Carceri: tra proteste estreme e silenzi colpevoli


Daniela de Robert


I segnali c’erano tutti. I motivi anche. L’estate con il caldo insopportabile ha fatto il resto. E così i detenuti hanno deciso di farsi sentire. Ma per fare arrivare la loro voce oltre il muro di cemento armato non bastano le parole…


CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterEmail to someoneGoogle+
Carceri: tra proteste estreme e silenzi colpevoli

I segnali c’erano tutti. I motivi anche. L’estate con il caldo insopportabile ha fatto il resto. E così i detenuti hanno deciso di farsi sentire. Ma per fare arrivare la loro voce oltre il muro di cemento armato non bastano le parole, come hanno dimostrato le loro lettere aperte cadute nel vuoto e nel disinteresse della grande stampa che ha preferito parlare del dramma dei cani abbandonati.
Le battiture
Per gridare il loro malessere hanno scelto la battitura, cioè lo sbattere a ore regolari di pentole e coperchi contro le sbarre delle loro celle, come i cazoleros argentini. Tutti insieme in ogni parte d’Italia, gli uomini e le donne detenute hanno fatto gridare quelle sbarre che li separano dal mondo, trasformandole in un potente amplificatore delle loro voci. Da Arezzo a Pesaro, da Prato a Bari, da Lucca ad Ancona, da Venezia a Trani, da Padova a Milano, da Palermo a Como. Le carceri hanno gridato che così non si può vivere, che in cinque in celle da due non si può stare, che il pane ammuffito non è accettabile, che anche i materassi buttati per terra non bastano più, che l’acqua è razionata, che le docce sono rotte, che per stare in piedi nelle celle sovraffollate si fa a turno, che non riescono a parlare con gli educatori, che anche le infermerie sono stracolme, che la gente muore in cella perché i medici non vengono chiamati in tempo dagli agenti, che gli agenti sono troppo pochi per garantire i turni all’aria aperta (che è aperta solo in alto perché tutt’attorno e per terra è chiusa dal cemento armato), che la convivenza coatta tra gruppi etnici diversi a volte è molto difficile, che non riescono a fare i colloqui con le loro famiglie perché manca il personale, che un rotolo di carta igienica al mese non basta, che i blindi (cioè le porte blindate delle celle) chiusi la notte oltre al cancello della cella non fanno passare quel minimo di aria indispensabile quando i letti a castello rubano in altezza uno spazio che non c’è, ammucchiando le persone in orizzontale. Questo urlano le pentole sbattute contro le inferriate del mondo prigioniero, dove vivono oltre 65 mila persone, dai bambini appena nati agli ultraottantenni.
Silenzio e disinteresse

Per mesi è continuato il conteggio dei detenuti che si ammassavano nelle strutture vecchie inadeguate. Per mesi, le associazioni che operano in carcere hanno lanciato l’allarme. Oltre il tollerabile si intitola il rapporto di Antigone come oltre il tollerabile è la condizione di vita nelle prigioni italiane. Ma anche la polizia penitenziaria lo diceva: attenzione perché la situazione è oltre il limite. Il cappellano di Rebibbia, don Sandro Spriano, lo ha scritto anche al Papa in una lettera aperta, sognando una sua visita improvvisata nel giorno dell’Assunta: “questi sono i corridoi e le stanze dove gli "ospiti" trascorrono immobili almeno venti ore della loro giornata: quattro detenuti in celle per due, otto in celle da quattro. C’è un caldo soffocante perché i muri di cemento e la mancanze di tetti consentono al sole di infuocare le strutture… Caro Papa Benedetto non ci dimentichi”.
Dal silenzio del mondo libero l’unica risposta è stato il piano carceri del capo del DAP, Franco Ionta. Obiettivo costruire nuove carceri. Con quali fondi, con quali tempi, con quale personale poi aprirli restano particolari da definire. E nel frattempo? Nel frattempo favorite le attività sociali – dice una circolare dell’ufficio detenuti del DAP – tenete le celle più aperte possibile – recita la stessa circolare. Ma con quattro agenti per una sezione di trecento persone è difficile rispettare queste indicazioni. E la tensione sale. La convivenza non è mai facile, ma quando manca lo spazio vitale diventa davvero dura. Lo ha riconosciuto anche la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia al risarcimento di mille euro a un cittadino serbo-bosniaco per trattamento inumano e degradante per le condizioni di detenzione nel carcere di Rebibbia per il sovraffollamento. E ora migliaia di detenuti si preparano a denunciare l’Italia per lo stesso motivo.
Silenzio e disinteresse. Silenzio e silenzio stampa. Niente paginoni, come durante l’indulto quando i quotidiani aprivano i loro giornali al grido di “tana libera tutti”. La polveriera carcere è rimasto un tema di second’ordine.
Proteste estreme
Anche quando dalle carceri è iniziata la prima protesta, quella più silenziosa e più dolorosa fatto di gesti di autolesionismo: dallo sciopero della fame e della sete, alle ferite inferte al proprio corpo. Come la protesta estrema, ma non inedita nel mondo prigioniero, di un detenuto marocchino che nel carcere di Firenze si è cucito la bocca. Da mesi aspettava una risposta alla sua richiesta di finire di scontare la pena in Marocco. Inutilmente, fino a quando non si è ferito il corpo, l’unico bene di cui dispone in quanto detenuto. Ora potrà tornare nel suo paese.
Niente è servito ad attirare l’attenzione. Neanche i quarantacinque morti trovati appesi alle sbarre delle celle nei primi sette mesi di questo 2009. Quarantacinque persone che hanno preferito lasciare questo mondo piuttosto che continuare a vivere in un luogo invivibile. “Il numero più alto di suicidi mai registrato nelle carceri italiane” secondo il rapporto “In carcere: del suicidio e altre fughe” curato da Laura Baccaro e Francesco Morelli di Ristretti Orizzonti. Quarantadue uomini e tre donne, a cui ieri si aggiunto un altro uomo che si è tolto la vita nel carcere di Frosinone, che hanno urlato il loro dolore appendendolo a una corda e grazie a quella corda sono usciti di galera. Morti, ma sono usciti. Nel silenzio del mondo libero che ha preferito ignorare e voltare lo sguardo, come hanno fatto le barche che hanno incrociato il gommone dei migranti etiopi allo sbando nel mare di Sicilia. Meglio non vedere, meglio non ascoltare, meglio non raccontare.
La protesta sale di tono
Non c’è stata alternativa allora per chi vive in carcere se non alzare ancora il tono di voce. Non bastavano più le battiture, gli scioperi della fame, i morti. Occorreva qualcos’altro. A ferragosto, nei giorni più caldi di questa calda estate, in concomitanza con la più importante ispezione dei parlamentari nelle carceri italiane, sono scoppiate le prime proteste: a Como, a Padova, a Perugia. Lenzuola e materassi bruciati, neon fatti esplodere con le bombolette del gas, pavimenti dei corridoi cosparsi con acqua e sapone,  risse, aggressioni contro agenti. È successo a Padova, Venezia, Como, Sollicciano, Arezzo, San Gimignano, Pistoia. Lunedi sera è stata la volta di Pisa dove al caldo si aggiunge la mancanza di acqua. Ora si teme l’effetto domino. E a ragione. I focolai della protesta sono ancora attivi. Basta poco perché il fuoco riprenda vigore.
Paura, sconcerto e ancora silenzio
Eppure, da fuori la risposta ancora non arriva. La soluzione delle nuove carceri, non risolve i problemi di vivibilità di chi oggi è detenuto. Anche tra i magistrati di sorveglianza c’è sconcerto. Nessuno pensa a soluzioni diverse. Le misure alternative alla detenzione restano un miraggio irraggiungibile per la maggior parte degli uomini e delle donne detenute, le case a custodia attenuata non vengono neanche prese in considerazione.
Il Comune di Roma ha voluto dare grande risalto all’iniziativa di Ferragosto con la quale venti detenuti sono usciti di galera per pulire per quattro ore per pulire alcune aree della città di Roma. Ma se questa è l’unica risposta della città non c’è dubbio che le proteste continueranno.

Fonte: Articolo21

26 agosto 2009

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterEmail to someoneGoogle+

Lascia un commento