In ricordo di Giorgio Nebbia. La necessità di interrogare la natura


La redazione


Oggi i funerali a Roma. Per ricordarlo pubblichiamo un suo articolo del 2015, ancora oggi attualissimo, che parla del consumo di energia e delle sue devastanti conseguenze sui cambiamenti del clima.


CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterEmail to someoneGoogle+
NEBBIA (1)

Giorgio Nebbia, pioniere del movimento ambientalista italiano, parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992), è morto all’età di 93 anni. Ha studiato per una vita la scienza delle merci, la sua materia di insegnamento era infatti la merceologia, dedicandosi ad approfondimenti sull’impatto ambientale e la ecosostenibilità. Le sue battaglie le ha combattute al fianco di personaggi come Antonio Cederna, Mario Fazio, Alfredo Todisco, Fulco Pratesi e Virginio Bettini. Era professore emerito dell’Università di Bari, dove ha insegnato dal 1959 al 1995.

Nato a Bologna il 23 aprile 1926, Giorgio Nebbia si laureò in chimica nel 1949 e fu assistente del professore Walter Ciusa all’Università di Bologna fino al 1959, anno in cui divenne ordinario di merceologia presso Facoltà di Economia dell’Università di Bari. Ha ricevuto lauree honoris causa in scienze economiche e sociali dall’Università del Molise e in economia e commercio dagli atenei di Bari e Foggia.

 

Giorgio Nebbia ha orientato i suoi studi nel campo della merceologia (disciplina che si occupa dello studio, della produzione, delle caratteristiche e dell’uso delle merci) verso l’analisi del ciclo delle merci. Nel campo dell’utilizzazione delle risorse naturali si è dedicato a ricerche sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Di particolare interesse l’archivio sull’utilizzazione dell’energia solare e sulla dissalazione dell’acqua di mare. L’archivio contiene documenti, in molti casi unici, sui lavori delle conferenze internazionali e delle commissioni a cui Nebbia ha partecipato.

A partire dai primi anni Sessanta Nebbia ha pubblicato oltre duemila articoli sulla stampa quotidiana (“Il Giorno”, “Il Messaggero”, “L’Unità”, “Il manifesto”, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “Liberazione”) e oltre 1.260 articoli su molte decine di periodici.

Una raccolta di suoi saggi dal titolo “Scritti di storia dell’ambiente e dell’ambientalismo 1970-2013” è stata pubblicata dalla Fondazione Micheletti.

Giorgio Nebbia è autore di diversi libri, tra i quali “L’energia solare e le sue applicazioni” (Feltrinelli, 1966), “Il problema dell’acqua” (Cacucci Editore, 1969), “Lezioni di merceologia” (Laterza, 1981), “La società dei rifiuti” (Edipuglia, 1990), “Lo sviluppo sostenibile” (Edizioni Cultura della pace, 1991), “Le merci e i valori. Per una critica ecologica al Capitalismo” (Jaca Book, 2002).

I funerali saranno oggi, venerdì 5 luglio, alle ore 10.30, presso la parrocchia San Mattia Apostolo, in via Renato Puccini 285. Per volontà del defunto, come ha ricordato la famiglia, “si prega di non portare fiori, ma di fare eventuali donazioni alla Fondazione Luigi Micheletti di Brescia”. L’archivio ‘Giorgio e Gabriella Nebbia’ è depositato, infatti, presso il Centro di Storia dell’Ambiente promosso dalla Fondazione Luigi Micheletti.

 

PUBBLICHIAMO UN SUO ARTICOLO:

La necessità di interrogare la natura
di Giorgio Nebbia*
 
“L’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire; finirà per distruggere la Terra»: queste parole furono pronunciate da Albert Schweitzer, il grande pensatore premio Nobel per la pace, nel 1953, quando le bombe atomiche esplodevano nell’atmosfera.
Esplosioni che stavano diffondendo atomi radioattivi e cancerogeni su tutto il pianeta. Nei decenni successivi l’umanità ha conosciuto un aumento dei consumi e dell’uso dell’energia e delle risorse naturali, accompagnato da un corrispondente aumento della diffusione nel pianeta di rifiuti solidi e liquidi e di gas come anidride carbonica, metano, composti clorurati, eccetera, che stanno modificando la composizione chimica dell’atmosfera con conseguente aumento della temperatura media del pianeta.
Tale aumento provoca alterazioni nella circolazione delle acque e le conseguenze si vedono sotto forma di più frequenti violente tempeste o lunghe siccità, di avanzata dei deserti in alcune zone, di frane e allagamenti in altre.
Gli effetti negativi dei cambiamenti climatici potrebbero essere contenuti attraverso una limitazione delle attività umane inquinanti, ma qualsiasi tentativo in questa direzione è finora fallito perché danneggia potenti interessi economici, gli affari, le finanze, le imprese, i produttori di petrolio e di energia o gli sfruttatori delle terre agricole e delle foreste.
Già novanta anni fa i biologi matematici Volterra e Kostitzin avevano spiegato che l’intossicazione dell’ambiente dovuto ai rifiuti delle attività dei viventi porta ad un inevitabile sofferenza e declino delle popolazioni che tale ambiente occupano, tanto più rapido quanto maggiore è la produzione di rifiuti. E quarant’anni fa Commoner (“Il cerchio da chiudere”) aveva scritto che i guasti ambientali sono proporzionali al “consumo” pro-capite di merci e risorse naturali e alla conseguente produzione di scorie. Temi poi ripresi dal libro sui “Limiti alla crescita”. Tutte cose ridicolizzate o dimenticate o ignorate dal potere economico e dalle autorità politiche perché disturbano il “normale” andamento delle cose.

Che fare per, almeno, attenuare costi e dolori? Ci sono varie alternative: quella attuale è andare avanti come al solitoignorando il fatto (certo) che ci saranno sempre più frequenti disastri ambientali  come quelli che hanno devastato la bella Nuova Orleans, o le Filippine, o le fortunate isole e coste turistiche, e rimediando i danni con i soldi.
In Italia si invoca lo stato di calamità naturale che consiste nel chiedere soldi pubblici per risarcire chi perde la casa, e i beni o i raccolti, o i macchinari delle fabbriche, o per ricostruire strade e ferrovie e scarpate e ponti travolti dalle intemperie o dalle frane e alluvioni. Soldi che vengono poi spesi in genere per ricostruire negli stessi posti che saranno di sicuro devastati da eventi futuri.

Lo stesso vale per i disastri mondiali per i quali le comunità locali o internazionali spendono soldi per risarcire i danni che le persone hanno subito, per l’imprevidenza dei loro governi i quali non hanno preso le precauzioni — tanto per cominciare la limitazione delle emissioni di gas serra — che avrebbero salvato vite e beni; poco conta se aumentano i dolori umani e le morti che non entrano nelle contabilità nazionali e aziendali; poco conta se l’agire “come al solito” provoca migrazioni di masse umane in fuga dall’avanzata dei deserti, dalle zone devastate da cicloni e frane e provoca conflitti senza fine fra popoli che si contendono terre in cui vivere.
La seconda alternativa è offerta dalla recente invenzione della resilienza, cioè dell’adattamento alle prevedibili catastrofi senza fare niente per prevenirle. Si sa che le tempeste tropicali e l’aumento del livello degli oceani potranno danneggiare le strutture costiere: pensiamo allora a costruire edifici su piloni, barriere nel mare per proteggere le rive; si sa che le più frequenti e intense piogge provocano frane e alluvioni: pensiamo a costringere i fiumi dentro canali e argini artificiali. La fantasia dei “resilientisti” è senza fine nel suggerire come adattarsi alla “cattiveria” della natura e del pianeta senza ricorrere a divieti che rallenterebbero il glorioso cammino della crescita economica.

Ci sarebbe un’altra soluzione; dal momento che si può interrogare la natura e prevedere come circoleranno le acque e le masse d’aria in conseguenza di quello che stiamo facendo al pianeta e dal momento che non sembra ci sia nessuna ragionevole possibilità di frenare le modificazioni in atto, cioè di consumare meno energia o di rallentare i consumi, si potrebbe cercare almeno di non occupare gli spazi, pure economicamente appetibili, dove si manifesteranno le forze distruttive della natura.

La chiamavano pianificazione territoriale ed era insegnata anche in cattedre universitarie ed era stata raccomandata e spiegata da studiosi, ed era perfino stata ascoltata, se pure non attuata, da alcuni uomini politici illuminati e presto spazzati via. Perché perfino il minimo rimedio della pianificazione presuppone lo “sgradevole” coraggio di dire di no, di vietare la presenza umana nelle zone ecologicamente fragili ed esposte a frane, marosi, tempeste e ad altri eventi catastrofici.

Il divieto di costruire opere permanenti, ad esempio a meno di cento metri di distanza dalla riva del mare o dei fiumi, per permettere alle onde e alle acque di recuperare i propri spazi naturali, una minima azione di prevenzione, priva l’uso delle zone più appetibili e ne danneggia i proprietari; un divieto inaccettabile perfino allo stato che, teoricamente, sarebbe il proprietario di parte delle coste e rive, come dimostra la frenesia di vendere le spiagge ai “concessionari”, dopo che essi hanno già devastato le zone ricevute in affitto.
La pianificazione e la prevenzione non rendono niente ma anzi costano e disturbano la proprietà (privata ma anche pubblica); poco conta che tali costi permettano “ad altri” di risparmiare costi futuri. Nessuna ragionevole persona, nella società del libero mercato, deve spendere neanche un soldo pensando “ad altri”, non al prossimo vicino e tanto meno al prossimo del futuro. Quando ci fanno vedere alla televisione le file di cadaveri, le persone disperate nel fango, al più rivolgiamo un pensiero a “quei poveretti”, fra una forchettata e l’altra. E così, con allegra incoscienza e ignoranza di singoli e di governanti, si corre spensieratamente verso un ancora più sgradevole futuro.

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterEmail to someoneGoogle+

Lascia un commento