Riace, migranti non sono merce!


Corriere.it


I migranti di Riace: «Noi restiamo qui». Il sindaco: «Non sono merci» Domani a Reggio Calabria ci sarà l’udienza al Tribunale del Riesame che deciderà sulla sua libertà. Per i migranti, l’idea di chiedere aiuto alla Regione


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Foto di Roberto Brancolini

 

«Ma come posso andarmene da qui? — dice Gabriel Hiffan, 30 anni del Ghana — io mi sono fatto tre anni di inferno in Libia aspettando che arrivasse il mio turno per salire sul barcone, sono arrivato a Lampedusa, da due anni sono a Riace con mia moglie e 5 mesi fa è nata la nostra bambina che abbiamo chiamato Giuseppina. Un nome italiano, capito? Perché Riace ormai è la mia vita…». Ce ne sono tante di storie così, qui a Riace, «città dell’accoglienza» come avvertono pure i cartelli stradali all’ingresso. Il vicesindaco Giuseppe Gervasi, sotto una bomba d’acqua, è andato a suonare a casa del sindaco, in via Milano, perché c’è un matrimonio da celebrare e ha bisogno della fascia tricolore. Domenica amara, per Mimmo Lucano, dal 2 ottobre agli arresti domiciliari. E solo un poco riesce ad addolcirla la cassata al forno che gli porge sua figlia Martina: «Ce l’hanno mandata dei compagni da Palermo, papà». Ma il sindaco dal pugno chiuso ha l’umore sotto le scarpe.
Il Riesame

Domani a Reggio Calabria ci sarà l’udienza al Tribunale del Riesame che deciderà sulla sua libertà. Ma il sindaco non sembra pensarci troppo: «Sono molto abbattuto — dice — non mi fido più di nessuno, pronto sempre a combattere sì ma non sono mica un robot, certe accuse fanno malissimo e restano dentro. Le persone non sono merci, come può il Viminale pensare di trasferirle, di portarle via da Riace, dove con pazienza e fatica hanno ricostruito le loro vite? Chiedono i rendiconti di tutte le spese, giusto, giustissimo, ma lo sanno che le cose che facciamo qui non sono manco scritte nelle loro linee-guida sull’accoglienza? Qui noi facciamo il villaggio globale…». S’indigna Lucano, il nostro «prigioniero politico», lo chiama così il maliano Daniel, anche lui approdato a Lampedusa su un barcone.

Il progetto Sprar

L’umore di tutti qui è plumbeo, anche perché lo Stato ha smesso di finanziare il progetto Sprar dall’anno scorso e i soldi sono finiti soprattutto per i rifugiati. Così hanno chiuso i laboratori di ceramica, d’artigianato. «Io soffro d’asma ma non posso più andare in farmacia», racconta Elvis Edos, nigeriano. I 35 euro al giorno sono un miraggio da molti mesi, i negozi qui hanno sempre accettato dei «buoni» sulla fiducia emessi dal Comune, ma non è più così sicuro che la fiducia continuerà. «La grande paura è quella di dovercene andare», ammette Tahira, pachistana, da tre anni a Riace col marito Bashir e la figlioletta Ifra.
Al bar

Al bar di Guglielmo in via Roma e al bar di Alessio, in piazza Municipio, gli unici punti di raduno per italiani e stranieri in questa domenica piovosa, Rino, Renato, Gerardo, muratori che si fanno una birretta prima di rientrare nelle case, dicono tutti una cosa importante: «Anche noi siamo stati migranti, anche noi ce ne siamo andati dal nostro paese — ricorda Antonio — Io partii a 13 anni perché qui non c’era lavoro, lo trovai ai canali di Pinerolo, dove guardavo le mucche. Per 50 anni sono stato via…». Ecco perché i riacesi oggi si mostrano solidali. «Io fino a quando lavoravo con le cooperative del progetto Sprar riuscivo pure a mandare qualche soldo a casa — interviene Elvis, nigeriano — Ora è finita». I vecchietti di via Roma dicono che «se se ne andranno i migranti, resteremo soli e non avremo più compagnia. Perché anche i nostri giovani se ne sono andati…».
La Regione

Una soluzione, però, ci sarebbe e Lucano in cuor suo ci sta già pensando. Se domani il Riesame lo rimetterà in libertà è sicuro che comincerà a lavorarci. Abbandonare il progetto Sprar, ma salvare il «modello Riace». Ecco la formula: chiedere aiuto alla Regione Calabria e farsi finanziare i progetti. Dopotutto, gli immigrati che stanno qui sono liberi cittadini e con una casa e un lavoro in regola, con il loro permesso di richiedenti asilo, avrebbero tutto il diritto di rimanere. Ma serve il lavoro, appunto. Il lavoro che non c’è più.

14 ottobre 2018

Corriere della Sera

 

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