Kabul, pace fatta! Ma la strage continua


il Manifesto


Attacco al Green Village mentre Khalilzad annuncia l’intesa raggiunta «in linea di principio» con i Talebani. Il ritiro per ora di 5400 marines (su 14 mila) al primo punto dell’accordo tra barbuti e Trump. Che nessuno però ha ancora firmato.


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Lunedì sera, mentre in tv l’inviato di Trump, Zalmay Khalilzad, rassicurava gli spettatori afghani sull’accordo raggiunto «in linea di principio» con i Talebani ma non ancora firmato, lungo la cosiddetta Jalalabad road di Kabul un gruppo di attentatori lanciava un camion bomba contro il Green Village.

ALMENO 16 I MORTI, quasi duecento i feriti. Si tratta per lo più di civili. Le immagini mostrano un cratere enorme e sull’altro lato della strada negozi ed edifici distrutti a decine e decine di metri di distanza. Ieri mattina, alcuni residenti e famigliari delle vittime hanno dimostrato di fronte al Green Village, chiedendo che gli stranieri lascino la zona. Secondo quanto riferito dalla radio The Killid Group, la polizia avrebbe disperso i manifestanti.

La gente in piazza chiedeva sicurezza. Quella che ancora manca ai civili nonostante i Talebani e gli americani – così assicurano entrambi – abbiamo raggiunto l’intesa sul testo dell’accordo di pace, negoziato a lungo a Doha, in Qatar, dallo stesso Khalilzad e sottoposto proprio lunedì all’attenzione del presidente afghano, Ashraf Ghani.

L’ACCORDO PREVEDE, secondo quanto anticipato da Khalilzad, il ritiro di 5.400 soldati americani sui circa 14.000 totali entro 135 giorni dalla firma dell’accordo e un cessate il fuoco a partire da 2 delle 32 province del Paese. La maggior parte dell’accordo, però, rimane ancora secretata. Si attende la firma del presidente Trump, prima ancora che le eventuali obiezioni di Ghani, il cui governo è uscito indebolito dalla lunga trattativa tra barbuti e americani, tanto da meritarsi una stilettata in diretta tv: Khalilzad ha ricordato che il governo afghano ancora non ha inviato la lista dei componenti della Commissione che avrà il compito di incontrare i Talebani.

Si tratta della “seconda fase” del negoziato: prima Stati uniti e Talebani firmano il loro accordo, poi gli afghani se la vedranno tra loro. E vada come deve. È l’esito infausto della fretta eccessiva con cui Khalilzad, spinto dalle esigenze elettorali di Trump che nel 2020 cerca un secondo mandato, ha dovuto chiudere il dossier Afghanistan, lasciando il governo afghano con il cerino in mano. E, ancora una volta, a contare le vittime.

I TALEBANI hanno rivendicato l’attentato, cercando di giustificarlo. «Per ogni azione, una reazione», recita così l’articolo sul loro sito ufficiale. Lì non ci sono cittadini ordinari, scrivono i barbuti, i media mettono in giro false notizie, si tratta di un sito militare, un obiettivo legittimo, «la base principale per i mercenari della Blackwater, per spie e traditori afghani». Ma le storie dei residenti e dei famigliari delle vittime raccontano un’altra verità. Quella di chi è rimasto schiacciato tra i Talebani da una parte e gli stranieri e le loro esigenze dall’altra.

NELL’ENORME COMPOUND del Green Village, protetto e militarizzato, ci sono, tra le altre cose, 1.800 stanze di hotel, un ristorante cinese, una spa, un campo da calcio, uno da pallacanestro, squash, piscina, studio dentistico, negozi forniti di tutto. Un luogo sicuro, recita il sito di presentazione. Ma solo per chi sta dentro. Quattrocento, secondo il ministro degli Interni afghano, gli stranieri, illesi, evacuati lunedì notte.

Giuliano Battiston

Il manifesto

4 settembre 2019

 

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