Gli Stati Uniti triplicano le vendite di armi nel mondo


Ugo Tramballi - ilsole24ore.com


Ancora non è scoppiata, e qualche solida speranza che non accada continua a esistere. Ma il nuovo, eventuale conflitto nel Golfo Persico attorno al nucleare iraniano è già un grande affare.


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Come da molti anni – e questa volta più che nel passato – i Paesi della regione moltiplicano i loro arsenali. Solo nel 2011 l’Arabia Saudita ha comprato armi americane per 33,4 miliardi di dollari.
Sono i sauditi a garantire il fenomenale successo commerciale dell’apparato militare industriale americano dell’anno scorso. Nel 2010 gli Stati Uniti avevano venduto nel mondo armi per 21,4 miliardi di dollari (31 nel 2009). Secondo uno studio del Congress Research Service, una sezione della Library Congress di Washington, le vendite del 2011 si sono triplicate: 66,3 miliardi. Cioè tre quarti del mercato globale degli armamenti di quell’anno: 85,3 miliardi di dollari. Il secondo grande esportatore, la Russia, ne ha venduti per 4,8 miliardi.
Silenziosamente e spesso violando gli embarghi delle Nazioni Unite, i cinesi stanno invece conquistando il mercato dell’Africa subsahariana, escluso il Sudafrica. Repubblica Democratica del Congo, Costa d’Avorio, Sudan, Somalia: sono almeno 16 i Paesi africani clienti dei cinesi il cui export militare è sotto la supervisione delle forze armate, l’Esercito popolare di liberazione. Fra i 16 ci sono i sette Paesi africani sanzionati con embargo Onu. In un decennio la produzione militare cinese è aumentata del 95%. Ma quello africano è più un business politico che economico: le armi che si esportano sono di scarso valore.
Nel Golfo è un’altra storia: politica, militare e assolutamente economica per gli americani. Più di 33 miliardi i sauditi; 4,4 gli Emirati arabi uniti; 1,4 l’Oman. L’Arabia Saudita da sola ha garantito la metà delle vendite da record degli Stati Uniti, l’anno scorso. Fuori dal Medio Oriente, il resto lo hanno soprattutto comprato gli indiani e Taiwan.
A Centcom, il quartier generale centralizzato per il Grande Medio Oriente, creato dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre, da tempo si organizzano giochi di guerra nel Golfo. Immaginando che Israele bombardi i siti nucleari iraniani, gli americani e i loro alleati simulano varie opzioni nel tentativo di dare una risposta alla domanda fondamentale: “cosa accadrà dopo?”. Si presume che gli iraniani risponderanno con una controffensiva missilistica sui Paesi del Golfo e soprattutto sui campi petroliferi sauditi; che riempiano di mine lo stretto di Hormuz per bloccare le esportazioni di greggio; che spingano Hezbollah libanese e Hamas a Gaza a lanciare i loro razzi su Israele; che scatenino un’offensiva terroristica ovunque sia possibile.
La guerra civile siriana avrà un nuovo drammatico impulso: ma fino a che le armi batteriologiche del regime di Assad resteranno nei loro arsenali, il conflitto non richiede armamenti sofisticati, per i governativi come per gli oppositori. Se invece una guerra regionale scoppierà, sarà di aerei, missili e intelligence. Più che di eserciti convenzionali, sarà un conflitto altamente tecnologico.
Questo spiega l’alto costo degli acquisti dei Paesi arabi del Golfo. I sauditi hanno comprato 80 caccia-bombardieri F-15 di ultimissima generazione, le tecnologie per rimodernare altri 70 F-15 più vecchi, elicotteri Apache e Black Hawk, missili. Gli Emirati hanno acquistato uno scudo missilistico antimissile da tre miliardi e mezzo di dollari; l’Oman 18 aerei F-16. Nessuno vuole la guerra, ma per non sbagliare tutti si preparano all’ipotetico Armageddon.

Fonte: http://www.ilsole24ore.com
28 Agosto 2012

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