“I primi sedici mesi del Governo Prodi”


La redazione


Pubblichiamo il rapporto sulle iniziative assunte nei primi 16 mesi di attività del governo (giugno 2006


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"I primi sedici mesi del Governo Prodi"
LE POLITICHE DI PACE
DEL GOVERNO PRODI

Rapporto sulle iniziative assunte nei primi 16 mesi di attività.
Giugno 2006 – Settembre 2007

 

Un’iniziativa della Tavola della Pace
A cura di Elisa Marincola

LOTTA ALLA POVERTA’

COOPERAZIONE
C’è una forte inversione di tendenza rispetto al Governo Berlusconi, che però rischia di essere vanificata dalla Legge Finanziaria per il 2008, approvata, insieme al Decreto Fiscale collegato, dal Consiglio dei Ministri venerdì 28 settembre.
Piede giusto individuando delega forte con la delega a un vice ministro, non distribuendo responsabilità di cooperazione tra più sottosegretari.
I risultati si sono visti, anche in termini di compattezza della coalizione di governo.
Nel chiedere due volte la fiducia, l’Esecutivo ha puntato molto sulla cooperazione con i paesi del Sud, in particolare dell’Africa, con grandi promesse, come per il versamento al fondo per la lotta all’Aids (già a febbraio Prodi aveva promesso la copertura).
L’intero capitolo del DPEF dedicato alla cooperazione allo sviluppo contiene importanti promesse a rispettare gli impegni presi in sede di Unione Europea sulla percentuale del PIL da versare per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.
Le stime contenute nel DPEF parlano di un aumento progressivo delle risorse per l’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) per gli anni 2008-2010. Il prossimo anno, si legge, le risorse saranno pari a 4,7 miliardi di euro per poi salire nel 2009 a 6,1 mentre nel 2010 un nuovo incremento dovrebbe portarle a quota 7,5 miliardi di euro, pari al raggiungimento dello 0,51% per 2010 come convenuto con l’UE. Un deciso miglioramento rispetto anche alla Finanziaria 2007, che aveva stanziato 3.000 milioni di euro per l’APS (pari allo 0,21% del PIL), cifra inadeguata e incoerente con le dichiarazioni pre-elettorali dell’Unione.

La Finanziaria 2008, però, smentisce quanto promesso a luglio: con i circa 1.000 milioni stanziati nel Decreto fiscale vengono ripianati i debiti accumulati negli anni dal governo precedente, riallineando l’Italia rispetto agli impegni presi con la comunità internazionale.
Una brutta sorpresa nelle cifre per la cooperazione: invece dei 1.700 milioni di euro aggiuntivi promessi con il DPEF, il Governo ha deciso di stanziare solo 100 milioni di euro/anno per il triennio 2008-2010. Una nuova battuta di arresto per l’Italia ed un enorme passo indietro fatto dal Governo, che non si conferma all’altezza degli altri Paesi della UE, rischiando di mettere di nuovo a repentaglio la reputazione internazionale acquisita con le scelte e le azioni operate in altri campi della politica internazionale.

Altro punto: la riforma della cooperazione allo sviluppo, che dovrebbe riempire l’assenza di uno strumento di coordinamento delle politiche di lotta alla povertà e gestione delle risorse. Riprende ora in Parlamento il lavoro sulla bozza preparata insieme ad associazioni e ONG. L’idea è di portarla alla discussione in aula entro l’anno.

AIDS
Notevole inversione di tendenza rispetto al precedente esecutivo. Il versamento di quanto dovuto per il triennio 2005-2007, pari a 260 milioni di euro, è confermato nella Manovra di assestamento con un Fondo speciale all’interno della disponibilità del Ministero dell’Economia. L’Italia è tra i principali donatori.
Importante mantenere questo Fondo speciale: come si è costituito un Fondo speciale per le missioni militari, sarebbe auspicabile un fondo speciale per le emergenze umanitarie, senza dover decurtare il fondo della Cooperazione o attingere a misure di assestamento di bilancio.

ACQUA
Il Senato ha approvato un ordine del giorno che vincola il governo a sostenere una moratoria al finanziamento dei programmi di privatizzazione dell’acqua. Si chiede cioè che l’Italia sospenda il pagamento di una parte della sua quota alla Banca mondiale e alle banche multilaterali di sviluppo e che si spenda per definire «un governo pubblico e partecipativo del ciclo integrato dell’acqua, in grado di garantirne un uso sostenibile e solidale».

COMMERCIO INTERNAZIONALE
L’Europa sta negoziando con molta discrezione con 77 sue ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico gli Accordi di Partenariato Economico (EPA o APE), accordi commerciali che vogliono aprire ai nostri prodotti la maggior parte dei mercati di questi Paesi, in particolare agricoli e industriali, senza tener conto delle conseguenze.
Erano nati come accordi di cooperazione, ma i Paesi dell’Unione europea insistono che la priorità dell’Africa sta nell’integrazione nei mercati globali, nonostante gli evidenti fallimenti delle politiche di libero commercio nel portare un accresciuto benessere in ogni contesto e per tutte le fasce della popolazione. Un’evidenza che diventa drammatica nel caso dei Paesi africani, gli unici ad aver applicato con rigore le ricette di aggiustamento strutturale e di liberalizzazione imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali, con risultati economici e sociali fallimentari e una povertà in aumento. Alcuni dati. Il 60% delle esportazioni dei Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico si concentra solo su 9 prodotti e le liberalizzazioni degli ultimi anni hanno ridotto la partecipazione di questi Paesi al commercio mondiale: dal 3.4% del 1976 all’1% di oggi. Gli APE consentirebbero un azzeramento delle tariffe sulle merci di questi Paesi in arrivo in Europa, ma già oggi il 97% dei prodotti che entrano nel mercato europeo da quei paesi sono esenti da tasse e da quote d’importazione, tuttavia l’Africa non ci ha mai guadagnato. Al contrario, le produzioni europee hanno invaso i mercati africani più deregolamentati, danneggiando seriamente le economie locali. Ma le ricadute negative della liberalizzazione colpiscono anche il nostro paese: sono già stati identificati 14 prodotti considerati “a rischio” (tra cui fagiolini, riso, pomodori, olio d’oliva, vino e arance) che rappresentano più del 45% del valore aggiunto agricolo di 8 regioni italiane.
Una revisione degli APE, condotta dalla commissione economica dell’Onu sull’Africa (UNECA), conclude che nessuna delle quattro regioni africane possiede le informazioni necessarie o è preparata a finalizzare gli accordi in tempo per la scadenza ufficiale del 31 dicembre 2007.
Crescono le preoccupazioni sulla capacità dei paesi in via di sviluppo di implementare gli APE e si sottolinea un’allarmante “mancanza di trasparenza” nelle negoziazioni. Malgrado le preoccupazioni di negoziatori africani e osservatori sui contenuti e sul processo di negoziazione, e nonostante un impegno ufficiale a non forzare i paesi a firmare un APE, la Commissione europea nelle ultime settimane sta facendo sul serio, rifiutandosi di garantire un dilazionamento dei tempi ed esplicitando avvertimenti sui risultati negativi di una non firma.
Salvo l’attenzione della viceministra Sentinelli, l’Italia resta allineata con l’Unione europea sugli EPA, gli Accordi di Partenariato Economico, anche in tema di accordi bilaterali con Africa, Asia e America Latina. La ministra per le politiche comunitarie Bonino appoggia in pieno contenuti e scadenze del negoziato e non sembra aprire alcuno spiraglio a una riflessione.

EUROPA
L’Italia si è impegnata a fondo nella trattativa sulla Carta dell’Unione, ma ha poi sottoscritto il minitrattato europeo, una sconfitta rispetto al riconoscimento della necessità di una Costituzione europea democratica, frutto di un processo costituente dal basso, da affidare anzitutto a un’Assemblea costituente e a un referendum.
Si è preferito, invece, un processo intergovernativo, recuperando della Costituzione aspetti come Mercato, Competitività e temi di Lisbona, in modo coerente con politiche imposte all’estero da organismi finanziari non democratici, mentre restano ignorati i temi della solidarietà sociale e dei diritti umani.

POLITICA ESTERA

Il governo sta cercando di costruire una politica di prevenzione diplomatica e non violenta dei conflitti con la cooperazione, una politica diplomatica di peacekeeping non interventista e appoggiata a un’azione negoziale tra i diversi soggetti coinvolti a livello locale, regionale e con un ruolo centrale dell’Onu.
È una scelta condivisibile anche quella di mettere al centro un approccio basato sui diritti umani, che oggi trova maggior espressione nella campagna per l’abolizione della pena di morte e nell’entrata del nostro Paese nel Consiglio ONU sui diritti umani.
Ma anche in generale sulla politica estera: lo stesso accade per l’America latina, dove il governo Prodi ha rilanciato le relazioni con Cile e Brasile, ma anche Equador e altri paesi con forme di democrazia partecipativa nuova con protagonismo di comunità indigena. Qui però, il governo rilancia soprattutto una politica di cooperazione economica.
Comunque, non c’è più allineamento passivo con Washington, oltre al rilancio di ruolo d’Europa, indirizzi questi che seguono la discontinuità con il precedente governo.
Inoltre, nuovo protagonismo dell’Italia, come nella missione di peacekeeping in Libano.
PROBLEMA: c’è dicotomia per il forte intreccio tra apparato dell’industria militare e apparato politico.
Inoltre, c’è il paradosso di una politica estera partecipata ma con enfasi su apparato militare inteso anche come rafforzamento della presenza italiana nel mondo.
Ripete idea di forza come strumento di politica estera e questa come espressione di potenza militare.
E’ un nodo da sciogliere per il ruolo dell’Italia nel peacekeeping.
Il Ministero degli esteri in particolare, è stato sollecitato dal mondo del volontariato per promuovere forme di “impegno civile nelle situazioni di conflitto”, quali interventi di interposizione, di diplomazia popolare, di ricostruzione del tessuto civile, di riattivazione di processi democratici, di accompagnamento civile, di monitoraggio elettorale e dei diritti umani, di riconciliazione tra le parti, anche nell’ottica della sperimentazione di interventi civili di pace.
Cosa si è mosso :
– Si è avviata una interlocuzione finalizzata a introdurre il concetto di Corpi Civili di Pace, anche a partire dalle esperienze di società civile esistenti, tra le azioni auspicabili in caso di intervento nei conflitti da parte italiana e/o come azioni di prevenzione dei conflitti;
– è stato dato incarico dalla Viceministra Sentinelli al prof. Papisca per la redazione di una proposta per la definizione di un quadro normativo a ciò finalizzato;
– è stato dichiarato l’interesse della Viceministra a sostenere la sperimentazione di iniziative di intervento civile nei conflitti come parte delle iniziative di cooperazione allo sviluppo già all’interno del quadro normativo esistente;
– è stato convenuto che gli incontri continueranno a livello ristretto con un gruppo di contatto per una maggiore concretezza in preparazione di un nuovo incontro plenario.
Tuttavia, non sembra che il resto della compagine governativa solidarizzi con questo indirizzo.

MEDIO ORIENTE

PALESTINA – ISRAELE
Condivisibile la preoccupazione del Governo circa la possibile marginalizzazione di Hamas e quella relativa al rischio di una intollerabile frammentazione della Palestina in due entità, con Gaza ridotta ad un ‘bantustan’ sotto tutela armata.
Non è chiaro se l’Italia accetterà la divisione in due entità della Palestina, soprattutto in vista della Conferenza di pace voluta dagli Stati Uniti.
LIBANO
Quando si decise di inviare le truppe nella missione UNIFIL 2, si stabilì anche che tale fase sarebbe stata seguita da una fase negoziale e diplomatica di cui si è persa però traccia. E’ mancato il secondo passaggio: la prima risoluzione per il mandato all’Unifil era accessoria rispetto a una successiva risoluzione che doveva dare un mandato negoziale con Israele e Siria. Invece riemergono appelli per una revisione del mandato UNIFIL 2, per renderlo più «aggressivo» e permettere il disarmo di Hezbollah. Una tale eventualità rischia di pregiudicare il processo di trasformazione di Hezbollah in forza politica, interlocutore per il processo di pace.
CORNO D’AFRICA
La strategia italiana per il Corno d’Africa sembra convincente, sostenendo un approccio integrato di diplomazia, cooperazione e negoziato che superi la centralità dello strumento militare, ad esempio quella forza ibrida per il Darfur sulla quale sembra ci sia ormai il consenso di tutti.
Questo vale per la Somalia, un conflitto ancora difficile, con l’occupazione persistente da parte dell’esercito etiope che però può trovare una svolta, con la recente proposta di Ban Ki-Moon di costituire un contingente di peacekeepers ONU, che possa sostenere un processo di pacificazione e mediazione che includa anche le corti islamiche.
Buon approccio in particolare sul Darfur. L’Italia ha evitato di parlare di genocidio, distinguendo invece tra rilancio del processo di pace pansudanese e uso della forza sotto forma di peacekeeping.
AFGHANISTAN
E’ urgente una netta inversione di rotta. L’inasprirsi della situazione sul campo sembra indicare che non solo le modalità seguite per la ricostruzione e il peacekeeping, ma anche l’istituzione che si è incaricata di farlo (la NATO) stanno contribuendo a far precipitare il Paese nella guerra totale, mentre cresce il numero di vittime civili, colpite anche dalle Forze ISAF. Anche gli interventi negli altri settori previsti dall’Afghanistan Compact, incluso il programma giustizia, sembrano essere destinati a scarsi risultati.
In vista dell’assunzione del comando della missione ISAF, si prepara un rafforzamento del contingente con l’invio di altri 300 uomini, del tutto fuori dall’impegno di non aumentare la presenza militare, già incrementata a marzo con l’invio di mezzi aerei d’attacco.
IRAQ
Bene la conclusione della missione militare nel paese, con il ritiro del contingente. A questo, però, non ha fatto seguito un’azione dell’Italia sul terreno diplomatico, lasciato nelle mani degli USA.
Resta la contraddizione tra lo sviluppo di strumenti politici per costruire il postconflict e l’attuazione di azioni di cooperazione in luoghi di guerra. Per esempio, le attività civili a Nassiriya sono protette da mercenari.

POLITICHE DI DIFESA
Le politiche di difesa sono il settore di maggiore sofferenza: si portano avanti in perfetta sintonia accordi del governo precedente, inoltre il Governo Prodi non si è dimostrato disponibile a un confronto vero con la società civile, come dimostra la decisione di confermare l’accordo concluso dal precedente esecutivo con gli USA sulla nuova base di Vicenza e la partecipazione italiana alla costruzione del caccia F-35 Joint Strike Fighter.
Va ricordato che, nel settore missilistico, l’Italia aderisce al Codice di Condotta dell’Aja, che prevede misure di trasparenza e scambi di informazione per creare un clima di fiducia tra i suoi partecipanti. Eppure prosegue la pratica degli accordi segreti con i partner militari (in special modo con gli USA).
Ecco alcuni dei fatti più significativi della politica di difesa del Governo Prodi.
– Visita in Cina del Presidente Prodi nel settembre 2006 con il mandato di porre fine all’embargo europeo e italiano per la vendita di armi al colosso cinese, stessa operazione fatta dal governo Berlusconi;
– Nella finanziaria di questo anno l’articolo 113 istituisce “un fondo per le esigenze di investimento della difesa” cioè per la ricerca militare. Si tratta per i prossimi tre anni di qualcosa come quattro miliardi e mezzo di euro.
– Il sottosegretario alla difesa, L. Forcieri, ha firmato a Washington lo scorso febbraio il protocollo di intesa su produzione e sviluppo del caccia F-35 (Joint Strike Fighter). Se ne costruiranno oltre 4.500 esemplari al prezzo di 45 milioni di euro cadauno. Per questo progetto l’Italia dovrà stanziare subito un miliardo di euro.
– La decisione di ampliare la base americana di Vicenza (aeroporto Dal Molin) presa dal suo governo contro la forte opposizione della popolazione vicentina.
Conferma della missione Militare in Afghanistan ed utilizzo di “mercenari” per scortare le azioni civili in Iraq.
– Il rafforzamento delle basi militari americane e Nato, soprattutto nel Sud Italia, che diventa la nuova frontiera della guerra al terrorismo. La base di Sigonella (Sicilia) è in procinto di essere triplicata, per ospitare la principale base operativa per i nuovi micidiali velivoli senza pilota Global Hawk. Progettati e prodotti dalla Northrop Grumman, essi rappresentano l’ultima generazione dei cosiddetti “Unmanned Aerial Vehicles – UAV”, gli aerei senza pilota, teleguidati, la cui funzione primaria è quella di spiare il fronte nemico, individuare gli obiettivi e infine dirigere gli attacchi e i bombardamenti. Inoltre, Sigonella sta per ospitare uno dei due terminali terrestri del nuovo sistema di comunicazioni satellitari MUOS delle forze armate statunitensi. Si tratta di un programma da 3,26 miliardi di dollari che sarà completato entro il 2011, funzionale alle strategie di militarizzazione dello spazio e alle guerre globali del XXI secolo. La scelta di Sigonella avviene nonostante la base sia stata giudicata inidonea per l’altissimo rischio di irradiazione elettromagnetica degli impianti MUOS. Mentre Napoli diventa la nuova sede del Supremo Comando navale americano di pronto intervento che giocherà tramite il “Comando dell’Africa” (Afri-Com) un ruolo notevole per il controllo americano del continente nero.
– La firma, lo scorso febbraio di un memorandum di accordo quadro per fare entrare il nostro Paese sotto l’ombrello dello “Scudo” antimissile. Un accordo negato all’inizio dal governo e in un secondo tempo, ammesso. Così Italia e Polonia sono dentro il programma dello scudo antimissile mentre Grecia e Turchia non lo hanno accettato. Questo spacca ulteriormente l’Unione europea e riaccende la tensione con la Russia.

NUCLEARE
L’Italia ha aderito nel 1975 al Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) a seguito di un approfondito dibattito in Parlamento e ne ha sempre sostenuto attivamente principi ed obiettivi. Il Trattato rimane la pietra angolare del sistema di non proliferazione che attualmente è sottoposto a pressioni crescenti. Per promuovere il rafforzamento del regime di non proliferazione, l’Italia ha individuato nell’universalizzazione del Protocollo Aggiuntivo e nell’avvio di un negoziato per un Trattato che proibisca la produzione di materiale fissile per le armi nucleari (FMCT), due iniziative concrete sulle quali impegnare la Comunità Internazionale.
L’Italia ha assunto un ruolo guida, in seno alla Conferenza del Disarmo di Ginevra, nella promozione dell’FMCT. Tale accordo avrebbe un effetto positivo tanto nella non proliferazione quanto sul disarmo; limitando infatti la possibilità di accumulare nuovo materiale fissile, si porrebbero inevitabilmente le basi per la riduzione in prospettiva degli armamenti nucleari.
Questo status teorico è però contraddetto dal fatto che sul nostro territorio, nelle basi di Aviano e Ghedi, secondo un accordo segreto mai comunicato al Parlamento, sono presenti 90 ordigni nucleari la cui potenza è 900 volte superiore a quella delle bombe che distrussero Hiroshima e Nagasaki.
L’adesione alla Nato comporta, infatti, la partecipazione alla dottrina strategica e alla pianificazione nucleare, quindi all’assunzione di capacità militari nucleari anche per il nostro Paese. In questa situazione di illegalità, in caso di guerra, l’Italia diventerebbe automaticamente una potenza nucleare, dato che le nostre forze armate contribuiscono, in tempo di pace, a mantenere in vita l’opzione nucleare.
Un precedente grave, cui si aggiunge ora l’Iniziativa di Cooperazione per il Nucleare Civile tra Stati Uniti e India. L’Accordo USA-India rischia di minare le fondamenta del regime internazionale di non-proliferazione nucleare, in quanto l’India ancora non ha firmato il Trattato di Non Proliferazione, che vieta di fornire attrezzature, materiali e tecnologie nucleari ad uno Stato non facente parte dell’TNP. L’Italia, come membro del Nuclear Suppliers Group (NSG), deve esprimere un parere, ancora non deciso.

NATO
Nei prossimi mesi si discuterà dell’eventualità che la Nato diventi braccio armato dell’Onu. Il Governo Prodi, finora, si è mosso invece nel senso di appoggiare il rilancio del ruolo delle Nazioni Unite e dell’impiego di forze sotto il diretto controllo Onu.
Inoltre, la Nato inizia a ridiscutere del concetto strategico di “nuclear sharing”, ovvero la presenza di armi nucleari statunitensi sul territorio di paesi europei. Su questo punto l’Italia potrebbe prendere posizione a favore di un suo definitivo superamento, particolarmente importante per il nostro paese, data la presenza di testate nucleari.

SERVITU’ MILITARI
In questi anni la cosiddetta riforma delle forze armate che ha portato l’organico da oltre 360mila soldati a poco più di 190mila (e tra qualche anno potrebbero diventare 160mila) ha liberato una serie di siti militari (soprattutto caserme, ma anche altre infrastrutture collegate all’addestramento come poligoni, campi di volo, ecc..) che da qualche finanziaria in qua sono stati dismessi, e in molti casi messi in vendita a privati.
Si tratta di un patrimonio immobiliare consistente, capace di fruttare molte centinaia di milioni -e forse qualche miliardo- di euro. In alcuni casi si tratta di edifici di pregio (come le caserme situate nei centri delle città) e in altri di rilevanza ambientale (come i poligoni, che hanno bisogno di una grande estensione per evitare rischi di incidenti). Invece di essere riutilizzati a fini pubblici, molti di questi sono utilizzati per fare “cassa” e -da notare- per finanziare il Ministero della Difesa. Infatti, a partire da qualche finanziaria in qua è stato stabilito che una parte dell’introito della vendita di questi immobili andranno a finanziare il Ministero della Difesa ed in particolare la costruzione e l’ammodernamento dei sistemi d’arma, nonostante il continuo aumento del capitolo di spesa militare.
Si tratta di centinaia di siti ed edifici militari, e quindi di un patrimonio importante per la comunità. E’ assai grave che sulla destinazione d’uso di questi beni pubblici non siano coinvolte le comunità locali che spesso hanno dovuto sopportare i costi urbanistici, sociali ed ambientali dei siti militari ospitati. E’ altrettanto assai grave che queste non siano coinvolte nemmeno nella discussione sul loro utilizzo.

SPESA PER LA DIFESA
Un capitolo dolente è quello del bilancio della Difesa. Nel 2007 questo è cresciuto del 13%, superando la cifra record di 21 miliardi di euro, e portando l’Italia all’ottavo posto nel mondo per spesa militare, subito dopo la Russia, ma davanti alla Germania per spesa pro-capite (514 dollari a 447 dollari).
Nella Nota di Aggiustamento del DPEF, è definito l’impegno a rivedere il comparto delle spese militari e accorpare i diversi capitoli per rendere più trasparente il bilancio della Difesa. Tuttavia, nello stesso DPEF si parla di un “processo di ristrutturazione e potenziamento dell’efficienza delle strutture di supporto industriale e logistico della difesa.” E ancora, parla di “salvaguardare i livelli di efficienza e funzionalità dei mezzi, sistemi e infrastrutture oggetto di capitalizzazione destinati alla Difesa e Sicurezza nazionale.”
Il testo della Finanziaria 2008, varato dal Consiglio dei Ministri venerdì 28 settembre, smentisce i pochi impegni presi solo lo scorso luglio e riconferma la linea fin qui tenuta.
Rispetto alla bozza originaria, all’ultimo minuto è scesa al 10 % la riduzione del 25% degli oneri per l’assunzione di nuovo personale e per il processo di professionalizzazione delle forze armate (legge del 2000), e sembra che sia rientrata anche la riduzione del 15% prevista dalla finanziaria del 2007 (stima di minore risorse disponibili: 300 milioni). Una riduzione complessivamente minima, considerato che il personale della Difesa è pari al 4 % del totale dei dipendenti pubblici, ma pesa per un 20 % della spesa complessiva per il personale dello Stato, come si evince dal DPEF 2008-2011.
Il contenimento al taglio di spesa è conseguente alle forti pressioni del Ministro della Difesa, che ha parlato dell’impossibilità di continuare a sostenere il turn over dei militari impegnati nelle missioni all’estero. Un’affermazione curiosa, visto che le FFAA contano su oltre 190mila persone, tra cui circa 120.000 sono graduati.
Inoltre, non viene messa mano ad alcuna revisione dei capitoli di spesa, come previsto per gli altri Ministeri. Anzi, si confermano le uscite già previste. Ad esempio, la Finanziaria del 2007 prevedeva: “Per il finanziamento degli interventi a sostegno dell’economia nel settore dell’industria nazionale ad elevato contenuto tecnologico e’ istituito un apposito fondo iscritto nello stato di previsione del Ministero della difesa, con una dotazione di 1.700 milioni di euro per l’anno 2007, di 1.550 milioni di euro per l’anno 2008 e di 1.200 milioni di euro per l’anno 2009, per la realizzazione di programmi di investimento pluriennale per esigenze di difesa nazionale, derivanti anche da accordi internazionali. Dall’anno 2010, per la dotazione del fondo si provvede ai sensi dell’articolo 11, comma 3, lettera f), della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive modificazioni”. La Finanziaria 2008 non prevede una modifica a questo comma. Questo significa che anche per questo anno ci saranno 1 miliardo e 400 milioni in più per le armi (per quelle co-prodotte con altri paesi, principalmente il JSF 35). Una cifra che molto probabilmente, essendo legata non comparirà nella tabella del bilancio della difesa e quindi non verrà conteggiata tra gli stanziamenti e nel rapporto spesa per la difesa/PIL.

SPESE PER ARMAMENTI
E’ questo un capitolo dove appare evidente l’intreccio tra decisioni politiche e interessi dei grandi gruppi dell’industria bellica.
Diamo una panoramica delle principali spese.
I mezzi aerei assorbono ampie risorse. Le più consistenti sono investite per il cacciabombardiere Eurofighter (prodotto da Alenia), con un impegno totale di 18.100 milioni. Ma vi sono altri aerei, oramai prossimi alla radiazione, per i quali s’investe ancora: è il caso dei caccia Tornado, con un importo totale di 1.450 milioni e dei velivoli AMX, di coproduzione Aermacchi, Alenia con la brasiliana Embraer, per i quali sono stati stanziati 83,7 milioni (complessivamente 285 milioni). Vi sono poi 1.670 milioni assorbiti dall’ammodernamento dei 34 velivoli da trasporto tattico C130J.
Elevata è anche la spesa per gli elicotteri, tutti di AgustaWestland: 3.350 milioni per il modello NH90, 1.075 milioni per gli elicotteri in uso sui mezzi navali EH101 e 81,5 milioni per i famigerati elicotteri da combattimento A129 Mangusta.
Per quanto riguarda la marina sottolineiamo tre investimenti: i 1.390 milioni per la portaerei “Cavour”; 1.500 milioni per 2 fregate antiaeree classe “Orizzonte” e soprattutto i 5.680 milioni per 10 fregate multi missione.
Per la vasta gamma di missili sono stati stanziati: 1.090 milioni per il sistema missilistico “Fsaf” e 890 milioni per missili a medio raggio; poi 595 milioni per il sistema missilistico “Meads” e 290 milioni per i missili “Storm-Shadow”.
Vi sono poi due importanti programmi di sviluppo di missili aria/aria; il primo dei missili “Iris” da 217 milioni e il secondo dei missili “Meteor” da 123 milioni.
Alla voce materiali d’armamento troviamo: i siluri leggeri “Mu-90”, per 200 dei quali la spesa è di 191 milioni e i cannoni “Pzh 2000” impiegano 414 milioni, al costo di 5,9 milioni cadauno.
Tra i mezzi terrestri, i veicoli blindati da combattimento “Vbc 8×8” costano circa 6 milioni ciascuno, per un totale di 1.500 milioni per 249 veicoli.
Per i veicoli cingolati leggeri “Bv 206” vi è una spesa di 100 milioni e per i veicoli tattici leggeri multiruolo sono previsti 315 milioni.

IL “JOINT STRIKE FIGHTER”
Un punto a parte è la questione degli F35 o JSF. Si tratta di un cacciabombardiere di attacco, capace di trasportare anche ordigni nucleari (poco coerente quindi con la difesa del paese e con le missioni di pace). Ci siamo impegnati a comprarne 131; le stime ufficiali di qualche anno fa parlano di un costo di 35 milioni di euro l’uno. Una stima realistica -ad oggi- è quella di 50-60 milioni (valori attuali). In totale si può prevedere un costo complessivo a regime e pluriennale di oltre 20 miliardi di euro. Infatti, nella stima c’è da tenere conto di un trascinamento fisiologico dell’aumento dei costi (in passato il fratello maggiore F22 ha quadruplicato i suoi costi iniziali) e dei costi indiretti. Ad esempio a Cameri (all’aeroporto militare), dove ci sarà una linea di assemblaggio dei JSF, i costi di adattamento della linea di produzione sono di 250 milioni di euro (a carico della finanza pubblica). Capofila del progetto sono gli USA. L’Italia ha aderito nel 1996 (Prodi) e poi riconfermato la sua adesione nel 1998 (D’Alema), 2002 (Berlusconi) e 2007 (Forcieri). L’Italia si è già impegnata con 1 miliardo e 28 milioni di euro. In finanziaria 2007 ci sono stati i primi stanziamenti per il programma JSF: 139,2 milioni per lo sviluppo del progetto, che portano il totale speso finora a 793,6 milioni.
Siamo nella fase di progettazione: i primi JSF entreranno in produzione in Italia tra diversi anni. Da notare che siamo anche partner del progetto Eurofighter 2000 (progetto tutto europeo) che è concorrente di quello a cordata americana del JSF, costa di meno ed è più coerente con la nostra appartenenza europea.

COMMERCIO DELLE ARMI E INDUSTRIA BELLICA
Le esportazioni italiane di armi del 2006 segnano un preoccupante primato degli ultimi venti anni, E’ quanto si evince dai dati della Relazione della Presidenza del Consiglio al Parlamento sull’export di armi per l’anno 2006, secondo la Legge 185/90. Superano infatti i 2,1 miliardi di euro le autorizzazioni all’esportazioni di armamento nel 2006, con un’impennata del 61% rispetto al 2005 e sfiorano il miliardo di euro anche le consegne (970,4 milioni) effettuate nel 2006.
Sono preoccupanti anche i destinatari delle esportazioni: al primo posto ritornano infatti gli Stati Uniti. Seguiti a ruota da un paese che nei rapporti di Human Right Watch e Amnesty International si distingue per vessazioni nei confronti delle Organizzazioni per la tutela dei diritti umani: gli Emirati Arabi Uniti ai quali il Governo ha autorizzato la vendita di armi per 338,2 milioni di euro. Salgono le vendite ai paesi extra Ue e della Nato arrivando al 44,2% e più del 20,2% dei sistemi d’arma finisce nelle zone calde del pianeta come Medio Oriente ed Africa settentrionale al quale sono destinate armi per un valore complessivo di 442,8 milioni di euro. Spiccano poi paesi come la Nigeria che riceve armi per 74,4 milioni di euro e l’India (66,3 milioni di euro), la Malesia (51,4 milioni di euro), il Pakistan (37,9 milioni di euro) e la Libia (14,9 milioni di euro).
Per quanto riguarda l’India, qui vengono assemblati componenti del sistema frenante di fabbricazione italiana (sono prodotte dalla Elettronica Aster) sugli Advanced Light Helicopter (elicotteri da combattimento). I velivoli sono stati poi venduti anche alla Giunta del Myanmar, che potrebbe utilizzarli benissimo per reprimere la protesta popolare di questi giorni.

Riguardo alla Relazione sulla 185 per il 2006, bisogna riconoscere che per la prima volta è stata esaminata insieme alla società civile, cosa prevista e mai attuata prima.
Resta però ignorata la proposta di esaminare le richieste di autorizzazione di vendita di armamenti ai paesi che ricevono dall’Italia APS o beneficino della cancellazione del debito.
Va segnalata, in particolare, la situazione del gruppo Finmeccanica, controllata dal Tesoro, che ha segnato un notevole incremento di fatturato. Società del gruppo si sono aggiudicate una mega commessa di 73 milioni in Nigeria, e una più contenuta (valore sei milioni di euro), in Uganda. Due paesi, questi ultimi, che hanno usufruito da parte italiana sia di provvedimenti per la cancellazione del debito che sostanziosi aiuti allo sviluppo, e dove la popolazione vive in condizioni di miseria estrema. Basti un dato per tutti: la Nigeria ha un debito estero di 2.608 miliardi di dollari. Evidentemente, non abbastanza se riesce a spendere ancora in armamenti.
Inoltre, il Ministero Difesa frena sull’idea di applicare la Legge 185 anche agli accordi bilaterali di cooperazione, che consentono di aggirare l’obbligo di autorizzazione per ogni vendita.

BOMBE CLUSTER E ARMI LEGGERE
Nel febbraio 2007, alla Conferenza di Oslo sulle “munizioni a grappolo”, l’Italia si è impegnata, assieme ad altri 45 Stati, in un processo che metta al bando quel tipo di ordigni il cui impiego comporta gravi conseguenze umanitarie per le popolazioni civili.
Nella stessa prospettiva umanitaria si colloca anche il sostegno dell’Italia al processo in corso nel quadro delle Nazioni Unite per la lotta al traffico illecito delle armi piccole e leggere, in particolare con l’attiva partecipazione alla Conferenza di Riesame del Piano di Azione ONU nel luglio 2006. Sempre nel quadro delle Nazioni Unite, l’Italia si è impegnata attivamente per promuovere un Trattato sul Commercio degli Armamenti Convenzionali, che prevede l’applicazione di standard internazionali nel trasferimento di tali armamenti.

RICONVERSIONE INDUSTRIALE

L’impennata dell’export di armi italiane sostiene la manifestata volontà del Governo di non tenere in considerazione l’ipotesi di riconversione dell’industria bellica, prevista dalla legge, perché non conveniente.
Al contrario, dal Parlamento arrivano indicazioni interessanti. Il Senato ha approvato la risoluzione di maggioranza sul DPEF che impegna il Governo a introdurre norme in sostegno alla riconversione dell’industria bellica.
In effetti, il DPEF dà segnali importanti in questo senso. Inoltre, la Camera ha approvato all’unanimità una risoluzione che impegna il Governo al recepimento del processo di Oslo sulle cluster bomb; ma il Governo è reticente. L’Italia, infatti, le produce ma non le esporta, e l’idea della messa al bando non piace proprio per il principio che aprirebbe il capitolo della dismissione di parte dell’industria bellica.
A questo punto si attende, da un lato, un capitolo apposito nella Finanziaria 2008, e, dall’altro, la calendarizzazione del Disegno di Legge da mesi bloccato in commissione in Senato per aprire un’ampia discussione su politiche che consentano la progressiva demilitarizzazione dell’apparato produttivo, orientandone la riorganizzazione verso quelle tecnologie che possono trovare impiego in campo civile, salvaguardando sia i posti di lavoro che il know-how accumulato. Il disegno di legge prevede la costituzione di un’Agenzia nazionale incaricata della riformulazione delle politiche industriali al fine di una riconversione ad usi civili, ed Agenzie regionali per lo studio e l’attuazione dei progetti di riconversione dell’industria bellica.

DIRITTI UMANI

L’Italia, che è stata presente quasi ininterrottamente nella Commissione Diritti Umani sin dal 1957, ha deciso di presentare la propria candidatura al Consiglio dei Diritti Umani per il triennio 2007-2010 contribuendo così all’operazione di rilancio di questo organismo. Il nostro Paese e’ stato eletto il17 maggio del 2007, insieme all’Olanda.
Dallo scorso 20 giugno 2007, per tre anni, l’Italia è membro del nuovo Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Un’elezione sofferta, che ha scontato sia la cattiva immagine internazionale del precedente Governo sia, in gran parte, i numerosi e ripetuti rilievi mossi al nostro paese per il mancato rispetto di normative internazionali e impegni sottoscritti in questo campo.
Oggi, partecipando a questo nuovo organismo dell’Onu, il nostro paese si è assunto il solenne impegno di adoperarsi per rafforzare la promozione e protezione dei Diritti Umani e l’adeguamento agli standard internazionali dei Diritti Umani ovunque nel mondo, Italia compresa.
Questo impegno internazionale ci trova però impreparati. Sono molte, infatti, le situazioni di mancato rispetto sia degli impegni presi che dei più generali standard internazionali.

Vediamo alcuni punti
– Mancata istituzione della Commissione nazionale indipendente per la tutela dei Diritti Umani.
L’Italia è oggi fanalino di coda non solo a livello europeo: sconta un ritardo di 14 anni rispetto alla la Risoluzione n.48/134 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 20 dicembre 1993, e tutte le raccomandazioni dei Comitati ONU all’Italia ci chiedono di rispettare i Principi di Parigi e perché siamo inadempienti anche alla risoluzione del Consiglio d’Europa del 1997.
L’iter del Disegno di Legge su questo capitolo alla Camera è stato unificato a quello del Disegno di legge per il Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale, approvato in aprile come DDL 1463: “Commissione Nazionale per la promozione e la protezione dei diritti umani e la tutela dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale”. Il DDL 1463 è ora fermo al Senato, in attesa di calendarizzazione;
– Non è stato ancora attuato l’adeguamento del proprio ordinamento giuridico per la piena l’operatività dello Statuto della Corte Penale Internazionale;
– Non procede il disegno di legge sul reato di tortura né il Protocollo aggiuntivo per la prevenzione della tortura: il disegno di legge (Senato, DDL n. 1216), approvato dalla Camera, è ancora in attesa di essere preso in esame al Senato;
– Non è stata ancora ratificata la Convenzione Onu sui diritti dei lavoratori migranti, né la Convenzione n.169 dell’OIL su popoli indigeni e tribali;
– L’Italia deve ancora promuovere un protocollo opzionale al Patto sui diritti economici, sociali e culturali. Come membro del Consiglio Diritti Umani, il nostro Governo deve consentire i ricorsi individuali al Comitato ONU in caso di violazione; – L’Italia non sta facendo nulla per la responsabilità legale delle imprese in materia di Diritti Umani;
– Deve procedere alla ratifica del Protocollo Opzionale della convenzione contro la Tortura e della Convenzione ONU sui diritti dei lavoratori migranti; deve adeguare il proprio ordinamento giuridico per la piena l’operatività dello Statuto della Corte Penale Internazionale. – Inoltre, anche l’Italia è tra i 14 paesi europei che non hanno applicato appieno la direttiva europea contro la discriminazione su base razziale. Ora Roma ha due mesi di tempo per rispondere alle accuse della Commissione europea, prima di essere convocata davanti alla Corte di giustizia. La scadenza per tradurre la direttiva in legge nazionale era il 2003.
Il punto è che il tema dei diritti umani viene considerato ancora materia di politica estera, senza che venga presa in considerazione la necessità di un adeguamento della legislazione nazionale.
L’Italia è invece sotto i riflettori degli organismi di monitoraggio del rispetto dei diritti umani, per continue e ripetute violazioni nel proprio stesso territorio, dagli abusi di potere da parte delle forze di polizia, alla mancata salvaguardia dei diritti dei Rom, lo stato delle carceri, la durata della carcerazione preventiva e dei processi, penali e civili. Sono solo alcuni dei rilievi avanzati da parte degli organismi internazionali.
Il Governo cerca di supplire le irregolarità interne con forti iniziative internazionali. Si affida in questo soprattutto alla nuova iniziativa dell’UE per la moratoria e l’abolizione della pena di morte in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ottenendo che l’UE si faccia promotrice di una “Dichiarazione di Associazione” sulla moratoria ed abolizione della pena di morte, presentata dalla Presidenza europea all’Assemblea Generale il 19 dicembre 2006 e sottoscritta in quella data da 85 Stati (tra cui i 27 dell’UE). Si tratta del più alto numero di consensi mai ottenuto da un’iniziativa sulla pena di morte in ambito Nazioni Unite, che ora sono chiamate a pronunciarsi su una materia non condivisa anche da alcune delle grandi potenze, in particolare USA e Cina.
Un’iniziativa, quella italiana, degna di nota, ma che non riesce a nascondere un vuoto legislativo e di cultura dei diritti umani diffusa all’interno dei settori più delicati della Pubblica Amministrazione.

AMBIENTE E CLIMA
Il DPEF fa il punto sullo stato di attuazione degli impegni per la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, in coerenza con gli obblighi derivanti dall’attuazione del Protocollo di Kyoto.
L’Italia ha sottoscritto gli impegni presi in sede europea per contenere gli effetti del surriscaldamento globale con una riduzione dei consumi energetici e delle emissioni, in ottemperanza al Protocollo di Kyoto. Non sembra però abbastanza incisiva l’azione in sede di G8, dove e’ passata la linea USA di impegni non vincolanti, a fronte invece di una politica più rigorosa approvata in sede europea che prevede una riduzione del 20% delle emissioni entro il 2015, contro il 6,5% del Protocollo originario.
Le misure prese dal Governo italiano sono ancora insufficienti. Per gli interventi necessari all’applicazione del protocollo di Kyoto (e della riduzione delle emissioni rispetto al 1990), nella Finanziaria 2007 sono stati stanziati 200 milioni di euro, anziché il miliardo che servirebbe (si tratta di poco meno di quanto era previsto dal decreto Ronchi per il 2007) . Inoltre, è insufficiente l’obiettivo dello scorso DPEF della riduzione di 70 milioni di tonnellate di CO2, rispetto ai 98 milioni come richiesti dai parametri di Kyoto. Inoltre non meno dell’80% delle azioni rivolte alla riduzione della CO2 devono avvenire in ambito nazionale e non con l’acquisto di crediti di emissioni, come invece indicato dai provvedimenti del Governo. Il terzo punto riguarda la mobilità: anche la bozza di Finanziaria 2008 mantiene inalterati i capitoli riguardanti le grandi opere, a partire dalla diga del Mose e dalla TAV, ai danni delle piccole opere, che invece sono ormai improrogabili, gli investimenti nelle energie pulite, le ferrovie locali per i pendolari, i piani di mobilità sostenibile nelle grandi città, il riassetto idrogeologico, la sistemazione della rete idrica di Puglia e Sicilia.
Il secondo punto attiene alla questione delle energie pulite. Le misure per la rottamazione di caldaie e frigoriferi obsoleti della scorsa finanziaria vanno bene, ma sono una goccia nel mare, mentre manca un piano per finalizzare ricerca e innovazione in questo campo. Anche lo sviluppo delle energie rinnovabili, di cui siamo ricchi, non necessita di ingenti investimenti e tasse. Per cominciare a fare un’Italia dipendente dalle risorse solari servono ricerca e formazione, cioè soldi spesi bene, e regole chiare che penalizzino le fonti fossili. Istituti scientifici qualificati hanno dimostrato che su 200 milioni di tonnellate di petrolio che l’Italia consuma il 50% sono sprechi: si può produrre e avere gli stessi servizi con metà dell’energia oggi necessaria. Il 20% di questo possibile risparmio poi, se realizzato, è a costi negativi, conviene cioè più fare gli interventi che non farli. Questo giacimento di energia non sfruttato, se ben indirizzato da politiche illuminate, consentirebbe di importare meno petrolio e rendere inutili molte centrali che si vogliono costruire. Purtroppo, questo governo non sembra avere alcuna strategia per il futuro energetico dell’Italia e l’eolico è assolutamente poco sfruttato. Oggi abbiamo poco più di 2mila megawatt installati, ma potremmo tranquillamente arrivare a 10mila. Purtroppo i segnali non sono incoraggianti: il Governo sta per varare un decreto che vieta l’eolico in tutte le aree Zps (Zone a protezione speciale) ma nelle stesse aree con una VIA favorevole consente di costruire centrali a carbone e, ancora, prevede una VIA nazionale per gli impianti eolici sottraendo la responsabilità alle regioni e optando per una soluzione che non ha eguali in Europa. L’energia eolica può e deve concorrere al mix energetico necessario ad affrancare il nostro Paese dalle importazioni di petrolio e di gas e ad attribuire alle rinnovabili un ruolo significativo anche promuovendo la ricerca e l’innovazione tecnologica necessarie a fronteggiare i mutamenti climaticiInoltre, e’ preoccupante l’insistenza su un possibile ritorno al nucleare, che finora si e’ concretizzata nella partecipazione ai programmi europei di ricerca e sviluppo.
Il 1° luglio 2007 il mercato italiano dell’energia elettrica è stato liberalizzato. E’ caduto il monopolio dell’ENEL, unico gestore con il 30% di partecipazione pubblica, e da oggi i cittadini sono liberi di scegliere da chi acquistare l’elettricità che alimenta lampadine ed elettrodomestici. Sull’onda dell’apertura dei mercati, l’ENEL sta investendo 1,8 miliardi di Euro nella costruzione di reattori nucleari in Slovacchia e sta per investire altri 7 miliardi nel nucleare in Bulgaria. Praticamente il doppio di quanto ha affermato di voler investire sulle energie rinnovabili. Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario del referendum che ha bandito l’energia nucleare dal territorio italiano, e pochi ricordano che il secondo quesito referendario era proprio riferito all’ENEL. La vittoria del SI proibiva, di fatto, all’Ente Nazionale Energia Elettrica di partecipare ad accordi commerciali internazionali nel settore del nucleare. Ma la privatizzazione e la globalizzazione hanno disegnato, nel tempo, uno scenario ben diverso. Oggi l’ENEL si prepara a produrre energia elettrica nell’Europa dell’Est e a reimportarla in Italia. Con l’acquisto del 66% della Compagnia Nazionale Slovacca l’ENEL si è impegnata a completare la costruzione di due reattori nucleari della centrale Mohovce, lasciando così le scorie appena fuori la porta e facendo entrare a casa nostra energia pulita. Inoltre ha dimostrato vivo interesse a diventare il maggiore azionista della centrale di Belene, un pericolosissimo progetto nucleare bulgaro di epoca sovietica, situato in una zona altamente sismica. Un caso di vero e proprio dumping nucleare nei confronti dei paesi dell’Europa dell’Est già duramente colpiti dalla catastrofe di Chernobyl e da una lunga serie di altri incidenti minori. L’energia nucleare rappresenta ancora oggi un rischio enorme per l’ambiente e per le generazioni future. Non può, e non deve rappresentare una soluzione al problema della sicurezza energetica. La soluzione deve essere ricercata investendo nella ricerca e nelle infrastrutture per la produzione di energia pulita e rinnovabile.

INFORMAZIONE E COMUNICAZIONE
La gravissima situazione in cui versa il mondo della comunicazione nel nostro paese e’ stata affrontata sin dall’inizio del suo mandato dal Ministro delle Comunicazioni Gentiloni.
Il suo dicastero si e’ attivato subito per definire un nuovo quadro normativo sia in tema di comunicazione in generale che specificamente sul Servizio Pubblico radiotelevisivo. E lo ha fatto attraverso un confronto con una serie di realtà della società civile, che ha pesato anche sulla definizione dei contenuti del nuovo Contratto di Servizio concluso con la Rai.
Positiva anche l’iniziativa di un disegno di legge delega per il riordino del settore dell’editoria, che si spera ancora aperto a modifiche da concordare in un confronto con i diversi soggetti coinvolti, a cominciare dai rappresentanti delle categorie di lavoratori.
Tuttavia, al momento tutto e’ stato congelato in attesa, forse, di tempi migliori. La Conferenza dei capigruppo alla Camera, sembra in perfetto accordo, ha, infatti, cancellato dall’ordine del giorno per i prossimi tre mesi la discussione sul DDL Gentiloni di riforma dell’assetto radiotelevisivo generale, che avrebbe dovuto cancellare la legge Gasparri. Resterà solo la visione degli articoli nelle competenti commissioni della Camera, che a questo punto resta fine a se stessa. Al di la’ delle conseguenze sul protrarsi di una situazioni di grave difficoltà per la libertà d’informazione, rimane in piedi la Procedura di infrazione comminata dalla Commissione europea, scaduta il 20 settembre scorso. Bruxelles, a detta del portavoce della Commissaria alla concorrenza Kroes, non ha accordato la proroga, come prevedibile, e quindi a breve scatterà una maxi-multa contro lo Stato italiano (si parla di 300/400 mila euro al giorno!). Lo stesso sta accadendo con il DDL che avrebbe dovuto regolare il “conflitto di interessi”, secondo regole europee, sparito nei meandri dei calendari parlamentari, come l’altro DDL Gentiloni di riforma della “governance” RAI, anch’esso fermo in commissione al Senato. Un peccato, visto che sulle altre questioni aperte nel settore, il Governo Prodi si è dimostrato assente.
Non c’e’ stato, infatti, un reale coinvolgimento dell’esecutivo per cercare una conclusione della trattativa ancora aperta sul Contratto Nazionale dei Giornalisti, una trattativa delicatissima perché decisiva per garantire l’autonomia della categoria, intaccata dal precariato dilagante e dalla crescente interferenza della Proprietà nella gestione dei Media.
Ma l’iniziativa più grave resta il disegno di Legge Mastella sulle intercettazioni, approvato dalla Camera con voto quasi unanime, e di prossima discussione al Senato. Il ddl rappresenta un attacco diretto all’autonomia del giornalismo e al diritto di cronaca, puntando a limitare pesantemente l’informazione giudiziaria, strumento essenziale di democrazia e trasparenza nella storia della nostra Repubblica.

EDUCAZIONE ALLA PACE E DIRITTI UMANI
Il Ministero dell’Istruzione ha approvato un Protocollo d’intesa con il Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace ed i Diritti Umani per promuovere l’educazione alla pace e ai diritti umani in tutte le scuole di ogni ordine e grado.
E’ stato depositato in Parlamento un disegno di legge ad hoc, sottoscritto da parlamentari di tutti gli schieramenti, per la celebrazione del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani mediante la promozione di una vasta campagna di educazione all’azione per i diritti umani, ancora non calendarizzato.

LOTTA ALLE MAFIE
Nel segno di una discontinuità rispetto alla passata legislatura, tutta puntata a contenere i poteri della magistratura, anche a scapito del lavoro di indagine in settori delicati, il Governo Prodi fin dall’avvio ha ratificato i seguenti strumenti internazionali:
a) La Convenzione contro il crimine organizzato transnazionale, 2 agosto 2006;
b) Il Protocollo per la prevenzione, repressione e penalizzazione della tratta di persone, specialmente donne e bambini, protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine transnazionale organizzato, 2 agosto 2006.
Tuttavia, non ha investito in una politica puntata ad appoggiare singoli e realtà che si oppongono alle mafie. Ad esempio, alla proposta di legge sul risarcimento delle vittime di mafia si è opposta l’obiezione della mancanza di risorse finanziarie.
Ugualmente, si registrano resistenze alla creazione di un agenzia ad hoc per i beni confiscati alla mafia. Tuttavia, a giugno 2007 il Governo ha nominato un Commissario straordinario per la gestione e destinazione dei beni confiscati, una figura che dovrebbe garantire una cabina di regia che assicuri rapidità e trasparenza al procedimento di destinazione e gestione dei beni e una programmazione dei progetti di riutilizzo sul territorio.
Anche la concentrazione di attenzione e risorse sulla presunta ‘emergenza sicurezza’ che rischia, anche per come il Governo la sta impostando, di far scomparire la questione meridionale e quella della lotta alla mafia.

MIGRANTI E PLURALISMO CULTURALE
In questo campo, il Governo Prodi non ha ancora dato segnali di discontinuità concrete rispetto alle politiche seguite dal precedente esecutivo a livello europeo, mentre, sul piano interno, ha avviato l’iter per la modifica della Bossi-Fini.
Infatti, sul fronte dell’immigrazione nel suo complesso, l’emergenza alle frontiere dell’Unione Europea spinge nella direzione di intensificare i controlli.

E’ stato riconfermata, infatti, la partecipazione dell’Italia alle attività di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne; attività che hanno incrementato le morti di migranti nel Mediterraneo, mentre prosegue la politica di accordi con paesi non particolarmente attenti al rispetto dei diritti umani per il contenimento dei flussi migratori.
248 morti in un mese; 10.300 vittime dal 1988 ad oggi. Il rapporto di agosto di Fortress Europe sulle vittime dell’immigrazione clandestina verso l’Europa parla chiaro.
Le cifre sono impietose anche per l’Italia e, in particolare, per il Canale di Sicilia. 161 morti in un mese, 500 dall’inizio dell’anno contro i 309 di tutto il 2006, a fronte di una forte riduzione di sbarchi sulle coste italiane: il tratto di mare tra la Libia, Malta e la Sicilia è diventato una fossa comune. Vi giacciono i corpi di 1.503 delle 2.430 vittime documentate da Fortress Europe tra il 1994 e oggi.
In questa direzione si situa il via libera della Commissione europea all’Italia per negoziare con la Libia il sostegno al controllo militare delle frontiere sud. E’ il prezzo imposto da Gheddafi per dare accesso alle pattuglie congiunte di Frontex nelle acque libiche, obiettivo lungamente perseguito dal governo Prodi, in cambio del supporto finanziario dell’Italia alle deportazioni che la Libia effettua anche ai danni di potenziali richiedenti asilo, verso paesi che non garantiscono alcun rispetto per la dignità umana ed i diritti fondamentali della persona.
Il Governo evidentemente non ricorda che la Libia non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra per i rifugiati, che non riconosce in alcun modo il diritto di asilo, che incarcera brutalmente anche donne e minori migranti, che sfrutta come schiavi centinaia di migliaia di migranti, che Gheddafi prima ha attratto ai tempi dell’embargo e che oggi sfrutta come merce di scambio nei confronti dei paesi europei. Tutto questo, senza tener conto delle continue violazioni di diritti umani da parte delle autorità libiche.
Destano un particolare allarme anche i nuovi pattugliamenti congiunti e i respingimenti collettivi praticati dall’Agenzia Frontex. Lo scorso anno la nave Sibilla della Marina Militare italiana ha praticato nel canale di Sicilia, in collaborazione con unità navali della Marina militare tunisina, il primo respingimento in mare verso un porto tunisino, consegnando alle autorità di quel paese una imbarcazione carica di migranti intercettata in acque internazionali. Nessuna Convenzione internazionale prevede questo tipo di respingimento in mare, e la Direttiva emanata nel 2002 da Berlusconi si limitava a prevedere il blocco in acque internazionali delle imbarcazioni cariche di migranti irregolari al solo scopo di effettuare le ispezioni a bordo.
Nel marzo del 2007 si è registrato il primo intervento di una unità della marina militare italiana in Oceano, al largo delle coste del Senegal, nell’ambito delle attività di contrasto dell’agenzia Frontex, con il respingimento collettivo di centinaia di migranti che tentavano di raggiungere le isole Canarie. L’imbarcazione Happy Day condotta da una unità militare italiana in un porto senegalese è stata poi fatta ripartire verso sud, verso le coste della Guinea Conakry, su ordine dalle stesse autorità senegalesi, forse preoccupate, dopo l’iniziale assenso all’operazione Frontex, di un caso che poteva costituire un pericoloso precedente. Queste prassi al di fuori della legalità internazionale alimentano il rischio di nuove stragi e possono costituire una gravissima lesione del diritto di asilo riconosciuto a livello internazionale e dalla Costituzione italiana.
Parallelamente, il Governo ha varato una serie di proposte per riformare la normativa in vigore, accogliendo in parte le richieste avanzate dall’associazionismo.
Da questo confronto nasce il disegno di legge delega di riforma del testo unico sull’immigrazione, che recepisce le proposte dei ministri Amato e Ferrero e sul quale la Conferenza unificata Stato-Regioni aveva espresso parere favorevole. Si attende ora di vedere i tempi della discussione in Parlamento, ancora non calendarizzata.
I punti essenziali di modifica del disegno di legge rispetto alla Bossi Fini sono: la durata triennale del decreto flussi, il canale privilegiato per l’ingresso dei lavoratori altamente qualificati, lo sponsor, la riconduzione della giurisdizione riguardante reati penali commessi dall’immigrato nell’alveo del giudice ordinario, programmi di rimpatrio volontari ed assistiti.
Sono stati altresì approvati alcuni atti specifici:
– La Direttiva del Ministero degli Interni entrata in vigore l’8 marzo 2007 per facilitare, da parte del Sistema Nazionale di protezione dei richiedenti asilo, la presa in carico dei minori che raggiungono i confini italiani non accompagnati;
– La creazione del Comitato per la protezione dei minori stranieri che fissa a livello nazionale metodi e modalità per l’accoglienza e la protezione temporanea di minori stranieri non accompagnati.
Il Ministero dell’Interno si è confrontato specificamente con gli enti di tutela dei rifugiati sui contenuti di questi decreti, con un impatto positivo sulla stesura finale dei testi, anche se numerose richieste avanzate non sono state accolte.
In primo luogo, il Consiglio dei Ministri ha approvato due schemi di Decreti Legislativi riguardanti asilo e immigrazione, dando così attuazione ad importanti Direttive dell’Unione Europea sul diritto d’asilo. Con questi decreti vengono riordinate le procedure per il riconoscimento della protezione internazionale e definiti i presupposti per ottenere tale protezione nonché i diritti ad essa inerenti.
La riforma supera aspetti molto restrittivi introdotti dalla Legge Bossi-Fini: innanzitutto c’è la chiara definizione della protezione sussidiaria che va a sostituire la definizione ambigua di status umanitario. Viene garantito il diritto dal ricorso effettivo contro la decisione negativa del riconoscimento dello status di rifugiato e si riconosce il diritto a rimanere in Italia in attesa della decisione del giudice. Viene inoltre abolito il trattenimento nei “centri di identificazione”.
Non mancano però nei nuovi testi legislativi elementi critici.
Rimane invariata la composizione delle Commissioni Territoriali che decidono sulle richieste d’asilo. Non è stata accolta la proposta che le Commissioni siano integrate da un esperto in materia di diritti civili non appartenente all’amministrazione dello Stato.
Inoltre in termini di accoglienza si continua a distinguere tra coloro che sono entrati in Italia regolarmente e coloro che sono entrati in Italia irregolarmente, prevedendo per questi ultimi strutture al di fuori del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.
I due Decreti però non colmano la necessità di una Legge organica sul diritto d’asilo, che il Parlamento dovrà discutere nei prossimi mesi.
E’ fermo in Parlamento anche il disegno di legge per la riforma della cittadinanza, varato dal Consiglio dei Ministri poco dopo il varo del Governo Prodi.
Un capitolo a parte merita la situazione delle comunità Rom, verso le quali il Governo attua politiche che considerano le comunità Rom come “nomadi” e si basano esclusivamente sulla loro permanenza nei campi.
Questo stato fa sì che queste comunità vivano in situazioni di estrema povertà, in precarie e malsane condizioni abitative, ai margini della società italiana. E’ preoccupante anche che non godano della protezione che spetta alle minoranze etniche in Italia, sulla base del fatto che essi non hanno un legame con uno specifico territorio.

RINGRAZIAMENTI
Si ringraziano, per il prezioso contributo alla stesura del presente Rapporto, in termini di collaborazione di fornitura di dati e informazioni:
Controlarms; Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati; Libera; Sbilanciamoci; Un ponte per; Riccardo Troisi – Rete italiana per il Disarmo; il Prof. Fulvio Vassallo Paleologo; Francesco Martone – Commissione Difesa del Senato; Silvana Pisa – Commissione Difesa del Senato; Sabina Siniscalchi – Commissione Esteri della Camera; Tana De Zulueta – Commissione Esteri della Camera


Per informazioni:

www.perlapace.it
on line dal 28 giugno 2007 per fare pace insieme a te

Tavola della Pace
via della Viola 1 (06122) Perugia – Tel. 075/5736890 – fax 075/5739337
email segreteria@perlapace.it – www.tavoladellapace.it

Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani
via della Viola 1 (06122) Perugia tel. 075/5722479 – fax 075/5721234
email info@entilocalipace.it – www.entilocalipace.it
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