Ecco i Paesi in guerra con le pistole che parlano italiano


Umberto De Giovannangeli - L'Unità


Le nostre esportazioni di armi leggere in Stati soggetti a embargo internazionale o teatro di conflitti sono cresciute del 10%. Un affare di oltre 1 miliardo l’anno tra Congo, Iran, Afghanistan, Yemen e altri. Il rapporto 2011 dell’Archivio disarmo.


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Ecco i Paesi in guerra con le pistole che parlano italiano

Commerciare armi non è di per sé un reato né un peccato. Ma la questione  si fa politica, oltre che etica, quando questo commercio s’indirizza  verso Paesi sottoposti a embarghi internazionali sulle forniture di armi  e verso Paesi in cui ci sono conflitti o documentate violazioni dei  diritti umani. È quanto emerge dal nuovo Rapporto 2011 dell’Istituto di  Ricerche Archivio Disarmo che, facendo seguito ai precedenti rapporti  sulle esportazioni di armi leggere italiane leggere ad uso civile,  segnala un forte incremento sulle vendite. Nel biennio 2009-2010l’Italia ha esportato complessivamente oltre un miliardo di euro  (1.024.275.398) in armi leggere ad uso civile, precisamente 471.368.727  nel 2009 e 552.906.626 nel 2010 con un aumento di circa il 10% rispetto  al biennio precedente. In particolare tra il 2009 e il 2010 la crescita  si attesta a circa il 17%.

La ricerca dell’Archivio Disarmo su fonte Istat evidenzia che le  esportazioni sono per la maggior parte dirette verso Usa e Paesi  dell’Ue. Ma l’aumento più significativo per valore è sicuramente  rappresentato dall’Asia passata dall’importazione di circa 28 milioni di  euro nel biennio 2007 2008 ad oltre 142 milioni. L’Italia ha esportato  armi comuni da sparo anche nel continente africano e nel Medio Oriente  dove la situazione di molti Paesi, già critica negli anni passati, nel  periodo recente è esplosa con l’ondata rivoluzionaria che ha portato al capovolgimento dei sistemi politici e centinaia di morti e feriti.
Emerge  l’esportazione verso Paesi sottoposti a embarghi internazionali sulle  forniture di armi (Cina, Libano, Congo, Iran, Armenia e Azerbaijan) e  verso Paesi in cui sono in atto conflitti e in cui si riscontrano gravi violazioni dei diritti umani (la Federazione Russa, la Thailandia, le  Filippine, il Pakistan, l’India, l’Afghanistan, la Colombia, Israele,  Congo, Kenya, Filippine ecc.). In particolare dalla ricerca emergono  alcuni casi di esportazioni a Paesi in conflitto e dove avvengono gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani.

L’Italia ha esportato armi da fuoco in tutta i Paesi nordafricani  interessati quest’anno dalla  Primavera araba: l’Egitto, la Tunisia e in  particolare la Libia che ha ricevuto oltre 8,4 milioni di  euro,  totalmente rappresentate da pistole e carabine Beretta e fucili Benelli  finite nelle mani del settore di Pubblica Sicurezza del Comitato  Popolare Generale (l’istituzione di governo libica), col rischio che  possano essere state utilizzate per la repressione in atto negli ultimi  mesi. Sono
state fornite armi, proiettili ed equipaggiamento militare e  di polizia usati per uccidere, ferire e imprigionare arbitrariamente  migliaia di manifestanti pacifici in Paesi come la Libia, la Tunisia e l’Egitto e tuttora utilizzati dalle forze di sicurezza in Yemen.
Lo Yemen ha importato dall’Italia una cifra pari a 487.119 euro di armi e  oggi versa in una situazione di conflitto che ha provocato centinaia di  morti; la dura repressione del governo, nei confronti delle  manifestazioni popolari verificatesi a sud del Paese, ha causato molte  vittime  tra manifestanti e civili. Destano gravi dubbi, per la  possibilità che siano usate per compiere violazioni del diritto  umanitario internazionale e dei diritti umani, le esportazioni di armi
nell’Africa Sub-Sahariana in: Congo (Brazaville), Kenya e verso la  Repubblica Democratica del Congo verso cui sono state esportate  munizioni per un valore di 81.152 euro malgrado l’embargo di Ue e Onu in  vigore dal 1993; nel conflitto tra le vittime si annoverano numerosi civili e gli attacchi indiscriminati da parte di tutte le forze in  campo, anche verso la popolazione civile, stanno creando un popolo di  sfollati e rifugiati.
La Cina, tra il 2009 e il 2010 ha acquistato dall’Italia armi civili,  munizioni ed esplosivi per un valore di oltre 3 milioni, in violazione  dell’embargo, imposto dal Consiglio europeo nel 1989 in seguito ai fatti  di Piazza Tienanmen, che mira proprio a tutelare i diritti umani. 
L’Honduras è stato teatro di un conflitto interno durante il 2009 e  nella regione dell’Agùan è stato imposto uno schieramento militare  permanente a causa delle manifestazioni dei contadini contro aziende agricole private che spesso sono sfociate in episodi di violenza.  L’Italia ha esportato verso il Paese più di 600 mila euro di materiali  rappresentati da pistole, fucili e loro parti ed accessori.

Dallo studio emergono le contraddizioni derivanti dal fatto che le  procedure e i divieti previsti per le armi comuni da sparo (previste  dalla legge 110/75) sono diverse dal quelle previste dalla legge 185/90  che si occupa dei trasferimenti di armi ad uso militare, una tra le  discipline più avanzate a livello internazionale. Spesso attraverso  vendite legali si passa poi a successive forniture a soggetti che di  questi strumenti fanno un uso non consentito, finendo per armare
anche  la delinquenza organizzata, formazioni terroristiche, bande paramilitari  ecc.
Come avviene già a livello europeo, ancora una volta appare necessario  considerare, per i controlli sulle esportazioni, le armi comuni da sparo  alla stregua delle armi leggere ad uso militare alla luce dell’ormai  accertata pericolosità della loro presenza soprattutto nei numerosi scenari di conflitto che costellano i cinque continenti; conflitti in  cui le armi, dalle più piccole alle più sofisticate, contribuiscono alla  radicalizzazione della violenza e delle condizioni
post-conflittuali  con impatti devastanti sulle popolazioni.
Nota bene: secondo i principi definiti dalla legge 185/90, l’Italia non  può trasferire materiali di armamento in Paesi in stato di conflitto  armato, in Paesi che conducono una politica estera aggressiva e propensa  all’uso della forza, in Paesi sottoposti ad embargo deciso dalle Onu e Ue, in Paesi cui governi sono responsabili di accertate gravi violazioni  delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani o qualora  vi sia in rischio di «triangolazioni». Le autorizzazioni  all’esportazione sono coordinate dal ministero degli Esteri e dal  ministero dellaDifesa.

Fonte: www.unita.it
23 Gennaio 2012

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