Iraq, missione incompiuta


Giuliana Sgrena - ilmanifesto.it


Gli iracheni festeggeranno la partenza delle truppe di occupazione, come hanno già celebrato alla fine di giugno il ritiro dei soldati dalle città, ma c’è poco da festeggiare.


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Iraq, missione incompiuta

Barack Obama ha anticipato i tempi, anche se di poco. Ieri le ultime truppe combattenti Usa hanno lasciato l'Iraq via Kuwait. Evidentemente il presidente statunitense aveva fretta di porre fine alla missione irachena, una guerra folle di Bush che non aveva condiviso, anche se il ritiro è parziale fino al 2011. Il calendario delle guerre deve rispettare le esigenze dell'agenda politica degli Stati uniti (elezioni di medio termine).
«Iraqi freedom» termina senza che l'Iraq abbia ritrovato la sua libertà proprio come le truppe occidentali avevano concluso la missione «Restore hope» fuggendo da Mogadiscio senza che la Somalia avesse ritrovato la speranza. Del resto non abbiamo mai pensato che potessero essere i bombardamenti a portare libertà e speranza. Bombardamenti che il movimento pacifista a livello mondiale aveva cercato di impedire, senza riuscirci e diventando a sua volta vittima di questa follia distruttrice.
Obama ritira il grosso delle truppe in un momento cruciale per l'Iraq: il terrorismo ha ricominciato a mietere vittime mentre la mancanza di un governo (a oltre cinque mesi dalle elezioni) crea un pericoloso vuoto di potere e la ricostruzione del paese distrutto dalla guerra non è nemmeno ricominciata. Forse Obama temeva che qualcuno gli avrebbe chiesto di rimanere, come aveva già fatto il capo di stato maggiore iracheno, ma sarebbe stata una trappola. Mesi, anni in più non avrebbero permesso a Obama di affermare «missione compiuta» (come aveva prematuramente annunciato Bush il 1 maggio del 2003), così come non potrà mai dire di aver vinto la guerra in Afghanistan. E tuttavia Obama lascia l'Iraq per investire sulla cattura di Osama bin Laden e dei suoi seguaci. In Afghanistan più che incompiuta la missione si presenta impossibile, come testimonia la storia di quel paese.
Gli iracheni festeggeranno la partenza delle truppe di occupazione, come hanno già celebrato alla fine di giugno il ritiro dei soldati dalle città, ma c'è poco da festeggiare. E non solo perché 50.000 soldati restano in Iraq e con loro decine di migliaia di mercenari, ai quali è affidato anche il controllo dei pozzi petroliferi, l'enorme risorsa economica del paese. Sette anni e mezzo di guerra e occupazione hanno lasciato profonde ferite, hanno distrutto risorse materiali e umane. Su tutte e due i fronti: quello degli aggressori e quello degli aggrediti. 4.415 sono i soldati americani caduti mentre le vittime irachene non si contano nemmeno, secondo la rivista Lancet sono circa 600.000.
Non è bastata la caduta di Saddam per ritrovare la libertà, le dinamiche di violenza che si sono scatenate nel paese – forse inevitabili – hanno portato a conflitti etnici e confessionali non ancora risanati. Chi ha puntato sulla divisione del paese ha alimentato e alimenta violenti scontri di potere. Con tutti i mezzi. Anche finanziando i gruppi di al Qaeda arrivati in Iraq dopo la caduta di Saddam approfittando delle frontiere incontrollate. Le truppe se ne vanno abbandonando un paese senza infrastrutture: manca l'elettricità, l'acqua, i servizi sociali e sanitari, il lavoro e la sicurezza.
La fine della dittatura di Saddam non ha portato nemmeno la fine delle condanne a morte. Quale libertà può nascere con lo spauracchio della forca?

Fonte: il Manifesto

20 agosto 2010

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