Dal passato riemerge la minaccia nucleare


Pietro Greco


Si riaccende la tensione nucleare. La Russia vede male lo Scudo americano nella vicina Polonia. Gli Usa temono che Mosca abbia installato SS-21 in Ossezia del Sud. L’Iran è ormai considerato una mina vagante. Non è la Guerra Fredda ma minimizzare è rischioso.


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Dal passato riemerge la minaccia nucleare

Condoleeza Rice, la Segretaria di Stato Usa, ha partecipato alla riunione straordinaria dei Ministri degli esteri dei 26 paesi membri della Nato, prima di volare in Polonia per firmare il trattato bilaterale tra Washington e Varsavia sullo scudo-antimissile. Dando una dimostrazione plastica, anche se forse involontaria, che i focolai di crisi che si vanno accendendo in queste ore dal Mar Baltico al Mar Nero, fin giù al Golfo Persico, sono almeno tre. Sono tutti intrecciati tra di loro. E sono tutti intrecciati con la questione missilistica e (quindi) nucleare. Primo focolaio attivato: la questione dello scudo anti-missile che gli Usa intendono dislocare in Polonia, dopo aver già siglato un analogo accordo con la Repubblica Ceca. Lo scudo, nelle dichiarazioni americane, è un sistema progettato per fronteggiare la minaccia degli “stati canaglia”, primo fra tutti l’Iran. Ma la sua dislocazione viene vissuta male dalla Russia, perché capace, seppure in prospettiva, di rompere la parità nucleare strategica e quell’equilibrio del terrore fondato sulla certa e mutua distruzione tra le due superpotenze nucleari. Per Mosca lo scudo è un fattore di destabilizzazione, aggravato nelle ultime ore dall’annuncio dell’Ucraina che si è detta disponibile a integrare il proprio sistema radar antiaereo e anti-missile in quello della Nato. Per cercare di neutralizzare questo fattore di destabilizzazione percepito, Mosca ha dichiarato di voler operare in due modi: da un lato, far cadere il trattato sulla limitazione delle forze convenzionali in Europa e dislocando truppe e strutture militari molto vicine ai suoi confini con gli altri paesi europei. Dall’altro armando con testate nucleari sia la sua forza navale del Baltico – di stanza nell’enclave di Kaliningrad, tra la Polonia e la Lituania – sia i suoi bombardieri strategici anche nei normali voli di pattugliamento. D’altra parte prima il generale Yury Baluyevsky, poi Vladimir Putin hanno fatto intendere che sarà rivista la strategia nucleare russa ereditata dall’Urss, che esclude il primo colpo atomico. E che missili balistici saranno puntati contro la Repubblica Ceca, la Polonia e la stessa Ucraina. Non siamo certo allo stato di perenne allerta nucleare della guerra fredda, ma si tratta di una escalation tanto inedita negli ultimi due decenni quanto pericolosa. Il secondo fuoco che si è attivato in questi giorni riguarda, ovviamente, la Georgia. Nelle scorse ore c’è stato un intenso rimpallo di accuse da parte del Pentagono e di smentite da parte di Mosca sulla dislocazione in Ossezia di quei missili tattici a corto raggio che i russi chiamano Totcha-U e in occidente sono noti come SS-21. I missili trasportati da camion sono molto precisi e possono montare testate convenzionali (come è possibile siano quelle presenti – se sono presenti – in Ossezia), ma anche testate biologiche, chimiche e nucleari. Che sia vera o no la loro presenza in queste ore in Ossezia, il messaggio di Mosca sembra piuttosto chiaro: attenzione, perché in una recrudescenza della crisi georgiana non è a priori escluso alcun sistema d’armi. Non c’è da allarmarsi eccessivamente. Anche perché la dottrina è analloga a quella reiterata dagli Usa in ogni crisi militare in cui sono coinvolti. Tuttavia la minaccia missilistica non è mai da prendere sottogamba. E in ogni caso questa minaccia, vera o anche presunta, sembra rivolta non solo e non tanto contro Tbilisi, ma anche e soprattutto contro lo scudo anti-missile accettato da Praga e Varsavia.
Il terzo focolaio riattivato in queste ore, riguarda, infine, l’Iran. Con un doppio annuncio da parte dell’aviazione di Teheran. Il primo è quello di aver lanciato con successo il razzo “Safir” fino a 200 chilometri di altezza. Il razzo non avrebbe collocato nello spazio il primo satellite tutto iraniano della storia – il satellite “Omid” per rilevazioni meteorologiche – ma sarebbe la dimostrazione delle nuove capacità missilistiche del paese. Il secondo è l’annuncio, tutto da verificare, del generale Ahmad Mighani e riguarda la possibilità che l’Iran disponga, ormai, di bombardieri con un raggio d’azione autonomo (quindi senza bisogno del macchinoso rifornimento in volo) di tremila chilometri. Un aereo del genere costituire una seria minaccia per Israele e persino per qualche paese europeo. Tanto più se un giorno l’Iran potesse dotarlo di bombe atomiche. Questa realtà, secondo molti analisti, è per il momento remota. Ma l’annuncio ha una sua indubbia dimensione politica e si lega, ancora una volta, in maniera più o meno diretta alla dislocazione dello scudo antimissile in Europa.
Ciascuno dei tre focolai di crisi attivati in questi giorni è pericoloso in sé. Ma, essendo legati, generano una minaccia ancora più grave. Se dovesse, per esempio, inasprirsi il confronto tra Russia e Usa (con o senza l’Europa), inevitabilmente Mosca rafforzerebbe i suoi rapporti con Teheran, rendendo la questione iraniana ancora più intricata e rischiosa. Una buona ragione, dunque, per spegnere al più presto tutti e ciascun focolaio di crisi. Anche perché la Russia sta rivedendo la sua dottrina nucleare. E se anche nell’ultimo anno ha ridotto il suo arsenale di circa 1.000 testate, ne ha ancora operative 5.200 cui bisogna aggiungere 8.800 testate in riserva (non operative, ma in grado di esserlo in tempi brevi). Con 14.000 testate, quello russo costituisce ancora il più grande arsenale nucleare al mondo. Presto sarà rafforzato con un sistema di missili balistici intercontinentali (ICBM) di nuova generazione. La Russia si considera –ed è –ancora una superpotenza nucleare. E il progetto di Putin – a quanto pare fatto proprio dal nuovo Presidente, Dmitri Medvedev – è quello di spendere al mercato della politica questa enorme quantità di moneta militare.
Resta un rammarico. Per molti anni, dopo l’incontro di Reykjavik tra Reagan e Gorbaciov l’11 ottobre 1986 e dopo la dissoluzione dell’Urss, l’Occidente ha avuto buone possibilità di progettare, come invitava a fare il presidente del Movimento Pugwash Joseph Rotbat, un disarmo bilaterale controllato per costruire un mondo senza armi nucleari. Non lo ha saputo o voluto fare. E oggi più che mai questa rinuncia ci appare come una grande occasione mancata.

LA SCHEDA/1

Mosca dispone di 5200 testate atomiche

La Russia dispone di 5.200 testate nucleari. Tra queste 3.113 sono utilizzabili per un attacco strategico. Esse sono così dislocate: 1.350 sono montate su missili SS-18 e SS-19 che sono missili balistici intercontinentali basati a terra (ICBM) a testata multipla: gli SS-18 trasportano 10 testate ciascuno, gli SS-19 ne trasportano 6 ciascuno. Altri 624 testate nucleari sono collocate su missili balistici intercontinentali a testata multipla lanciati da sottomarini (SLBM). Altre 884 testate, infine, sono dislocate su bombardieri strategici, in grado di raggiungere qualsiasi parte della terra. Ai tempi della guerra fredda questi bombardieri erano sempre armati e ce ne erano sempre alcuni in volo. Oggi non più, ma la Russia ha più volte dichiarato di poter riprendere gli antichi voli. La Russia dispone ancora di 2.079 testate definite non strategiche (non in grado di raggiungere gli Usa e difensive (come se un’arma atomica potesse essere difensiva ). Tra queste 733 sono collocate su missili basati a terra; 648 su aerei e 698 su navi e sommergibili. A titolo di paragone: in questo momento gli Usa dispiegano 5.400 testate nucleari operative ( hanno meno testate non operative negli arsenali). La Cina ha meno di 180 testate nucleari operative.

LA SCHEDA/2

Il Cremlino non rinuncerà al primo “colpo”

La Russia si sta rivedendo la sua dottrina nucleare. Il primo punto essenziale è che l’arsenale atomico costituisce un elemento primario della sicurezza del paese: la Russia ha uno status di superpotenza nucleare e vuole conservarlo. Il secondo, inedito, è che non rinuncia al primo colpo atomico. Questa nuova politica non è solo annunciata. Ma viene, in qualche modo , anche praticata. Mosca, infatti, sta sviluppando un nuovo sistema di missili ICBM. E, negli ultimi tempi, ha incrementato le esercitazioni nucleari, con l’impiego di forze imponenti. Tra il mese di agosto e il mese di dicembre dello scorso anno, per esempio, i bombardieri strategici russi hanno effettuato su tutti i mari oltre 70 voli ed effettuato oltre 217 lanci sperimentali di missili aria-terra. Nei mesi scorsi una flotta russa ha effettuato vistose esercitazioni, con lancio di missili capaci di trasportare testate nucleari, ed è tornata, dopo 15 anni, nel Mediterraneo e nell’Atlantico del Nord. Il Bullettin of the Atomic Scientists cita una serie enorme di altri eventi analoghi, il cui succo appare uno solo: per rendere più credibile la sua politica, la Russia sta tornando a mostrare i muscoli nucleari.

Fonte: L’Unità
21 agosto 2008

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