La soluzione dei “Mali” dell’Azawad


Padre Giulio Albanese


Nella guerra asimmetrica tra l’esercito convenzionale francese e i ribelli jihadisti presenti nella regione dell’Azawad, si sta profilando uno scenario, per certi versi, “scontato”.


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azawad

Nella guerra asimmetrica tra l’esercito convenzionale francese e i ribelli jihadisti presenti nella regione dell’Azawad, si sta profilando uno scenario, per certi versi, “scontato”. I francesi, che hanno una forza militare d’impatto di tutto rispetto, occupano le città del Nord, mentre le milizie estremiste islamiche si sono ritirate, come nel caso di Kidal, rifugiandosi nelle montagne limitrofe che circondano la zona. Intanto, l’Unione Europea (Ue) ha lanciato un “allarme” sulle violazioni dei diritti umani commesse nel conflitto maliano. In una nota diramata al termine della riunione dei ministri degli Esteri dei Ventisette si invita il governo di Bamako a “indagare immediatamente” sugli episodi denunciati, ieri, anche nel Rapporto di Human Rights Watch (Hrw), secondo cui le vessazioni nei confronti dei civili sono state commesse, non solo dai jihadisti, ma da tutte le parti in conflitto. Intanto, in Francia i detrattori del presidente Francois Hollande, senza nulla togliere alla ferocia dei ribelli dell’Azawad, denunciano quelli che, secondo loro, sarebbero i veri motivi che avrebbero spinto il governo di Parigi ad un intervento militare in Mali. E sì, perché sarebbe servito a “garantire l’approvvigionamento di uranio alle centrali francesi”. Naturalmente, tutto da dimostrare, ma i dubbi sono leciti. Sta di fatto che nel caos dell’Azawad, il popolo maggiormente penalizzato è quello dei “tuareg”, i leggendari nomadi del Sahara, che,  per ragioni ancestrali, si sono sempre spostati con disinvoiltura  nella fascia desertica che attraversa cinque Paesi: Niger, Mali, Libia, Burkina Faso e Algeria. Questi nomadi blu, alcuni dei quali hanno sognato la creazione di uno Stato indipendente nell’Azawad, si trovano oggi tra l’incudine e il martello. Da una parte c’è l’ostilità di Bamako, dall’altra quella delle forze jihadiste più reazionarie che li considerano poco affidabili perché reticenti rispetto all’applicazione della Sharia (la legge islamica). Già in passato, è bene rammentarlo, le politiche di emarginazione e di sedentarizzazione forzata attuate dai governi locali, insieme alle ripetute siccità, hanno messo a dura prova la sopravvivenza del popolo tuareg. In tutto questo diastro bellico, l’unica nota positiva riguarda gli antichi manoscritti di Timbuctù. Pare che siano stati salvati dal rogo appiccato dai ribelli jihadisti in fuga dalla città. È quanto hanno riferito alcuni esperti come il professor Shamil Jeppie, dell’università di Cape Town, esperto dei manoscritti della città sahariana. Una cosa è certa: la soluzione dei mali dell’Azawad dipenderà molto dalla capacità del governo di Bamako di promuovere non solo la sicurezza, ma anche l’integrazione di tutte le etnie locali, attraverso politiche rispettose della dignità della persona umana. E non v’è dubbio che il “business dell’uranio” e il “terrorismo islamico”, guardando al futuro, rappresentano dei fattori altamente destabilizzanti non solo per il Mali, ma anche per i Paesi limitrofi.

Fonte: http://blog.vita.it/africana
1 febbraio 2013

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