A proposito di un test nucleare


Piero Piraccini


Preoccupa il test nucleare sotterraneo che, come afferma il dittatore dall’improbabile taglio di capelli, la Corea del Nord ha eseguito i giorni scorsi.


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Sì, preoccupa il test nucleare sotterraneo che, come afferma il dittatore dall’improbabile taglio di capelli, la Corea del Nord ha eseguito i giorni scorsi. Preoccupa perché sarebbe un ulteriore ordigno preposto a uccidere chiunque si trovi nel suo raggio d’azione misurato in kilometri di distanza e in decenni di tempo. Ne sanno qualcosa gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki, le città in cui sono state gettate le bombe atomiche. Da parte degli USA su ordine del presidente Truman, nel 1945, a guerra praticamente conclusa, almeno sul fronte europeo. Bisognava, però, dare un avvertimento ai Russi: non si facessero troppo illusioni sulla spartizione del mondo, del Giappone in particolare, a fine guerra.  Un ulteriore ordigno, dunque, rispetto alle quasi 16 mila testate nucleari esistenti, di cui circa 4 mila già dispiegate e pronte all’uso. La stragrande maggioranza – oltre il 90% – di proprietà degli USA e della Russia. Anche Cina, India, Pakistan, Francia e Gran Bretagna ne posseggono alcune (sempre troppe). Anche Israele ne ha a disposizione, ma di esso si sa poco o nulla. E l’Italia? Apparentemente non le possiede. Apparentemente, perché l’Italia, paese ospitante di basi Usa e basi Nato, di fatto esercita il ruolo di magazzino nucleare. Le basi di Aviano, nel Friuli, e di Ghedi, nel bresciano, stipano ben 90 bombe atomiche, la più piccola delle quali ha una potenza pari ad 8 volte quella lanciata su Hiroshima. Questo succede ancorché nel 1975 l’Italia abbia ratificato il Trattato di Non Proliferazione nucleare (NPT) dichiarandosi “zona libera da armi nucleari” impegnandosi a non produrre né accettare sul proprio territorio armi di tal genere. L’Italia, tuttavia, afferma che il TNP non è violato perché quelle armi sono sotto il diretto controllo di militari USA. Una pericolosa presa in giro che 70 mila persone hanno respinto raccogliendo firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che chiarisse in modo inconfutabile il divieto di deposito o di transito di armi nucleari nel territorio italiano. Le firme  sono state consegnate al Presidente della Camera dei Deputati nel marzo del 2008. Da allora, per due legislature (è il termine massimo entro cui una proposta di legge può essere discussa) nessun deputato ha tratto dai cassetti le firme raccolte. Dunque, nulla di fatto. Mentre, si badi bene, l’appartenenza alla Nato non obbliga l’accettazione di tali armi. Canada, Grecia, Danimarca, Austria e Islanda hanno chiesto ed ottenuto di non ospitare ordigni atomici della Nato, pur facendone parte. L’Italia potrebbe benissimo ottenere la rimozione delle armi nucleari dal suo territorio, unendosi ai 160 paesi dove è già vietato ospitare armi nucleari. Basta volerlo. Tale tipo di rami rappresenta l’invenzione dello sterminio di massa, il tratto saliente della nostra epoca che, con troppa fretta, ha rimosso l’orrore dei bombardamenti sulle due città giapponesi. Il sacrificio di quelle vite, l’orrore delle due guerre mondiali del secolo scorso, la soluzione finale contro civili inermi della Shoah non hanno costituito un monito sufficiente contro l’assurdità della guerra. Produrre armi significa guadagnare sia nel momento della produzione sia nel momento della ricostruzione dei luoghi volta a volta distrutti. E’, come si dice, businnes. Fa nulla se quel tipo di affari toglie vite. Il denaro non ha odore. I mercanti di morte (la definizione è di papa Francesco, uno che usa parole di verità) hanno bisogno di quelle vite. Il sonno di troppe ragioni, le nostre comprese, consente di produrre quei mostri.

Il bambino che porta il fratellino morto sulle spalle è un hibakusha, un sopravvissuto alla bomba sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945 quando morirono all’istante 71.000 persone. Molte altre, almeno 350.000, negli anni successivi per le conseguenze delle radiazioni.

L’autore della foto, Joe O’Donnell, aveva nascosto le foto scattate nei territori bombardati, riproponendosi di non guardarli mai più. Cinquant’anni dopo aveva deciso di pubblicare quelle immagini da incubo ammettendo che «Un dolore del genere non potrà mai scomparire. Dopo venti anni come fotografo alla Casa Bianca, mi sono ritirato con una malattia, che solo più tardi si è capito essere stata causata dall’esposizione alle radiazioni. Nonostante abbia ricevuto una serie di cure che mi hanno aiutato a contenere la sofferenza fisica (che in ogni caso non può essere paragonata a quella subita dagli sfortunati sopravvissuti alla bomba), sono sempre rimasto ossessionato da ciò ho visto».

 

 

 

 

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