Latakia, uno stadio da brivido


Paola Caridi - invisiblearabs.com


Centinaia di persone ‘raccolte’ nello stadio di Latakia. Le poche notizie che filtrano dalla Siria descrivono la fine sanguinosa di un regime, che non potrà sopravvivere a se stesso. E intanto l’instabilità del regime di Assad incide su Hamas.


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Latakia, uno stadio da brivido

Wikimedia riporta diligentemente una foto dello stadio di Latakia. Un’immagine innocente a suo modo innocente, che stride con quel poco che filtra da tre giorni, da una Siria sempre più blindata, su quello stesso campo di calcio. Uno stadio usato come un centro di detenzione, dove sono state raccolte centinaia di persone. Molte – sembra – palestinesi. Sunnite, dunque, in una città come Latakia, che nella storia siriana rappresenta uno dei dentri del potere alawita. In termini attuali, il potere degli Assad. Dopo il cannoneggiamento della città dal mare, i carriarmati per le strade, ora anche lo stadio trasformato in un carcere.

Per la mia generazione, uno stadio-prigione è uno di quei ricordi da brivido. Cile, Pinochet, tortura e morte. Per la Siria, è solo l’ultimo, l’ennesimo atto di un regime che – dal 15 marzo – pensa di poter salvare se stesso solo attraverso una repressione sempre più sanguinosa e tragica. Una cupio dissolvi che può solo risolversi in un modo: la caduta del regime. Impossibile che il regime possa salvare se stesso dopo oltre duemila morti, i carriarmati e i detenuti nello stadio.

Nel frattempo, lo stato maggiore di Hamas è arrivato – da ieri – al Cairo. Si dice perché il dossier sui prigionieri (la liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit in cambio della liberazione dalle carceri israeliane di centinaia di detenuti palestinesi) è stato di nuovo riaperto, e le posizioni non sono più così distanti. Può darsi che sia vero: lo confermerebbero le dichiarazioni sia del ministro della difesa israeliano Ehud Barak sia quelle del rappresentante di Hamas in Libano, Osama Hamdan. Lo dimostrerebbe anche la presenza al Cairo di Ahmed Jaabari, il capo dell’ala militare di Hamas a Gaza. Assieme al dossier dei prigionieri, ci sarebbe però in gioco anche il trasferimento della leadership politica di Hamas dalla sempre più instabile Damasco a una sede meno traballante. Uno degli analisti israeliani, Alex Fishman su Yediot Ahronot, interpreta così la presenza al Cairo della delegazione ad altissimo livello guidata da Meshaal. Può darsi che sia vero anche questo, e cioè che il bureau politico di Hamas sia andato a contrattare un rifugio sul Nilo. Io resto però convinta che la leadership potrebbe decidere di non traslocare sic et simpliciter da una capitale araba all’altra, da Damasco al Cairo. Potrebbe, invece, suddividersi in gruppi, e ricollocarsi in diversi paesi, non solo arabi. Egitto, Qatar e Turchia.

Sul dossier dei prigionieri, poi, entrambi le parti in causa sono fragili. Da una parte Hamas. E dall’altra il governo Netanyahu, sottoposto al più potente attacco mai subito da un esecutivo israeliano, almeno nell’ultimo decennio. La pressione sociale è talmente forte che non mi stupirebbe se il governo guidato da Netanyahu decidesse di accettare un compromesso sulla lista dei prigionieri palestinesi da liberare, e diminuisse il numero di coloro che dovrebbero essere esiliati dal territorio palestinese. Riportare a casa Shalit sarebbe un successo importante, per un governo estremamente debole…

Fonte: Invisiblearabs.com

17 agosto 2011

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