Ai palestinesi che passano i checkpoint israeliani è vietato anche bere e mangiare


Luisa Morgantini


Ad un checkpoint gestito da una compagnia di sicurezza privata israeliana in Cisgiordania fermati i Palestinesi che portano bottiglie di acqua e cibo. La denuncia di Machsom Watch (osservazione ai checkpoint), organizzazione israeliana di Donne contro l’occupazione e per i diritti umani, confermata da lavoratori palestinesi.


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Ai palestinesi che passano i checkpoint israeliani è vietato anche bere e mangiare

Il checkpoint è quello di Sha'ar Efraim, a sud di Tulkarem, e ad amministrarlo per conto del Ministero della Difesa israeliano è la compagnia di sicurezza privata Modi'in Ezrahi. Ad essere fermati, invece, e impediti al loro passaggio sono tutti quei Palestinesi che lavorano in Israele e che portano con sé cibo fatto in casa, caffé, tè e persino zaatar (timo) ma anche bottiglie d’acqua gelata o bevande analcoliche per il pranzo della loro giornata lavorativa. Acquistare le merci nei negozi in Israele sarebbe troppo caro per la misera paga che ricevono.
Sembra assurdo eppure è vero. La compagnia di sicurezza israeliana stabilisce le quantità massime dei cibi che ogni lavoratore deve magiare e che possono passare attraverso il check point:  cinque pite, un contenitore di humus e tonno in scatola, per le bevande ammesse solo bottigliette inferiore al mezzo litro o lattine, una o due fette di formaggio, poche cucchiaiate di zucchero, e da 5 a 10 olive. Vietati anche posate e utensili da lavoro.  Le merci superiori a quelle decise vengono sequestrate e i lavoratori trattenuti per ore.
Le quantità di cibo ammesse dalla Modi'in Ezrahi non sono in nessun modo sufficienti al fabbisogno giornaliero di calorie dei lavoratori .
Queste persone, uomini e donne, partono dalle loro case nella Cisgiordania occupata alle due del mattino per essere in anticipo e aspettare al check point anche più di due ore: arrivare in ritardo comporterebbe un licenziamento immediato. La loro giornata lavorativa quindi comprende anche tutte quelle difficoltà e umiliazioni cui sono soggetti i Palestinesi a causa dell’occupazione militare israeliana e appare come un inferno interminabile.
Machsom Watch ha osservato ad esempio il caso di un 32enne operaio edile di Tulkarem ma impiegato a Hadera, in Israele, al quale è stato  letteralmente confiscato il suo pranzo: sei pite, due lattine di crema di formaggio, un kilo di zucchero in busta di plastica, e un’insalata. Machsom Watch ha anche interrogato le Forze di Difesa Israeliane senza ottenere risposta, mentre una guardia di sicurezza avrebbe dichiarato che tali misure sarebbero prese per rischi legati alla “sicurezza e alla salute”, anche se in altri check point i lavoratori possono portare tutto il cibo vietato a Sha'ar Efraim.
Un comunicato dell’esercito riporta: "Non esistono limiti alle quantità di cibo. Possono portare il cibo necessario al consumo di un giorno di lavoro. Quando un lavoratore arriva con una grande quantità di cibo per venderlo e non solo usarlo personalmente, allora gli viene chiesto di utilizzare un check point commerciale, visto che quel check point è riservato ai pedoni e non alle merci”.   
Quei palestinesi, però, il cibo in più non lo portano con l’intenzione di venderlo ma per consumarlo per l’intera settimana: per molti infatti risulta impossibile alzarsi ogni mattina alle due per recarsi al lavoro e scelgono di  dormire in Israele rischiando in ogni momento di essere arrestati perchè il loro permesso è giornaliero ed ogni sera dovrebbero rientrare nel loro villaggio entro le ore 19, restano, a volte con la complicità dei datori di lavoro –israeliani- che preferiscono lavoratori “freschi” e pronti all’uso, dormono  in alloggi di fortuna, cantieri dismessi, bugigattoli, edifici in costruzione o alle stazioni dei bus, in condizioni precarie e insicure, le stesse in cui vediamo spesso vivere da noi i migranti senza permesso di soggiorno né un tetto dove ripararsi.
Ad ogni modo,  non vi è nessuna ragione plausibile per simili assurde restrizioni, che se da un lato rasentano il ridicolo dall’altro al contrario denotano purtroppo l’ennesima gravissima violazione dei diritti di un popolo, quello palestinese, che troppo spesso e per troppo tempo è sottomesso a umiliazioni e soprusi in balia dell’arroganza e dell’illegalità dell’occupazione israeliana, del muro, dell’espansione coloniale. Da anni  ormai  Gaza è alla fame a causa dell'assedio e ora con questi episodi anche nella West Bank si vuole controllare la quantità di cibo che ogni persona può mangiare. Questa è solo l’ultima in ordine di tempo delle sopraffazioni. Fino a che punto si permetterà alle autorità israeliane una politica non solo illegale ma che cerca di distruggere ogni identità e dignità della popolazione palestinese?

Da Luisa Morgantini

1 Luglio 2009

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