Ad Auschwitz non c’è solo la neve


Piero Piraccini


Alcuni giorni fa abbiamo rivisto le immagini di “La vita è bella”. Un film che emoziona, ci tiene il fiato sospeso per ore, poi alla fine ci dà sollievo. I camini di quel campo di concentramento non esaleranno più fumi di alcun essere umano, e quel bimbo sul carrarmato e quella sua mamma saranno salvi. […]


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Alcuni giorni fa abbiamo rivisto le immagini di “La vita è bella”. Un film che emoziona, ci tiene il fiato sospeso per ore, poi alla fine ci dà sollievo. I camini di quel campo di concentramento non esaleranno più fumi di alcun essere umano, e quel bimbo sul carrarmato e quella sua mamma saranno salvi. Sì, a volte la vita è proprio bella. Ma quella bandiera a stelle e a strisce in quel carrarmato costituisce un falso storico che stride rispetto al tema che si è voluto affrontare, e che si è affrontato – è bene dirlo – con molta delicatezza. In quel campo di concentramento – non si dice quale, ma per l’immaginario collettivo è Auschwitz, anche perché il giorno della memoria coincide proprio col giorno in cui quel campo fu liberato – entrarono i carrarmati dell’Armata Rossa non quelli dell’esercito americano. La dolorosa consulenza di Shlomo Venezia, sopravvissuto ad Auschwitz, fornita a Benigni e allo sceneggiatore Cerami è stata meno importante della loro speranza (esaudita) di ricevere l’Oscar. La bandiera sovietica, infatti, non sarebbe stata d’aiuto.

Da mesi con più evidenza, ma la storia ha avuto inizio anni fa, trovano spazio forze che si richiamano al fascismo mentre, intervistati, gli aderenti nulla hanno da dire sui campi di sterminio perché si tratterebbe di “vecchie storie” anche se poi, in pubbliche adunate, si richiamano proprio ai protagonisti di quelle storie con le parole e coi simboli. Il recente episodio di terrorismo avvenuto a Macerata, ne è una chiara prova. Né si tratta solo di forme pseudoculturali, ma ormai di veri e propri movimenti politici. Banchetti per raccolta firme ormai si vedono in molte parti d’Italia. E’ evidente il danno causato dal sonno delle forze democratiche  qui e altrove nel corso degli anni del dopoguerra, se è vero che il fenomeno ormai si estende all’intera Europa, e se è vero che la crisi economica ha buttato nelle braccia delle destre parte di quel popolo che una volta trovava altrove la sede delle sue speranze. E’ altrettanto evidente come il discredito che ricopre parte del personale politico renda difficile far fronte in modo adeguato e credibile ai rigurgiti neofascisti che anche di quel discredito si nutrono.

Ci raccontava Severino Saccardi, il direttore di Testimonianze, che in una scuola di Pietralata dove si trovava per presentare un libro – che, fra l’altro, raccontava dei minatori dell’Amiata trucidati dai nazisti perché difendevano i loro posti di lavoro – a un certo punto del suo dire ha usato la parola “prigioniero politico” riferendosi agli antifascisti incarcerati. Uno studente gli ha chiesto il significato di quel termine. Un altro studente, anticipandolo, ha fornito la sua versione con una risposta lapidaria: “Significa che ha rubato”.

Il sonno della ragione genera mostri, ammoniva un famoso dipinto di Francisco Goya. C’è da chiedersi quanto abbiano dormito le ragioni di coloro che per ruolo e per la delega che è stata loro democraticamente affidata, avevano il potere di impedire che quanto ora vediamo, invece, accadesse. Sia nelle strade, sia nelle piazze, sia nei rapporti fra le persone si resta sgomenti, a volte, delle parole che si ascoltano a fronte di fatti violenti che ormai troppe menti derubricano nella quotidianità. Fatti nei confronti delle categorie più esposte siano esse gli immigrati – tali non per scelta ma per un assoluto bisogno di sopravvivenza  – visti come l’origine di ogni male dai penultimi della società, loro che sono gli ultimi, o gli operai esposti a ritmi e a rischi che ormai – lo dicono fredde statistiche – li vedono morire nel loro posto di lavoro al ritmo di tre ogni giorno, o le donne il cui diritto di poter godere dei loro diritti le vede vittime da parte di mani maschili con metodi tanto agghiaccianti quanto le frequenze con cui tali fatti avvengono.

Eppure c’è chi, in assoluta controtendenza, si muove per altre vie: quelle che portano proprio ad Auschwitz, da cui queste note sono partite. Cento ragazzi formati al Centro della Pace di Cesena in questi giorni sono in visita di quel campo di sterminio oggi innevato. Là vedono con le loro menti le cause che portarono Primo Levi a chiedersi “Se questo è un uomo”. Sono parte di quel nuovo di cui l’Italia ha un infinito bisogno contro la crescente indifferenza. Un tributo, il loro, alla storia e una promessa al futuro perché si riducano, nella legalità, gli spazi per nuovi fascismi. Lo spirito della fratellanza e la condivisione dei problemi (per don Milani era questa la politica) sono la base della libertà e dell’uguaglianza, cioè dei Diritti Umani. Nulla di più e nulla di meno.

Piero Piraccini

10 febbraio 2018

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