Vittoria dei portuali, la nave saudita lascia l’Italia senza armi


Avvenire


Il cargo saudita Bahri Yambu aveva attraccato all’alba per imbarcare un generatore da usare per fini bellici in Yemen: ora è diretto, senza carico, ad Alessandria d’Egitto


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Dopo la protesta dei camalli e la presa di posizione dei loro rappresentanti sindacali, scattata stamattina all’alba al suo arrivo nel porto di Genova, il cargo saudita delle armi, il “Bahri Yambu”, ha lasciato il terminal Gmt dove era attraccato.

La partenza è avvenuta nella tarda mattinata. Sulle banchine, in contemporanea con l’approdo della nave che avrebbe dovuto caricare un generatore elettrico da utilizzare per scopi bellici, su iniziativa della Filt Cigil, sono stati attuati lo sciopero e il presidio dei lavoratori.

La protesta, alla quale hanno partecipato anche i pacifisti di “Genova antifascista”, ha riguardato il blocco di tutti i servizi di mare e di terra inerenti la motonave saudita. Le operazioni di carico sulla nave sono state quindi fermate e il carico è rimasto chiuso nel magazzino dello scalo genovese. Il Bahri Yambu è ora diretto ad Alessandria d’Egitto. Non ci sarà lo scalo a la Spezia che era stato annunciato dal comandante del cargo per prelevare, a quanto sembra, alcuni cannoni di fabbricazione francese. Già la nave saudita era stata bloccata, per le stesse ragioni, nel porto transalpino di Le Havre.

Le armi in questione avebbero dovuto essere usate nella guerra in Yemen e rivolte, secondo le rivelazioni del sito francese Disclose, contro la popolazione civile.

Venuto meno il rischio che la Yanbu effettui altri scali in Liguria o Italia ora l’attenzione dei pacifisti è puntata sulla Bahri Tabuk (una nave gemella) diretta a Marsiglia dove potrebbero essere stati trasferiti i cannoni Caesar costruiti dalla società francese Nexter.

 

«Porti aperti alle persone e chiusi alle armi»

«Riteniamo di dare un piccolo contributo ad un problema grande per una popolazione che viene uccisa giornalmente. Vogliamo segnalare all’opinione pubblica nazionale e non solo che, come hanno già fatto altri portuali in Europa, non diventeremo complici di quello che sta succedendo in Yemen», hanno spiegato stamattina dalla Filt Cgil di Genova, Enrico Poggi e Enrico Ascheri. «Ci saremmo aspettati – prosegue la nota – che il governo e le istituzioni avessero rispettato gli accordi internazionali. Noi continuiamo a pensare che i porti italiani debbano essere aperti per le persone e chiusi alle armi».
L’incontro con il prefetto

Per dirimere la questione, in mattinata il prefetto di Genova, Fiamma Spena, aveva incontrato il segretario della Camera del lavoro, Igor Magni e il segretario della Filt, Enrico Poggi. «Oggi siamo qui come lavoratori con il sindacato che ha bloccato tutte le operazioni sulla “Bahri Yambu” – ha affermato Luigi Cianci, delegato Filt Cgil della Compagnia unica – finché non si fa chiarezza sul fatto che a Genova armi non si caricano».
Il generatore della discordia

Il riferimento è al generatore elettrico prodotto dalla Teknel di Roma (azienda specializzata nella progettazione, assemblaggio, integrazione e test di sistemi e soluzioni militari, ndr) che ha un contratto con la Nato: «Per l’agenzia marittima che ha in consegna il carico – aggiunge Cianci – si tratta di un carico civile ma siccome la Teknel ha un contratto con la Nato per noi questa è una zona grigia tra civile e militare».

22 maggio 2019

Avvenire

 

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