La Fao fa i conti con la carestia, ma servirà una rivoluzione


Sabina Morandi


Si apre oggi a Roma l’atteso vertice sulla crisi alimentare. Escluse dai lavori Ong e associazioni.


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La Fao fa i conti con la carestia, ma servirà una rivoluzione

Convincere i contemporanei che la terra girava intorno al sole non fu affatto facile anche se Copernico poteva puntare sull'innovazione tecnologia (il telescopio) e su centinaia di episodi che dimostravano la crescente incapacità di spiegare la realtà dell'approccio geocentrico. Eppure il sistema tolemaico resistette alle prove di realtà con ogni mezzo, come dimostra la statua di Campo de' Fiori che ricorda il monaco eretico bruciato sul rogo. Anzi, la repressione del dissenso divenne più spietata proprio quando la chiesa capì che il geocentrismo prescritto dai sacri testi era arrivato al capolinea. Cosa c'entra la rivoluzione copernicana ciò con la Conferenza sulla sicurezza alimentare che apre oggi a Roma nella sede della Fao?
Semplice. Anche in questo caso stiamo assistendo al tramonto di una teoria scientifica – in questo caso relativa all'economia – che ha perso da anni ogni capacità esplicativa per trasformarsi in un mero atto di fede da difendere senza troppi tentennamenti.
E, come ben sapevano gli inquisitori del Sacro Uffizio, quando la fede vacilla bisogna puntellarla con ogni mezzo, lecito e illecito. Finita dunque la stagione delle aperture alle critiche e alle istanze della società civile – aperture che, proprio alla Fao, hanno trovato un importante laboratorio scientifico e politico. Finite le riflessioni su sostenibilità e produttività, su diritto al cibo e produzioni familiari perché quando il dogma (liberista) vacilla c’è poco da dibattere. De-
ve essere per questo che il segretario generale della Fao, Jacques Djouf, questa volta non ha perso tempo per andare a parlare con i rappresentanti delle organizzazioni contadine di Terra Preta, il controvertice che si tiene alla Città dell’altra economia di Roma. E’ stato concesso soltanto un incontro volante – nell’atrio – a Sergio Marelli, presidente del Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare, che non può non evidenziare «un clima mutato all’interno della Fao, che nelle precedenti edizioni dei vertici aveva dato molto più spazio di interlocuzione con società civile internazionale».
Deve essere per colpa del nuovo clima se, dalla bozza del documento finale, sono sparite – o sono state decisamente annacquate – le riflessioni sugli effetti corrosivi del mercato speculativo. Insomma, stiamo tornando dritti dritti alla messa in latino – o, per dirla fuor di metafora, ai soliti inviti di Banca Mondiale e Wto a liberalizzare ulteriormente senza curarsi delle terribili prove che il cielo ci ha messo sulla strada per provare la saldezza della nostra fede.
La carestia globale? L’ennesimo rito di passaggio prima che la globalizzazione delle corporation arrivi a debellare la fame nel mondo. La democrazia? Un lusso che il mercato può concedersi solo quando le cose vanno bene, e ci sono un po’ di spiccioli da distribuire a chi resta indietro.
Del resto mettiamoci nei panni degli officianti: il primo comandamento – produrre produrre produrre – si è tradotto nel crollo delle tariffe e quindi nella rovina dei contadini di ogni latitudine. Il secondo comandamento – vendere vendere vendere – ha letteralmente sottratto il cibo dai piatti dei più poveri. Niente stock d’emergenza – un’abitudine che l’umanità conserva da quando ha inventato l’agricoltura – niente tariffe doganali né controlli sui prezzi né aiuti alle produzioni locali. Al loro posto, immense piantagioni lavorate da braccianti a basso costo e irrorate di sostanze chimiche per andare incontro alle capricciose richieste dei più ricchi: fiori, spezie, frutta tropicale e, infine, benzina economica e (forse) meno inquinante. Ai movimenti contadini che protestano dal ‘95, quando ebbe inizio l’arrembaggio liberista all’agricoltura, fu detto di stringere i denti in attesa delle vacche grasse. Ai popoli nativi che lottavano per la salvezza delle proprie foreste fu detto di rassegnarsi all’avanzata della modernità. Ai consumatori preoccupati dai continui scandali alimentari sfornati dall’agrobusiness fu consigliato di farsi una buona assicurazione sulla salute. La povertà rurale, la distruzione delle foreste primarie e il peggioramento della salute dei consumatori “ricchi” sono stati presentati come malattie infantili dell’umanità, doloroso ma necessario passaggio per accedere al radioso futuro confezionato dalla mano invisibile del mercato.
Come era previsto, al posto del radioso futuro ci ritroviamo a fare i conti con rivolte del pane di stampo medioevale. L’accelerazione è stata repentina quando, alle rapine del passato, si sono aggiunte quelle di oggi con la speculazione finanziaria che, una volta ridotto in rovina il mercato immobiliare, è passata alle materie prime. Del resto perché fermarsi? La dura legge del mercato non si applica alla finanza che sopravvive impunita con massicce iniezioni di soldi pubblici: sono le fiches con cui andare a tentare la fortuna nel casinò delle materie prime di Chicago. Poco importa se i lauti guadagni di oggi proiettano i prezzi del cibo alle stelle, anzi: com’è noto le crisi sono sempre state una grande occasione, a saperne approfittare. Oltretutto, nell’inerzia dei governi dei paesi sviluppati di fronte a questa sorta di malattia degenerativa dell’economia reale chiamata appunto finanziarizzazione, s’intuisce il profilo di vecchi e inconfessabili teorie di stampo coloniale. Niente di meglio che una carestia per dare una sfoltita all’esercito dei poveri, che oltretutto sono sempre
più incazzati…
Come uscirne? Certamente prestando ascolto a chi, per produrre il nostro cibo, si spacca la schiena. Come i rappresentanti di quelle 800 e passa associazioni che si sono dati appuntamento a Roma per il controvertice Terra Preta, e che hanno sottoscritto un appello comune. «Per noi» sottolinea Ndougou Fall dell’organizzazione contadina africana Roppa «la crisi alimentare è il sintomo di un fallimento di sistema ben più grande – le deportazioni delle comunità locali, i traffici fuori controllo, il massiccio cambiamento climatico, la promozione di colture energetiche su vasta scala, la speculazione selvaggia e il monopolio del sistema alimentare da parte di poche corporation». Tutto ciò ha condotto a una catastrofica crisi che, invece di indurre alla riflessione, sta diventando occasione per dare un’ulteriore spallata ai grandi nemici dell’agrobusiness: la sovranità alimentare, la difesa della biodiversità e – di nuovo – la democrazia. Per dirla con le parole di Fall: «C’è un forte rischio che l’agenda delle Nazioni Unite venga dirottata dalle grandi corporation per propinarci le stesse soluzioni che non hanno funzionato per decenni, come quella che viene chiamata la Rivoluzione verde in Africa».
Business as usual insomma – tanto è vero che il documento firmato dalla società civile s’intitola No more failures as usual (non più fallimenti come al solito) – basato sui soliti ingredienti: ogm, chimica, export e mercato, con la crisi che viene impugnata per giustificare la violazione di quelle stesse linee guida che organismi come la Fao hanno impiegato decenni a stilare. Ma sostenibilità ambientale, diritto al cibo e quant’altro sono degli optional quando si tratta di grattare il fondo del barile, anche se sarebbero le uniche misure in grado di far-
ci evitare la carestia globale. «Hanno inondato i nostri paesi di cibo spazzazzatura» aggiunge Alberto Gomez di Via Campesina «hanno minato la nostra sovranità alimentare e devastato la nostra capacità di produrre cibo per noi stessi. Questo ci ha condotto alla totale dipendenza dai mercati internazionali. Ora che i prezzi stanno esplodendo non siamo più in grado di acquistare il cibo dall’estero». Insomma, un cambio di rotta sarebbe dovuto. Anche perché, alla fin fine, si può essere liberisti sfegatati o pacatamente bipartisan, si può avere il plauso dei potenti e fede indiscussa nella tecnologia, ma non ci si può sottrarre dal confronto con una realtà materiale fatta di persone sempre più impoverite, di terreni sempre più stremati e di variazioni climatiche
sempre più devastanti. E lì non c’è ideologia che tenga: è la terra a girare
intorno al sole, e non viceversa.

Fonte: Liberazione

3 giugno 2008

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