Il caso di Como inquieta più della violenza di Ostia


Tommaso Cerno - repubblica.it


Ciò che inquieta di queste immagini è proprio la normalità, il conformismo di quel gruppo di neonazisti che si sentono di nuovo in pieno diritto di agire alla luce del sole.


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casocomo

Pochi fotogrammi di un video che ci mostrano il ritorno di una destra fascista che si sente nel pieno diritto di cittadinanza democratica.

La scena che abbiamo documentato è surreale. Ed è destinata a ripetersi ancora. Perché ci mostra il salto di qualità che i gruppi neonazisti stanno facendo in Italia, coscienti che la pregiudiziale contro di loro è caduta e che a destra ormai il ritorno di slogan, sigle e simboli che credevamo sepolti dalla storia è considerata normale da molti italiani.

Accade qualcosa di simile a ciò che avveniva negli anni Venti, quando ancora ripetevamo che non c’era alcun pericolo. Che tutto era normale. Che si trattava di gruppi isolati.

Ecco, un gruppo “isolato” di Skinhead è partito dal Veneto per una trasferta “ideologica” nel comasco.

Si tratta di uno dei gruppi neofascisti più antichi e forti della destra estrema italiana. Non hanno in mente di menare le mani, ma di spaventare le menti. Di interrompere la vita democratica del Paese comparendo dal nulla, di congelare per qualche minuto il diritto di discussione durante una riunione di “Como senza frontiere”, una rete che unisce decine di associazioni che si occupano di migrazioni. Siamo a Como al chiostrino di Santa Eufemia.

Gli Skinhead venuti dal Veneto entrano in fila indiana, come una squadra militare. Sono tutti rasati, identici nell’espressione del volto, chiusi nel loro bomber nero, con lo sguardo vuoto. Il capo banda, o chi è stato delegato a parlare per tutti, si porta al centro della sala. Tiene in mano un foglio per leggere. L’effetto è quello di un vero e proprio proclama dai toni inquietanti. Il tono è pacato e scandito. Nella sua voce c’è qualcosa di freddo. La lettura è frastagliata, come se non comprendesse a pieno il senso delle parole scritte lì sopra, probabilmente scritte da qualcun altro.

Non ci sono voci alzate, né urla. Non c’è la violenza fisica e nemmeno la minaccia. Non c’è il sangue di Ostia, il giornalista con il naso rotto dal rampollo Spada. C’è il gelo di chi vede accadere qualcosa che sembrava sepolto nella storia. E che invece riemerge dal buco nero del nazionalismo che l’Italia, come l’Europa, in questi decenni hanno tenuto sotto le braci ma non hanno mai spento davvero.

Ciò che inquieta di queste immagini è proprio la normalità, il conformismo di quel gruppo di neonazisti che si sentono di nuovo in pieno diritto di agire alla luce del sole.

E’ un gruppo conosciuto, sono partiti da Como due giorni fa per un tour neonazi. Qualcosa che somiglia all’annuncio di un ritorno nelle strade. Una specie di avvertimento, di rito iniziatico che annuncia la loro battaglia nel silenzio generale del Paese. E di fronte a uno Stato impotente, che non sa come classificare questo episodio.

Non usano la parola fascismo, non inneggiano al Duce o al Führer, schivano le trappole dei divieti di stato. Parlano di migranti, di razza, di patria.

Le parole d’ordine sono quelle della destra xenofoba, ma sono agganciate alla paura di futuro dell’Italia degli ultimi: lavoro, schiavismo, padroni, immigrazione, popoli sacrificati al capitalismo, propaganda, clericalismo.

Le facce di chi ascolta sono basite, a metà fra gentilezza e paura. Lo skinhead con il foglio in mano finisce di leggere e si commiata “autorizzando” il gruppo a riprendere la discussione su “come rovinare la nostra patria”.

E’ la minaccia più velata e più strisciante, quella del conformismo fascista che più di tutte ricorda gli anni Venti. La gentilezza di chi ti dice che puoi continuare a parlare, ora che ti è stato detto che ciò che dici sta tornando a essere pericoloso. Per te e per gli altri.

Si sente una voce alzarsi dal gruppo e chiedere “rispetto” allo Skinhead. E’ lo stesso rispetto, dicono quelli di “Como senza frontiere”, che loro hanno tenuto nei confronti degli skinhead. I quali, ordinatamente, come militari, escono dalla stanza lasciando il proclama – in modo da poter essere studiato – uno identico all’altro.

Per spostarsi chissà dove a ripetere quelle inquietanti e pacate minacce. Nell’Italia che, ormai settantadue anni fa, aveva bandito dalla Costituzione il fascismo.

 

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