.
Investire nella salute mentale a livello comunitario significa costruire una società più empatica, resiliente e inclusiva. Le iniziative di Milano, Parma, Trento e Veneto dimostrano come, attraverso un impegno collettivo, sia possibile migliorare l’accesso ai servizi e sensibilizzare l’opinione pubblica. L’accesso a supporti psicologici, l’educazione sulla gestione delle emozioni e la creazione di spazi sicuri sono passi fondamentali per garantire che ogni individuo abbia garantito il diritto alla salute mentale.
Sfera nazionale
A livello nazionale la carenza di risorse dedicate alla salute mentale rappresenta ancora un problema persistente. Storicamente, questa area ha ricevuto meno finanziamenti rispetto alla sanità fisica. Per garantire un sistema sanitario che consenta un accesso tempestivo alle cure, i governi devono investire in strutture specializzate, integrare la salute mentale tra i servizi pubblici.
Un altro aspetto essenziale è l’integrazione della salute mentale nei servizi pubblici. Ciò implica una collaborazione più stretta tra medici di base, specialisti e servizi sociali, per semplificare l’accesso alle cure psicologiche e garantire che la salute mentale diventi una priorità per l’intero sistema sanitario pubblico.
È fondamentale anche investire nella formazione di operatori sanitari, insegnanti e datori di lavoro, affinché siano in grado di riconoscere i segnali di disagio psicologico e indirizzare le persone verso il supporto adeguato. Una preparazione adeguata degli operatori sanitari consente diagnosi più tempestive e interventi mirati.
Oltre alla carenza di risorse, le persone con disturbi psicologici spesso affrontano discriminazioni nel lavoro e nella vita sociale. Per combattere queste problematiche, è essenziale introdurre tutele legali per proteggere i diritti di chi soffre di disagio psicologico, accompagnate da campagne di sensibilizzazione per abbattere lo stigma. Creare un ambiente inclusivo e accogliente è fondamentale per migliorare la qualità della vita di queste persone.
In Italia, alcune iniziative nazionali si sono distinte per il loro impatto positivo sulla salute mentale. Il “Bonus Psicologo” e l’introduzione dello “psicologo di base” sono esempi concreti di politiche che mirano a rendere il supporto psicologico più accessibile. Questi programmi permettono alle persone, soprattutto quelle con difficoltà economiche, di accedere ai servizi psicologici senza barriere economiche.
In Australia, il programma “Beyond Blue” offre supporto a chi soffre di depressione, ansia e altri disturbi mentali, riducendo lo stigma grazie a campagne di sensibilizzazione e risorse online. Un’altra iniziativa rilevante è “Thrive NYC” lanciato a New York nel 2015, che ha investito oltre 850 milioni di dollari per migliorare l’accesso ai servizi di salute mentale, includendo supporto nelle scuole e una hotline attiva 24 ore su 24.
Infine, la Francia ha recentemente potenziato il Sistema di Supporto Psicologico Scolastico, assumendo più psicologi per garantire un supporto psicologico immediato agli studenti, in particolare a seguito degli effetti psicologici derivanti dalla pandemia.
Sfera globale
In Italia e nel mondo, sono stati fatti dei progressi significativi, ma per migliorare la situazione è necessario adottare un approccio globale che comprenda investimenti nel settore sanitario, riforme legislative e una formazione più approfondita per gli operatori sanitari. Sono state avviate a livello globale diverse iniziative per migliorare la salute mentale e affrontare le sfide legate a questo tema. Il Piano d’Azione per la Salute Mentale 2020-2030 dell’OMS ha come obiettivo principale quello di trasformare l’approccio globale alla salute mentale. Tra i suoi obiettivi chiave ci sono il rafforzamento della leadership dei governi per sviluppare politiche nazionali efficaci, l’integrazione della salute mentale nei servizi sanitari primari, la promozione della prevenzione precoce, soprattutto tra i giovani, e il potenziamento della ricerca per migliorare le politiche e le pratiche. Diversi paesi hanno adottato politiche di successo per la promozione della salute mentale. In Giappone, il “Basic Act on Suicide Countermeasures” ha contribuito a ridurre significativamente i tassi di suicidio dal 2006, con un focus a livello locale. Le autorità locali sono obbligate per legge a sviluppare piani di prevenzione del suicidio, un esempio che altri paesi potrebbero seguire. L’accesso alle cure di salute mentale è diseguale, con chi vive nelle città che ha più opportunità rispetto a chi risiede in zone remote o ha difficoltà economiche. Soluzioni come la telemedicina e l’adattamento dei servizi alle diverse culture sono essenziali per garantire l’accesso universale alla salute mentale. La ricerca e l’innovazione sono fondamentali per migliorare i trattamenti psicologici. L’uso di tecnologie come l’intelligenza artificiale e la realtà virtuale nelle terapie sta rivoluzionando il trattamento di disturbi come ansia, fobie e disturbo post-traumatico da stress, rendendo le cure più mirate ed efficaci.
- Scienza e Tecnologia
Sin dall’antichità, scienza e tecnologia hanno rappresentato strumenti essenziali per il progresso dell’Umanità, non solo come mezzi per facilitare la vita quotidiana, ma anche come espressione del nostro desiderio innato di conoscere, innovare e migliorare. L’essenza della scienza si manifesta per l’appunto nel pensiero di poter declinare la curiosità intrinseca nell’Umanità, la meraviglia che scaturisce dal nostro interfacciarci con la complessità della Natura e dell’Universo, in una conoscenza del Nuovo e del Diverso. Essa dovrebbe e deve essere un sapere e un’arte condivisa, un patrimonio collettivo capace di aprire nuove possibilità di crescita per tutti, senza distinzioni.
Con l’avvento della Seconda Rivoluzione Industriale, tuttavia, la scienza inizia ad affermarsi e a declinarsi sempre più nell’ambito industriale e tecnologico. In questo contesto s’inizia ad insediare l’idea completamente artefatta e arida di centralità della scienza e tecnologia in quanto meramente utilitaristiche; la ricerca scientifica viene dunque ad essere piegata agli interessi economici di pochi, trasformando la natura in una risorsa da sfruttare a vantaggio esclusivo di chi detiene il capitale e il potere.
Il progresso tanto decantato, invece di essere un bene comune, diventa pertanto un privilegio riservato a chi può permetterselo, escludendo intere fasce della popolazione e aggravando le disuguaglianze. La scienza si inizia a configurare quindi sempre più come strumento di divario sociale ed economico e al contempo come meccanismo di svilimento della Natura.
Portata all’estremo, questa dinamica ha condotto all’uso della scienza e della tecnologia come strumenti di dominio e distruzione reciproca del genere umano. Dalle Guerre Mondiali in poi difatti il sapere scientifico è stato sempre più asservito agli interessi politici e militari, diventando un’arma nelle mani di chi cerca supremazia e controllo, un mezzo per sistematizzare e industrializzare delle distruzioni di massa.
Ancora oggi, scienza e tecnologia vengono spesso sviluppate con una logica di potere e competizione, piuttosto che come strumenti per il benessere collettivo.
È arrivato dunque il momento di recuperare il vero senso della ricerca scientifica: un sapere libero e orientato al bene comune. Noi giovani ci impegniamo affinché venga ripristinata una scienza indipendente, al servizio delle esigenze globali e della tutela del nostro pianeta. È necessario un cambio di paradigma, a partire dall’energia e dall’impiego delle risorse, così che la tecnologia non sia più guidata dagli interessi di pochi volubili e irragionevoli politicanti, ma dall’obiettivo fondamentale di migliorare il mondo e l’intera Umanità che lo abita, accompagnandone l’evoluzione e disvelandone le infinite possibilità con rispetto e consapevolezza, senza piegarlo a meri interessi, ma accogliendone la ricchezza.
Sfera personale e locale
A livello di Singolo ci proponiamo una singola cosa: mobilitazione. Una mobilitazione che deve partire da noi stessi, intesa come una presa di coscienza personale e come un conseguente atto concreto per trasformare il paradigma scientifico attuale.
Non possiamo arrenderci all’idea che la scienza sia una semplice “stampella” della politica, una pedina da muovere a piacimento per arrogarsi il diritto di decidere per tutti e su tutti. Fintanto che ci continueremo a muovere in quest’ottica, la corsa al riarmo tanto proclamata troverà sempre terreno fertile per proliferare, anche tra coloro che non hanno coraggio di ammettere a gran voce l’assurdità di un sistema che riversa ingenti risorse nelle industrie belliche. La scienza non è e non deve essere testimone e anzi complice di tutto questo.
Tutte le persone di scienza in particolar modo devono essere chiamate a riflettere, a manifestare, a ribellarsi, ad agire.
Laddove le menti non saranno soggiogate dal profitto e dall’indifferenza verso un’etica che deve essere parte integrante della scienza, lì allora potremo riscoprirne la vera essenza. Una scienza che non domina, ma accompagna; che non sfrutta, ma rivela; che si evolve per consentire alla Natura di esprimersi nella sua piena Bellezza e potenzialità benefica.
Il cambiamento di paradigma scientifico, una volta maturato a livello personale, deve tradursi in azione concreta sul territorio, partendo dall’istruzione. Crediamo difatti che il processo di rinnovamento dell’approccio alla scienza e alla tecnologia debba dischiudersi proprio a partire dal seme dell’insegnamento.
Proponiamo dunque l’adozione, già dalle scuole elementari e medie, di un programma educativo che affronti tematiche fondamentali come il legame profondo tra l’essere umano e la Natura, il rispetto dell’ambiente e un uso consapevole della tecnologia e dei social media. Questo percorso deve proseguire nelle scuole superiori con un’educazione civica ben strutturata, che approfondisca e arricchisca gli stessi temi intavolati sin dalla scuola primaria, ponendo un accento particolare sulla dimensione etica e sul rispetto reciproco, principi che la scienza deve necessariamente integrare nel suo sviluppo.
Un programma che non deve terminare con la scuola dell’obbligo, ma che deve trovare terreno fertile anche nel campo universitario.
Crediamo sia fondamentale, soprattutto laddove non sono ancora contemplate, vale a dire in campo scientifico, che vengano introdotti dei corsi obbligatori di “scienza e etica”; in questi spazi di confronto, gli studenti dovrebbero analizzare e sviscerare casi pratici, anche tratti dall’attualità, per discutere e riflettere criticamente sull’uso della tecnologia e sui limiti necessari a garantire un progresso responsabile, non dettato unicamente dalla competizione e dagli interessi economici. Tali lezioni devono inoltre prevedere un dialogo tra il mondo scientifico e umanistico per saldarne il connubio che è connaturato in entrambe le sfere, coinvolgendo non solo docenti e studenti di discipline STEM, ma anche esperti di filosofia, etica e scienze sociali.
Queste “assemblee” universitarie si devono configurare dunque come occasioni di dialogo tra persone di Scienza e persone del ramo umanistico, che abbia come risultato un risveglio del pensiero critico e autocritico delle prime, laddove quest’ultimo sembra sopperire ad una sete di conoscenza che rischia di tramutarsi in una corsa cieca verso l’onniscienza, priva di limiti e di consapevolezza.
Sfera nazionale
A livello nazionale ci proponiamo una discussione costruttiva e sana tra tutte le startup emergenti sul panorama scientifico attuale e le industrie già consolidate.
Questa deve portare alla definizione di linee guida condivise, fondate su una visione di scienza “collettiva”, che operi non a vantaggio di pochi, ma per il bene dell’intera umanità. Come sosteneva Francis Bacon, padre del metodo scientifico moderno, “il vero scopo della scienza è quello di servire e migliorare la condizione umana”.
Queste linee guida non devono limitarsi agli aspetti ambientali, ma includere anche principi etici chiari, stabilendo limiti precisi nello sfruttamento e nell’uso delle risorse. È essenziale dunque incentivare le tecnologie che si dissociano dall’intento bellico e privilegiare quelle che offrono servizi e soluzioni accessibili a livello globale.
La sfera nazionale deve inoltre essere un naturale proseguimento di quella locale: il piano d’istruzione di un’etica scientifica, tecnologica e ambientale deve essere sviluppato su scala nazionale, attraverso un indirizzamento chiaro del personale scolastico e universitario e una diffusione capillare delle iniziative, anche a livello internazionale. Questo permetterà un dialogo etico e scientifico tra diverse nazioni, favorendo lo scambio di idee e iniziative oltre i confini italiani.
L’obiettivo è formare, fin dai percorsi accademici, futuri scienziati e innovatori capaci di instaurare un dialogo intercontinentale, affinché il progresso possa riassestare i suoi ritmi e offrire strumenti equi a ogni Stato. Solo così la scienza potrà tornare a servire l’umanità nella sua totalità, perché il benessere di uno è legato al benessere di tutti.
- Sicurezza
Nell’ultimo decennio, il concetto di sicurezza è tornato frequentemente nel dibattito pubblico e politico, estendendosi a settori diversi (militarizzazione, criminalità, immigrazione, cybersecurity). Etichettandola come questione di sicurezza, qualsiasi problema o sfida politica o sociale si trasforma in prioritaria e urgente. Questo processo viene definito “securitizzazione” e negli ultimi decenni ha investito qualsiasi ambito dell’agire politico. A questo fenomeno si collegano dinamiche di costruzione dell’identità dell’altro come diverso da sé e come minaccia, rendendo la società, nazionale e globale sempre più polarizzata. Ciò ha inevitabilmente portato alla riemersione di idee nazionaliste che, combinate con lo scenario geopolitico attuale, non fanno certamente ben sperare.
L’approccio securitario nei diversi ambiti ha reso necessario distinguere tra la cosiddetta “hard security” e la “soft” o “human security”.
Il concetto di “hard security” si concentra sulla protezione degli interessi territoriali, economici e politici dello stato nazionale, utilizzando risorse statali chiave come le forze militari e di sicurezza interna. Mentre, il concetto di “soft security” si concentra sul benessere degli individui e delle comunità e sulla loro capacità di vivere liberi da paura e situazioni di precarietà.
Sfera personale e locale
Per noi giovani, la sicurezza non riguarda solo l’ambito militare: vogliamo una pace vera, che garantisca diritti, giustizia sociale, e riduzione dei conflitti nelle varie dimensioni della nostra società.
Rifiutiamo la securitizzazione, che ha diviso e isolato le comunità, e proponiamo una sicurezza collettiva, basata sulla fiducia e sull’opposizione attiva a ogni forma di discriminazione e violenza. L’educazione, l’informazione indipendente e il contrasto alle fake news sono strumenti fondamentali per accrescere la consapevolezza dei nostri diritti e diffondere una cultura di pace e nonviolenza.
Anche i consumi quotidiani sono scelte politiche. Il boicottaggio è uno strumento nonviolento per influenzare le aziende che violano diritti o alimentano conflitti. Attraverso scelte consapevoli, possiamo spingere verso cambiamenti concreti.
La sicurezza delle nostre città non è solo una questione di ordine pubblico ma passa dalla cura delle comunità. Gli spazi pubblici diventano sicuri quando sono abitati, attraversati e condivisi. La coesione sociale è la chiave, come per i gruppi di vicinato solidale e reti di mutuo aiuto e spazi d’ascolto per chi subisce violenza o discriminazione. L’educazione deve essere al centro delle comunità (biblioteche di quartiere e scuole popolari) con particolare attenzione alle classi sociali più svantaggiate e marginalizzate. È importante coinvolgere la cittadinanza nei processi decisionali e nella cura del bene pubblico e del territorio. Infine, i gemellaggi tra quartieri o città favoriscono la connessione tra dimensione locale e globale, creando reti di scambio culturale e partecipativo.
Sfera nazionale
Gli Stati hanno la responsabilità primaria di prevenire i conflitti e costruire la pace nei loro Paesi e di fare in modo che gli sforzi nazionali contribuiscano al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.
Noi giovani riteniamo che politiche di sicurezza dovrebbero essere formulate nell’ottica della prevenzione dei conflitti, della protezione dei civili, della giustizia sociale, nella riduzione delle disuguaglianze e nella difesa dei diritti. Nell’ultimo periodo, invece, ci spaventa il modo in cui l’agenda politica si sia bruscamente spostata verso una crescente militarizzazione.
Spesso poi, sono proprio le disuguaglianze sociali ed economiche che vanno ad alimentare tensioni e criminalità. Promuovendo politiche del lavoro inclusive e programmi di reinserimento sociale e lavorativo per persone in uscita dal carcere o persone a rischio criminalità, si potrebbe stimolare a livello nazionale una maggiore cultura della sicurezza e della legalità. Politiche mirate a ridurre le disuguaglianze andrebbero a completare un quadro di buone pratiche che, invece, allo stato attuale di cose non vediamo applicate.
Se parliamo di intelligence e di sicurezza nazionale, i governi dovrebbero basarsi sulla prevenzione e non sulla repressione dei conflitti, sviluppando programmi educativi contro la radicalizzazione ed il crimine e potenziando l’intelligence civile in modo da poter prevenire eventuali minacce interne senza ricorrere a misure repressive.
Inoltre, gli Stati stessi dovrebbero promuovere una cultura di pace e dialogo nelle e tra le comunità. Noi giovani vorremmo che si sostenessero maggiormente modelli di difesa basati sulla resistenza civile non violenta e sulla transizione dell’industria bellica verso settori produttivi pacifici.
Infine, gli Stati nazionali dovrebbero affrontare, in modo trasparente, nel rispetto dei diritti civili e della protezione della privacy, i rischi per il mantenimento della pace posti dalla disinformazione, dall’incitamento all’odio, diffusi sia attraverso le piattaforme digitali che non. Piattaforme digitali che con la loro popolarità, costituiscono al giorno d’oggi, uno dei maggiori pericoli per quanto riguarda la sicurezza dei cittadini e degli Stati.
Sfera globale
Come possiamo tristemente vedere anche al giorno d’oggi, i conflitti e la violenza armata hanno un impatto devastante sulla popolazione, sulle infrastrutture civili e sul patrimonio culturale, colpendo maggiormente le donne, i bambini, le persone con disabilità e altre persone in condizioni di vulnerabilità.
Noi giovani vorremmo un mondo in cui il diritto internazionale e il diritto umanitario internazionale vengano rispettati per davvero, eliminando le disuguaglianze che purtroppo caratterizzano la società globale allo stato attuale.
Riteniamo che i governi nazionali debbano ritornare a vedere nella diplomazia e nella cooperazione internazionale l’unica via per risolvere le controversie, promuovendo accordi di pace e disarmo multilaterale. Inoltre, vorremmo che il focus fosse sullo svecchiamento e il rafforzamento delle organizzazioni internazionali, non sul loro smantellamento.
La nostra generazione richiede che la comunità internazionale rispetti quanto formulato nella Carta delle Nazioni Unite e nella Dichiarazione universale dei principi umani. Vorremmo un diritto internazionale che si basi sulla cooperazione e sul rifiuto della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti.
Vorremmo degli Stati che, di fronte ad un’escalation internazionale, non pensino al riarmo come soluzione ma al dialogo e alle trattative di pace, e che si oppongano ai genocidi e ai conflitti armati.
- Studio
L’istruzione è stata riconosciuta come un diritto umano fondamentale dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, e successivamente ribadita nell’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n. 4 delle Nazioni Unite, che mira a garantire un’educazione di qualità, equa e inclusiva per tutti entro il 2030.
L’accesso all’educazione è uno dei principali strumenti per ridurre le disuguaglianze e promuovere lo sviluppo economico e sociale. Tuttavia, le sfide sono molteplici, dai conflitti alla povertà, fino alla discriminazione di genere.
Sfera locale
A livello locale, il diritto allo studio deve coesistere con iniziative che incentivino la mobilità degli studenti, come agevolazioni sui trasporti pubblici locali. Offrire abbonamenti o sconti sui mezzi di trasporto per gli studenti universitari è una misura importante per ridurre il costo della vita e favorire la partecipazione a eventi culturali e accademici che possano essere complementari all’esperienza universitaria.
Una maggiore inclusione sociale deve essere garantita attraverso l’organizzazione di eventi culturali, sociali e artistici che favoriscano l’integrazione degli studenti nella comunità locale. In questo modo, gli studenti universitari non solo si sentiranno parte di un contesto accademico, ma anche di una rete sociale che contribuisce a ridurre il senso di isolamento che molti fuori sede possono vivere.
I comuni e le regioni devono collaborare con le università locali per organizzare eventi di networking e opportunità di stage o tirocini presso imprese e istituzioni locali, programmi che potrebbero migliorare l’occupabilità degli studenti e avvicinarli al mondo del lavoro, offrendo loro esperienze pratiche che completano la formazione accademica.
In Afghanistan, le restrizioni all’istruzione femminile hanno spinto molte ONG a sviluppare scuole clandestine e sistemi di apprendimento a distanza per permettere alle ragazze di continuare a studiare. Il programma Educate Girls utilizza un modello di coinvolgimento comunitario, lavorando con leader locali per sensibilizzare sull’importanza dell’istruzione femminile e fornendo materiali scolastici alle ragazze che altrimenti non avrebbero accesso alla scuola.
Sfera nazionale
Le condizioni degli studenti sono un tema di crescente rilevanza, dato che il percorso scolastico ed accademico spesso implica sfide economiche, sociali e psicologiche che possono influire negativamente sul rendimento e sul benessere degli studenti. Per migliorare queste condizioni, è fondamentale adottare politiche a livello nazionale che rispondano alle diverse esigenze della popolazione studentesca.
La Finlandia è spesso citata come un modello di eccellenza educativa. Negli ultimi decenni, ha trasformato il suo sistema scolastico attraverso politiche innovative. Tra queste, si annovera l’eliminazione delle valutazioni standardizzate e maggiore enfasi su apprendimento critico e creativo. Anche l’alta formazione degli insegnanti, con percorsi universitari rigorosi e altamente selettivi, e forte investimento pubblico nell’educazione sono punti importanti.
Questi cambiamenti hanno portato la Finlandia ai vertici delle classifiche internazionali come il PISA (Programme for International Student Assessment), dimostrando che un sistema più inclusivo e meno competitivo può garantire alti livelli di apprendimento.
Una delle priorità dovrebbe essere l’ampliamento e il miglioramento delle borse di studio. Molti studenti, in particolare quelli provenienti da famiglie con redditi medio-bassi, si trovano costretti a rinunciare agli studi o a intraprendere lavori part-time che compromettono la qualità del loro percorso accademico. Potenziare le borse di studio, rendendole più accessibili e adeguate ai reali costi della vita universitaria, rappresenterebbe una misura fondamentale. Inoltre, sarebbe utile rendere più trasparente il sistema di distribuzione delle borse, evitando disparità tra le diverse università e promuovendo un sistema basato sul merito, ma che tenga conto anche della situazione socio-economica degli studenti.
Altro ambito su cui intervenire riguarda le infrastrutture universitarie. Gli atenei italiani spesso soffrono di una scarsa manutenzione e di carenze nei servizi offerti agli studenti. Migliorare la qualità delle strutture, garantire spazi di studio adeguati e dotare le università di tecnologie all’avanguardia sono azioni necessarie per rendere l’esperienza universitaria più efficiente e stimolante. In particolare, investire nella digitalizzazione, con piattaforme di e-learning e risorse online, è cruciale in un’era in cui l’apprendimento a distanza è diventato parte integrante della vita accademica.
La questione dell’alloggio rappresenta una grande difficoltà per molti studenti fuori sede. Il costo degli affitti nelle grandi città universitarie è spesso elevato, e l’offerta di residenze universitarie non è sufficiente a soddisfare la domanda. È quindi necessario un intervento mirato a favorire la costruzione di nuovi alloggi a prezzi accessibili, insieme a incentivi per le università che collaborano con enti locali e privati per offrire soluzioni abitative più convenienti.
Infine, va potenziato il supporto psicologico e sociale. La pressione accademica, le difficoltà economiche e la solitudine che molti studenti vivono contribuiscono a un aumento dei disturbi legati alla salute mentale. Creare centri di supporto psicologico nelle università e promuovere una cultura del benessere mentale aiuterebbe a migliorare la qualità della vita degli studenti, prevenendo fenomeni di abbandono e burnout.
In Brasile, il governo ha lanciato Bolsa Família, un programma di trasferimento condizionato di denaro che ha contribuito a migliorare significativamente la scolarizzazione. Le famiglie a basso reddito ricevono un sussidio economico, a condizione che i loro figli frequentino regolarmente la scuola.
Questo sistema ha ridotto l’abbandono scolastico, aumentando il numero di studenti che completano l’istruzione primaria e secondaria, e contribuendo a ridurre la povertà attraverso il miglioramento dell’istruzione.
Sfera globale
Il diritto allo studio è una questione globale che richiede una risposta coordinata a livello internazionale.
Una delle azioni più urgenti riguarda l’accesso all’istruzione di alto livello, che in molte regioni del mondo risulta ancora limitato. Le organizzazioni internazionali, prima tra tutte l’UNESCO, dovrebbero lavorare per promuovere programmi di scambio accademico che garantiscano agli studenti provenienti da contesti svantaggiati la possibilità di accedere a borse di studio internazionali. Inoltre, è fondamentale che i governi collaborino per eliminare le barriere burocratiche e finanziarie che ostacolano l’accesso all’educazione superiore per tutti i giovani, indipendentemente dalla loro provenienza.
La collaborazione tra università di paesi diversi per lo sviluppo di politiche educative comuni, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze globali nell’accesso all’educazione superiore si dovrebbe tradurre in programmi di mobilità internazionale, stage e tirocini transnazionali, nonché progetti di ricerca congiunti che possano aiutare a formare una generazione di studenti preparata a lavorare in un contesto internazionale.
Uno degli strumenti principali per promuovere l’accesso all’istruzione nei paesi in via di sviluppo è il Global Partnership for Education (GPE), un’iniziativa internazionale che ha investito oltre 7 miliardi di dollari per rafforzare i sistemi educativi in oltre 90 paesi. Il GPE lavora con i governi locali per formare insegnanti, costruire scuole e migliorare i curricula, garantendo che i bambini, indipendentemente dal loro background, abbiano accesso a un’istruzione di qualità.
Un altro programma chiave è Education Cannot Wait (ECW), che si concentra sulle emergenze e le crisi umanitarie, assicurando che milioni di bambini rifugiati e sfollati possano continuare a studiare nonostante conflitti o disastri naturali.
Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace
Via della Viola, 1 06122 Perugia – Tel. 3351401733 – Email: perugiassisi@perlapace.it








