Trent’anni di omertà


Loris Mazzetti


Alla cerimonia per i 30 anni della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna non parteciperanno membri del governo. Ancora non è stata fatta giustizia.


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Trent'anni di omertà

“La nostra vendetta è la memoria”, così Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione familiari delle vittime, ha presentato il 30esimo anniversario della Strage di Bologna: 85 morti e 207 feriti. Per la prima volta il ministro che parteciperà in rappresentanza del governo, il 2 agosto nella piazza della stazione non prenderà la parola e per la prima volta alle ore 10,25, dopo il minuto di silenzio, non partirà la solita bordata di fischi, indirizzata a tutti i governi che si sono succeduti negli anni, per aver promesso, e mai mantenuto, di abolire il segreto di Stato per i delitti di stragi terroristiche. A distanza di 30anni si conoscono i nomi di chi ha messo la bomba, Mambro e Fioravanti, ma non si conoscono i mandanti, chi ha depistato e il vero ruolo della P2 di Licio Gelli. Il commissario, facenti funzioni di sindaco di Bologna, Anna Maria Cancellieri, ha detto che è giusto che sul palco a parlare siano solo i famigliari delle vittime perché la commemorazione è dedicata ai parenti scomparsi. Credo che, con tutto il rispetto dovuto a chi è rimasto colpito negli affetti, il 2 agosto appartiene un po’ anche ai bolognesi e a tutti gli italiani. Quel giorno tutti abbiamo perso qualche cosa.                                                                                    

Erano soprattutto gli “anni di piombo” e il 1980 aveva visto una lunga scia di sangue che era iniziata fin da gennaio con l’omicidio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, un delitto di stampo mafioso anche se gli inquirenti non escludevano il movente politico: Mattarella era l’uomo del dialogo tra Dc e Pci. A Milano le Brigate Rosse avevano massacrato tre poliziotti della Digos, mentre a Genova Prima Linea in un agguato aveva freddato il tenente colonnello dei carabinieri Emanuele Tuttobene e l’agente Antonio Cosu. La violenza delle Br era inarrestabile prima uccisero a Roma il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Vittorio Bachelet, poi di nuovo a Milano Walter Tobagi giornalista del Corriere della Sera, mentre i Nar colpirono a morte il sostituto procuratore della Repubblica Mario Amato che stava indagando sull’eversione nera. Il clima nel Paese era di terrore ma nonostante tutto si intuiva che qualche cosa stava cambiando: il Parlamento aveva varato la legge sul “pentitismo”, era stato arrestato Patrizio Peci, capo militare delle Br confluito in Prima Linea, che di fronte al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa cominciò a parlare ed erano stati arrestati brigatisti importanti come Roberto Sandalo e Marco Donat Catten, il figlio di Carlo vicesegretario della Dc. Il 27 giugno alle 20,45 scomparve dai radar, sopra Ustica il DC 9 partito da Bologna per Palermo con 81 persone a bordo. Si disse che l’aereo era stato colpito da un meteorite, poi si parlò di collisione, infine di un missile vagante. Il fatto era avvolto dal più profondo mistero. Questo “incidente” contribuì ad aumentare la tensione e convinse tanti a scegliere il treno come mezzo per andare in villeggiatura.                     

Quella mattina del 2 agosto 1980 la stazione di Bologna era particolarmente gremita. Fuori sul piazzale un grande via vai di macchine che scaricavano famiglie e valige, giovani con zaini stracolmi, baci e abbracci. All’interno la biglietteria aveva file lunghissime, le due sale d’aspetto erano piene di italiani e stranieri tutti con gli occhi puntati ai monitor per l’arrivo del treno o per la partenza della coincidenza. Bologna è il principale nodo ferroviario del Nord Italia e per tutti quelli che vogliono fare una vacanza sull’Adriatico passaggio inevitabile.                                              

Maria Fresu ha ventiquattro anni è insieme a due amiche, una è Verdiana Bidona di ventidue e alla figlia Angela di tre che non sta ferma un momento. Maria viene da un paese vicino a Firenze, Montespertoli, quella vacanza sul lago di Garda l’aveva progettata da tanto tempo ed era in attesa della coincidenza per Verona.                      

Sonia Burri ha sette anni e ha fatto amicizia con Kai Mader, un anno in più, otto, è danese e sta viaggiando con il fratello quattordicenne Eckerdt e la madre Margherete, mentre Luca Mauri di sei anni è tenuto per mano dai genitori Anna e Carlo ma vorrebbe giocare con Sonia e Kai. L’unico luogo un po’ fresco è il bar, stracolmo di gente, l’acqua e il caffè vanno per la maggiore. Euridia Bercianti è una bella donna di 49 anni la conoscono tutti sta dietro al bancone a fare caffè e cappuccini da sempre, anche in quei giorni di super lavoro ha il sorriso sulle labbra e mai una parola fuori posto, “anche se in stazione se ne vedono di tutti i colori” raccontava spesso.        

Alle ore 10,25 una valigia lasciata nella sala d’aspetto di seconda classe, contenente circa venti chilogrammi di esplosivo militare gelatinato Coupound B, una miscela composta da nitroglicerina, nitrato, nitroglicol, solfato di bario, tritolo e T4 con temporizzatore chimico costruito in modo artigianale usato come innesco, esplode sbriciolando la sala d’aspetto, sfondando quella di prima classe, due vagoni del treno Ancona-Basilea sventrati come il bar ristorante, una grande onda anomala di centinaia e centinaia di metri cubi di terra, travi, pensiline d’acciaio, rotaie, traversine, blocchi di cemento armato travolge bambini, donne, uomini, panini, bibite, carte da ufficio, sandali da mare, scarponi da montagna, riversandosi poi in più punti: verso la piazza della stazione, verso il primo binario, entrando nel sottopassaggio. In pochi secondi: 85 morti e 207 feriti di cui 70 con invalidità permanente.                              

Sono trascorsi 30anni da quel maledetto 2 agosto e sono altrettanti anni che alla domanda: “Perché, perché, perche?”, non è ancora giunta risposta.

Fonte: Articolo21

31 luglio 2010

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