Trentamila soldati in più visti da Kabul


Emanuele Giordana - Lettera22


Reportage dalla capitale afgana. Aspettando Obama, che ha annunciato l’invio di 30mila militari americani in Afghanistan, tra negoziato e il rilancio dell’idea di Petraeus: armare le milizie di villaggio.


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Trentamila soldati in più visti da Kabul

Kabul – Le scarpe sporche di fango e sangue trascinano piedi stanchi nella mattina senza sole di Eid al-Adha, una festa religiosa del mondo musulmano che celebra il sacrifico di Abramo. Si tiene il decimo giorno del mese di Dhul Hijja e cioè, quest'anno, alla fine di Novembre. Legata al pellegrinaggio sacro, la festa risuona dei salmi che la televisione, inondando locali e strade, spara direttamente dalla Mecca dove si accalcano i pellegrini. Ma qui la coda non è per vedere la sacra pietra nera. In fila in una strada di Wazir Akbar Khan, un centinaio di poveracci sta aspettando di ricevere da qualche ricco patrono locale i pezzi di pecora o montone che sono appena stati sacrificati per ricordare il gesto di Abramo, Ibrahim ovviamente, da queste parti. Negli scoli a cielo aperto scivola il sangue delle povere bestiole e lo stomaco squarciato lungo le strade, riversa l'ultimo pasto dell'agnello sacrificale.

Gli scoli a cielo aperto, caratteristica di ogni città del mondo povero, li stanno tutti risistemando a Kabul. Una sorta di frenesia ha conquistato la municipalità che sta riassettando le strade e i cunicoli zeppi di spazzatura dove l'acqua ristagna lungo i marciapiedi. Ma rifare una parte del centro di Kabul non è esattamente mettere mano alle priorità di una popolazione di quattro milioni di abitanti e che continua ad essere l'unica attrattiva di un paese in guerra e senza lavoro. E' nulla anche rispetto alla frenesia edilizia, privata e pubblica, che ogni giorno fa cambiar volto alla città. Ti giri e quel palazzo non c'è più- Vieni dopo tre mesi e un nuovo edifico ha già occupato il suo posto. Sono banche, uffici di compagnie di sicurezza e trasporto – i due grossi business dell'Afghanistan – negozi di sport o di abbigliamento pseudo occidentale che fa molta presa su quel tassello di classe media che vive o lavora in centro. La osserviamo in un caffé della capitale ricopiato sul modello big burger: nessuno porta più gli abiti eleganti della tradizione ma soprabiti di finto cuoio, giacche attillatissime porporine e scarpe rigorosamente a punta. In centro nemmeno il burqa si vede più: signorinette col velo ma i tacchi alti si pavoneggiano tra gli sguardi trasversali di un universo per lo più maschile. Solo qualche cenciosa poveretta che tende la mano ai passanti, col burqa sfilacciato e rappezzato, ricorda il dramma del mondo femminile che, a pochi chilometri dal centro, si misura in povertà, acqua dal pozzo di quartiere, luce a singhiozzo, strade piene di fango adesso che l'inverno porta pioggia e tra un po' la neve. A ricordare la povertà feroce resiste invece un esercito di bambini pieni di muco. Con le mani sudice trafficano nell'immondizia, spingono cariole di malta, vendono cicche sbiadite in sporchi contenitori di cartone. Quattro-cinque 5mila? Il doppio? Non c'è certezza in un paese dove il catasto è un'idea e il modo di contare – come ha ben evidenziato l'elezione del presidente – è un'opzione declinabile a proprio gusto.

Nel centro residenziale della città, le ambasciate sono rinchiuse in una sorta di limbo sospeso sulla capitale. Per guadagnarne una bisogna fare chilometri a piedi o avere una macchina con lasciapassare. Diplomatici, funzionari dell'Onu, amministratori di compagnie straniere, cooperanti restano rinchiusi nei loro uffici blindati da regole di sicurezza ormai parossistiche che impongono l'uso dell'auto blindata per ogni spostamento. Così, se quando i talebani il 28 ottobre pensavano di aver assestato un colpo uccidendo cinque internazionali in una Guest House di Sharenaw, adesso sanno di aver fatto centro. Il capo di Unama, Kai Eide, ha dichiarato che la metà del personale straniero avrebbe fatto le valige ma le indiscrezioni dicono che sarà ridotto a un terzo. Tutti hanno stretto le misure di sicurezza. E mentre infuria la battaglia sulla corruzione – il grande tema che occupa le polemiche sulla capacità o meno del governo Karzai di potervi porre rimedio – è lecito domandarsi chi controllerà cosa visto che nessuno esce più per vedere e monitorare i progetti pagati fior di milioni dalla comunità internazionale.

Su tutto grava l'incubo di una guerra che non accenna a finire e sembra senza sbocco. Vista da Kabul, dalle sue strade fangose in inverno e polverose d'estate, anche l'annunciata decisione di Barack Obama sembra più che altro un discorso da salotto. Se il presidente Usa ha annunciato ieri l'invio di 30mila soldati, come ampiamente anticipato, 40mila, come richiesto, 10 o 20mila come forse avrebbe preferito, non sembra che questo interessi molto gli afgani. Né che cambierà le sorti di una guerra che gli stessi militari sanno non può essere vinta con le armi. Come allora?

Benché mullah Omar abbia appena respinto al mittente le aperture fatte da Karzai nel giorno del suo insediamento, il tam tam sotto traccia dice che le trattative sono in corso. E da tempo. Non tanto quelle benedette dai sauditi e che procedono attraverso gli ex talebani ora mediatori di conflitto. Ma nei territori dove si spara davvero. Qualcuno dice che diversi tentativi sono già andati a monte perché, una volta presi gli accordi col comando locale di Isaf-Nato per una tregua, poi arrivavano le forze speciali a guastare tutto. Altri raccontano che i talebani (quali? In rappresentanza di chi?) avrebbero accettatola Costituzione a patto di alcuni emendamenti. E che persino sul ritiro delle truppe come precondizione si starebbe negoziando. Ma chi esattamente si muova in questa filiera segretissima non è dato sapere. Anche perché ci sono ben altre notizie.

Sembra che il vecchio piano ideato dal generale Petraeus (ex comandante in Iraq) stia resuscitando dopo un avvio difficoltoso e che sembrava averlo archiviato: armare le milizie nei villaggi, una sorta di guardia nazionale civile pro governo. Questa volta però sarebbe la Nato stessa a seguire un'operazione che, ufficialmente, sarebbe diretta dal ministro dell'Interno e farebbe parte del cosiddetto V pilastro della riforma della polizia. Un piano, sogghigna un diplomatico, “per far fuori definitamente le Nazioni unite” e le loro velleità negoziali. Vero, falso? Il sangue nel rigagnolo mi ricorda che questo è un paese in guerra. Tutto è lecito dunque.

Fonte: Lettera22 e il manifesto

2 dicembre 2009

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