Per un mondo senza armi atomiche


L’Osservatore Romano


I vincitori del premio Nobel nella dichiarazione consegnata a Papa Francesco sottolineano la necessità di «costruire un sistema di sicurezza internazionale inclusivo ed equo, in cui nessun paese senta il bisogno di affidarsi alle armi nucleari».


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SEOUL, SOUTH KOREA - MAY 2: A stack of scrapped missiles, the South Korean Nike (L, back), the US Hawk (front) and the North Korean Scud (C, back) displayed at a war museum on May 2, 2005 in Seoul, South Korea. North Korea apparently test fired a missile into the Sea of Japan raising new fears about Pyongyang's nuclear intentions just days after a U.S. intelligence official said the secretive Stalinist state had the ability in theory to arm a missile with a nuclear warhead.  (Photo by Chung Sung-Jun/Getty Images)

«Il solo modo per assicurare una pace mondiale sostenibile e impedire che le armi nucleari si diffondano e vengano usate è abolirle». Ne sono convinti i vincitori del premio Nobel che hanno partecipato al simposio in Vaticano. In una dichiarazione consegnata a Papa Francesco essi sottolineano al contempo la necessità di «costruire un sistema di sicurezza internazionale inclusivo ed equo, in cui nessun paese senta il bisogno di affidarsi alle armi nucleari». Infatti, spiegano, «basterebbe eliminare le armi nucleari per rilasciare le risorse necessarie per questo cambiamento». Perché «con il disarmo, le possibilità sono illimitate».

Il documento si apre con espressioni di gratitudine per l’attenzione che Francesco «presta alle questioni pressanti del presente» soprattutto «in questo momento di profonda tensione tra paesi dotati di armi nucleari». Quindi richiama «la positiva conclusione» dei negoziati del 7 luglio alle Nazioni Unite con il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, che «nonostante la mancanza di partecipazione degli stati dotati» di arsenali nucleari «apre una strada per andare avanti verso un mondo libero» dall’atomica. Del resto, la «convenzione inizierà a stabilire una nuova normativa giuridica internazionale e stigmatizzerà dette armi e gli stati che finora rifiutano di abbandonarle». In proposito i premi Nobel ricordano come anche gli stati che non hanno appoggiato il Trattato del 7 luglio ma sono parte del Trattato di non proliferazione (Npt) debbano ancora rispettarne gli obblighi.

Quindi il documento sottolinea i meriti dell’«azione concertata della società civile, delle comunità religiose, delle organizzazioni internazionali e degli stati che desiderano ferventemente un mondo libero dal nucleare» nel conseguire risultati positivi. E assicura che «alla fine, sarà il lavoro costante di questi settori ad aprire il cammino perché gli stati dotati di armi nucleari finalmente abbandonino tali armi, capaci di cancellare la vita così come la conosciamo in un battere di ciglia. Non sarà un compito facile, ma è possibile». Da qui l’auspicio per l’avvio di «un meccanismo di controllo multinazionale della produzione di materiale fissile», al fine di contrastare «il fenomeno emergente del numero sempre crescente di paesi che diventano “stati capaci di armi nucleari”, in possesso della tecnologia che potrebbe essere utilizzata per produrre armi nucleari». Ma, avvertono i premi Nobel, «perché un tale meccanismo funzioni deve essere universale, equo e apolitico».

Oltre al «disarmo nucleare totale», la dichiarazione richiama l’attenzione anche sui «sistemi emergenti di armi letali autonome, che da sole potrebbero puntare e uccidere esseri umani. È imperativo domandarsi quale etica e moralità possa indurre gli esseri umani a ritenere che sia giusto dare alle macchine la capacità di uccidere. La soluzione migliore a questa incombente terza rivoluzione nella guerra è bandire tali armi preventivamente, prima che appaiano sui campi di battaglia». Perché, conclude il documento, «bandire le armi nucleari e promuovere la pace e il disarmo integrale significa mettere l’umanità al primo posto e rispondere alle gravi sfide che dobbiamo affrontare: il cambiamento climatico; un’economia globalizzata che esalta l’accumulo di ricchezza per amore della stessa e si preoccupa poco di rispondere ai bisogni della maggioranza dei miliardi di persone che condividono il nostro pianeta; e il terrorismo di ogni genere, compreso quello di stato». Del resto «le strutture di sicurezza nazionale che si affidano alle armi, al militare e alla proiezione del potere dello stato, non possono proteggerci dalle sfide del mondo attuale». Dunque «è ora di riconoscere che la vera sicurezza giunge dal concentrarsi sulle risposte ai bisogni degli individui e delle comunità — sicurezza umana — e dal proteggere e promuovere il bene comune».

Durante l’udienza il Pontefice è stato salutato a nome dei presenti dal presidente del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, che ha organizzato l’incontro di due giorni in Vaticano. Lo stesso cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson aveva dato il benvenuto ai partecipanti nella sessione di apertura svoltasi a inizio mattinata, illustrando le finalità del simposio e le modalità di svolgimento.

11 novembre

Osservatore Romano

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