Armi leggere, traffici pesanti


Francesco Palmas - www.avvenire.it


Secondo i dati emersi dal rapporto Small Arms Survey 2012, c’è un settore di mercato che si sta facendo beffe della crisi economica mondiale: le armi di piccolo calibro generano un flusso di denaro superiore a 8,5 miliardi di dollari, oltre il doppio rispetto al 2006.


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C’è un settore di mercato – tutt’altro che nobile – che si sta facendo beffe della crisi economica mondiale. Secondo il rapporto Small Arms Survey 2012,«il valore annuo dei trasferimenti legali di armi leggere e di piccolo calibro, compresi accessori, ricambi e munizioni supera gli 8,5 miliardi di dollari», oltre il doppio rispetto al 2006. Se si sommano i traffici illeciti, i profitti varcano la soglia fatidica «dei 10 miliardi di dollari l’anno», precisa Eric Berman, direttore generale della ricerca. Nonostante i bilanci occidentali della difesa siano sempre più ridotti, le prospettive per gli armamenti leggeri non sono affatto negative. Nel 2009, «anno in cui i dati disponibili sono più affidabili», gli Stati Uniti hanno primeggiato fra gli esportatori, con 706 milioni di dollari, seguiti dall’Italia (507 milioni) e dalla Germania (452 milioni). Sempre gli Usa, il Regno Unito e l’Arabia Saudita figurano tra i principali importatori.
I francesi si piccano di avere il leader mondiale nella produzione di macchinari per munizioni (Manhurin) e, alla faccia della trasparenza, hanno giocato un brutto scherzo alle organizzazioni non governative. Per la prima volta nella storia del salone Eurosatory (giugno 2012), Amnesty international France, Ccfd-Terre solidaire e Oxfam France sono state interdette dall’accedere agli stand, opulenti in armi leggere e di piccolo calibro.

È un cattivo segno, seguito dal fallimento del trattato sulla moralizzazione delle vendite d’armamenti convenzionali, arenatosi a luglio all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno la maggiore responsabilità, avendo rifiutato di includere le munizioni nel testo del trattato. Producono più di 6 miliardi di cartucce l’anno. La Cina ha preteso di escludere le armi leggere, che esporta massicciamente verso i paesi in via di sviluppo. Per lei sono affari d’oro: che si tratti di fucili d’assalto o di lanciagranate automatici, il marchio Norinco è il principale fornitore di armi leggere in Africa, ove fattura 500 milioni di dollari l’anno, contro i 250 del 2006. Non paga, Pechino ha aperto tre fabbriche di armi leggere in Sudan, vicino a Khartum, per poi espandersi in Zimbabwe e in Mali. Degli impianti sudanesi non si sentiva proprio il bisogno: il paese è fra i pochi in Africa a disporre di un’industria della difesa. La Military industry corporation produce fra l’altro munizionamento e proiettili, alimentando le tensioni in Darfur e col vicino meridionale.

«Impossibile sapere con certezza quante armi circolino attualmente nel mondo”, precisa Matt Schroeder, coautore del rapporto Small Arms Survey. Ma le stime lasciano pochi dubbi. Mai nella storia dell’uomo c’è stata una diffusione così capillare di armamenti leggeri e di piccolo calibro: fucili automatici, mitragliatrici, lanciagranate, revolver, mortai, missili portatili anticarro e antiaereo, mine e così via. Non meno di 500 milioni di esemplari insanguinano i quattro angoli del pianeta. Nella sola Africa, ne circolano 100 milioni. Con le conseguenze ben note: il 90 per cento delle vittime di guerra sono uccise da armi leggere. Temibilissimi sono i missili terra-aria portatili, che offrono tutte le caratteristiche bramate dai terroristi: sono poco ingombranti (1 m), leggeri (20 kg), facili da dissimulare e possono colpire un aeromobile a 4mila metri di distanza. Dato non trascurabile: sono poco onerosi. Sul mercato clandestino uno Stinger vale da 80mila a 250mila dollari. Non meno di 750mila missili si trovano oggi in giro per il mondo. Trenta organizzazioni terroristiche e guerrigliere possiedono Sa-7, Sa-14, Sa-16, Sa-18, Redeye o Stinger: fra loro si trovano senza sorpresa al-Qaeda, Hezbollah, le Farc colombiane e altri.

I dati doganali parlano chiaro: ogni anno si aggiungono al triste computo 530-580mila nuove armi da fuoco, prodotte da un migliaio di aziende in un centinaio di paesi. Il fucile d’assalto belga Fal è fabbricato fra gli altri in Argentina, Australia, Brasile e India e adoperato da almeno 65 eserciti. Il famoso Kalashnikov è stato prodotto in 100 milioni di esemplari e sul mercato nero africano lo trovi per 30 dollari, sia nella versione Ak-47, sia nelle più recente Ak-74. Arma eserciti, miliziani, guerriglieri e banditi. Osama Bin Laden amava farsi fotografare con l’Akr, mentre nei filmati di Ayman al-Zawahiri spicca in primo piano un Ak-74 dotato di lanciagranate. Fra i movimenti rivoluzionari, palestinesi o islamici, sono in voga le bandiere effigiate con un Ak-47.

Secondo l’Ong Oxfam, i 26 paesi sotto embargo internazionale o regionale sono riusciti a importare armi per 2,2 miliardi di dollari dal 2000 ad oggi. Una gran parte del commercio è opaca, specie in Africa, Asia e Medio Oriente. Molte partite di armi che giungono nel continente africano sono smerciate in piccoli lotti a compratori per lo più ignoti. La città di Warri, sul delta del fiume Niger, è uno dei crocevia principali dei traffici, con direttrici di sbocco in Camerun, Gabon e Guinea-Bissau.

Fonte: http://www.avvenire.it
13 ottobre 2012

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