Trump all’Onu dichiara guerra a tutti


il Manifesto


Discorso in pieno stile trumpiano, da American First, agli «stati canaglia», con una tirata antisocialista che sembrava del secolo scorso. Prima di lui, Antonio Guterres ha denunciato: “Siamo un mondo in pezzi, abbiamo bisogno di un mondo in pace”


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Il primo discorso di Trump alle Nazioni unite in qualità di presidente americano è stato uno schiaffo in faccia al palazzo di vetro, in quanto nessuna delle parole pronunciate da Trump era indirizzata all’Onu, ma alla sua base elettorale.

È STATO UN DISCORSO in pieno stile trumpiano, senza timore dei termini, dallo slogan di American First, agli «stati canaglia», con una tirata anti socialista che sembrava arrivare da un passato ultra remoto, perché nelle parole di Trump non c’è stato niente che facesse pensare al secolo in corso.

Poco prima di lui aveva parlato il nuovo segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha detto «Siamo un mondo in pezzi, abbiamo bisogno di un mondo in pace», rimarcando come non si era così vicini allo spettro di un conflitto nucleare dai tempi della guerra fredda; immediatamente dopo Trump ha avallato il pensiero di Guterres affermando, proprio nel luogo deputato alla diplomazia mondiale, che «La Nord Corea è un regime depravato, va isolato. Se ci attaccano non c’è altra scelta che distruggerli», e usando un’oratoria da twitter si è rivolto a Kim Jong chiamandolo «Rocket man in missione suicida».

PER LA COREA NORD TRUMP ha invocato una denuclearizzazione, ma non di tutta l’area, come chiede il presidente sud coreano e il movimento pacifista, ma solo della parte nordcoreana, che non è plausibilmente applicabile. Nel mirino dialettico di Trump non c’è stato solo il regime nordcoreano; se Trump dovesse dare seguito a ciò che ha affermato ieri dovrebbe immediatamente aprire dei conflitti anche con Iran e Venezuela.

PER MADURO SANZIONI confermate e parole forti: «un dittatore che sta portando un Paese sull’orlo della catastrofe. La sua dittatura socialista ha generato dolore e sofferenza al popolo di questo Paese. Bisogna fare qualcosa, noi stiamo facendo passi seri, siamo pronti ad altre azioni se il governo non farà nulla». Perché, ha detto Trump, tutti gli stati «dove è stato adottato il socialismo o il comunismo», dall’Unione Sovietica a Cuba o il Venezuela, «hanno perso tutto», ed il problema venezuelano non è «che il socialismo non è stato pienamente applicato, ma che è stato implementato»; come se il muro di Berlino non fosse mai caduto trent’anni fa.

MA È CON L’IRAN il vero casus belli, aperto da Trump con termini dai quali difficilmente si potrà tornare indietro; «È imbarazzante per gli Usa far parte dell’accordo con l’Iran» ha detto riferendosi all’Irandeal di Obama che dopo mezzo secolo aveva portato al disgelo con quel Paese. Per Trump in realtà l’Iran ha paura degli Stati uniti: «Oltre al potere militare enorme degli Usa, ci teme, ha paura di noi, per questo il governo ha eliminato internet, e non consente le proteste studentesche. Ma noi non possiamo accettare i regimi (…) Uno stato canaglia che esporta violenza, sangue e caos e chiede la distruzione degli americani e dello stato di Israele. L’Occidente deve porre fine al regime di Teheran» ha affermato Trump facendo cadere il gelo nella sala e suscitando applausi solo dai banchi israeliani.

Poco dopo l’intervento di Trump il ministro degli esteri iraniano si è confrontato con altri paesi occidentali su come salvare l’accordo che probabilmente vorrà essere rivisto da parte della Casa bianca, seguendo le richieste di Netanyahu.

Pochi tiepidi applausi per tutte le affermazioni di Trump, tre in tutto, provenienti prevalentemente dalla delegazione israeliana mentre quella nordcoreana è uscita dalla sala prima del suo discorso; otto volte, invece, è stato usto il termine «sovranità popolare», funzionale per spiegare che ogni Paese deve pensare a se stesso prima, così come farà l’America guidata da lui, se vuole costruire un mondo di pace, che non include l’accoglienza dei rifugiati dove la dialettica trumpiana sposa la retorica «dell’aiutiamoli a casa loro», affermando che con quanto spende l’America per un rifugiato, ne potrebbe aiutare 10 nei paesi da dove stanno scappando.

UN’AMERICA FIRST in versione globale, insomma, dove a nessuno può essere permesso di rompere l’equilibrio di pace occidentale, visto che è solo «un piccolo gruppo di Stati canaglia» quello che mette in pericolo la pace e i tanti «buoni».

PAROLE POSITIVE Trump ne ha avuto solo per se stesso dandosi un ottimo voto e dichiarando che «l’America è migliorata dopo la mia elezione, la Borsa è a livelli da record e la disoccupazione scende; sono tempi di opportunità straordinari». Un’apertura benevolente anche verso Russia e Cina che ha ringraziato per le pressioni esercitate su Pyongyang.

LA CHIUSURA è stata da campagna elettorale: «Dobbiamo tutti noi decidere se siamo ancora dei patrioti, se siamo disposti a lottare e sacrificarci per il bene dei nostri paesi, della nostra libertà. Solo così potremo costruire la pace». Poco dopo quello di Trump, il debutto di Emmanuel Macron, salutato con un lunghissimo applauso di sollievo. Sul clima e sulle posizioni Usa, Macron è intervenuto senza mezzi termini: «L’accordo non sarà mai rinegoziato. Rispetto profondamente la decisione degli Usa e la porta resterà aperta per un loro ritorno. Ma noi andremo avanti».

Distante da Trump su molti punti, ritornando nel 21 esimo secolo: «L’accordo con l’Iran è solido. Denunciarlo e rigettarlo senza proporne un altro è un grave errore». Su America First «È falso pensare che i Paesi siano più forti quando sono da soli. Il multilateralismo è molto più efficiente (…) I muri non ci proteggono, il mondo è interdipendente».

Marina Catucci

Il Manifesto

20 settembre 2017

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