Padre Dall’Oglio: non ti abbiamo dimenticato


amelia rossi


A cinque anni dal rapimento, le testimonianze di chi lo vide quel 29 luglio e il primo giornalista italiano giunto a Raqqa per indagare sulla scomparsa del gesuita indicano il nome di un emiro dell’Isis, ancora residente in Siria


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dall'oglio

Qualche mese fa, dopo la caduta di Raqqa, capitale siriana del regno delle tenebre dell’Isis, Iyas Dehs, uno degli amici di padre Paolo Dall’Oglio, che lo ospitò e accompagnò fino a quando venne inghiottito nel buio siriano, ha finalmente potuto raccontare le ultime ore di padre Paolo prima del suo sequestro sul giornale Raqqa Post. E domenica sera, alle 23.30 su Rai Uno, Amedeo Ricucci del Tg1, in occasione del quinto anniversario del sequestro di padre Paolo, darà la parola a lui e ad altri testimoni delle ore che hanno preceduto il sequestro di padre Paolo nel documentario intitolato “Abuna”(“Nostro padre” in arabo) che, realizzato tra Roma e Raqqa, mostrerà questa città spettrale, ancora in gran parte distrutta. Sconvolgenti le immagini di una foiba dove sarebbero stati gettati i corpi di duemila vittime, tra i quali potrebbero esserci stati anche quelli di prigionieri dell’Isis. La telecamera di Amedeo Ricucci vi è arrivata dopo aver inquadrato le macerie di una città quasi rasa al suolo, giungendo anche lì dove c’era il quartier generale dell’Isis, all’epoca del sequestro di Dall’Oglio, sede di varie formazioni jihadiste ancora non unite nello Stato Islamico.

 

Incontrando i sopravvissuti e le odierne autorità di Raqqa, Ricucci ha avuto conferma che l’uomo con cui padre Paolo vi avrebbe parlato è ancora vivo, in quei giorni detenuto dalle autorità di Raqqa. Si tratta di Abd al-Rahman al Faysal Abu Faysal , poi divenuto uno degli uomini chiave dell’Isis. Basta cercarne traccia su Internet per leggere che già a giugno alcuni attivisti per i diritti umani parlavano di un suo rilascio da parte di chi oggi, tra enormi difficoltà, gestisce Raqqa. Di lui Ricucci ha parlato direttamente con le autorità di Raqqa, ma non ha potuto intervistarlo. Apprendendolo, Vatican Insider ha chiesto notizie alle autorità curde del Rojava, che dopo essersi attivate hanno riferito che i detenuti interpellati, purtroppo, non ricorderebbero i fatti del 2013 o il nome di padre Paolo. Nel documentario tanti cittadini invece ricordano Dall’Oglio, e una ragazza, velata, racconta i presidi che ebbero luogo in città per chiederne il rilascio, e i vibranti cori di tanti manifestanti contro l’Isis.

 

Dunque sarebbe importante parlare con Abd al-Rahman al Faysal Abu Faysal, frequentemente rinchiuso e poi rilasciato dal penitenziario al Mansour. A Vatican Insider risulta che oggi sarebbe di nuovo libero, dopo un recente arresto, probabilmente controllato a distanza: lui potrebbe custodire una verità che viene cercata da cinque anni, perché il 29 luglio del 2013 sarebbe stato presente nel casermone dove entrò padre Paolo.

 

Iyas Dhes, l’amico di Dall’Oglio che il 29 luglio del 2013 lo accompagnò fino all’ultimo minuto e lungamente intervistato da Ricucci, nel suo articolo-testimonianza apparso sul Raqqa Post ricorda l’amore del gesuita per i siriani, il loro diritto alla libertà e alla costruzione di una società fondata sull’uguale cittadinanza per tutti, una volta disse: «Colorata d’islam come la nostra è colorata di radici cristiane». Erano passati più di quattro anni dal rapimento di padre Paolo Dall’Oglio, una sparizione seguita da tante notizie contraddittorie sulla sua sorte, quando Iyas ha scritto: «Padre Paolo si recò nella città di Raqqa dopo la sua liberazione nel 2013 e durante la sua visita ebbe modo di incontrare molti attivisti e cittadini comuni con cui sedeva nelle strade e nei bar, parlando, ascoltando».

 

Il suo intento principale, prosegue il racconto, era quello di parlare delle sorti dei cristiani dopo l’aumento del potere dell’Isis, un futuro che lo allarmava particolarmente, e per cercare il rilascio di alcuni attivisti sequestrati, tra i quali Firas Alhaj Saleh. È un giovane attivista siriano, laico di famiglia musulmana, che era diventato un componente dell’organo di autogoverno cittadino e che, appena Raqqa era stata circondata da tantissimi profughi, si era immediatamente attivato per raccogliere fondi in loro favore e organizzare l’assistenza. Già emerge così una prima circostanza rilevante: uno dei principali oppositori del regime di Assad, animatore delle proteste a Raqqa, prima città siriana a uscire dal controllo del regime di Damasco, è stato sequestrato dall’Isis appena è stato possibile.

 

L a famiglia di Iyas Dhes ospitò padre Paolo fino al momento del sequestro. Era in corso il mese di Ramadan, e il sacerdote aveva deciso di digiunare anche lui, per pregare per la pace e la libertà con i siriani. «Mi ricordo il primo giorno che è entrato a casa nostra. Ha chiesto dove fosse la padrona di casa. È venuta mia madre, l’ha salutato, e lui le ha chiesto se digiunasse. Ha risposto: “Certamente sì”. Così è uscito per poi tornare dopo circa mezz’ora portando una busta di dolci che ha regalato a mia madre». È un’usanza molto diffusa quella di regalare dolci per il Ramadan, in modo che chi li riceve possa consumarli dopo il tramonto, quando si interrompe il digiuno fino all’alba seguente.

 

«I l 28 luglio 2013 padre Paolo si è recato nella sede centrale dell’Isis presso il palazzo del governatorato chiedendo di potere incontrare un responsabile o un emiro. Vi è stata una discussione all’ ingresso con le guardie, una di loro gli ha detto di tornare la sera, avrebbe potuto incontrare l’emiro. La sera è quindi tornato per sentirsi dire di ripassare nuovamente il giorno dopo alle 13. Nonostante le nostre raccomandazioni e la nostra insistenza a non recarvisi, andò all’incontro perché voleva aiutare la gente e credeva profondamente in ciò che faceva. Il 29 luglio 2013, il giorno del suo rapimento, stava a casa nostra, e raccomandò a mio padre di divulgare la notizia nel caso non fosse tornato entro tre giorni. Gli augurammo che non gli accadesse nulla, di rivederci presto. Non dimenticherò mai il suo sguardo mentre ci salutava, sentivo che aveva paura, ma non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che lo avrei visto. Quel giorno si preparava un pranzo in casa, di quelli che si preparano in onore di un membro della famiglia. Era in suo onore».

 

Padre Paolo Dall’Oglio dunque si preparava, governando ansia e paura, a un passo di cui sapeva tutto. «Camminava da solo, senza dire una parola, poi si è fermato davanti alla porta e lì io e mio padre l’abbiamo salutato. Quindi è salito in macchina con il dottor Muhammad al-Haj Salih che l’ha accompagnato e, prima di arrivare, padre Paolo ha insistito per scendere; temeva che l’Isis facesse del male a chi era con lui. Padre Paolo si è diretto verso la sede dell’Isis e da qual momento non abbiamo più saputo nulla di lui. Dopo un’assenza di tre ore le persone riunite hanno deciso di inviare due di loro a chiedere sue notizie nella sede dell’Isis. Infatti, siamo andati Qussay al-Huwaidi ed io e, giunti alla porta, abbiamo chiesto di incontrare l’emiro dell’organizzazione. Ci hanno condotto nel sotterraneo dove ci siamo seduti in un corridoio ad aspettare. Dopo cinque minuti è arrivata una persona, credo fosse l’emiro del fronte orientale, portava una cintura esplosiva accompagnato da persone armate che puntavano le loro armi contro di noi. Abbiamo chiesto all’emiro: “È venuto da voi una persona di nome Paolo che poi è scomparso?”. L’emiro ci ha risposto di non averlo visto e di non sapere niente di lui. A questo punto non potevamo fare altro che tornare a casa delusi. Non abbiamo aspettato i tre giorni e abbiamo denunciato subito il rapimento di padre Paolo. La sparizione di questo uomo nobile era ed è tuttora una grave perdita per la rivoluzione e per tutto il popolo siriano, un uomo che cercava di seminare l’amore fra le persone affinché si aiutino gli uni con gli altri».

 

La ridda di voci, che lo vuole ucciso subito o detenuto in una prigione nella diga sul fiume Eufrate, non merita di essere ricostruita. Interessi, protagonismo, depistaggi, sono pane quotidiano in queste circostanze. Quel che conta dire è che l’uomo che si trovava lì dove Dall’Oglio è andato ma che nega di averlo visto, di aver saputo che chiedeva la liberazione di ostaggi e di parlare del futuro dei cristiani poche ore dopo la distruzione di una chiesa, è vivo, è a Raqqa, il suo nome e la sua fotografia appaiono certi a chi lo conosce. Lui sa? Chi può dovrebbe interrogarlo. Certo, sulla base del racconto dei compagni di viaggio di padre Paolo, potrebbe sussistere, almeno teoricamente, la possibilità che qualcuno abbia rapito il gesuita romano mentre faceva gli ultimi passi verso quel tetro palazzone, costringendolo a salire su un’automobile. Ma sembra un’ipotesi inverosimile.

 

Le novità sulla vicenda di padre Paolo non si esauriscono nel suo sequestro. La sua testimonianza offre sempre nuovi spunti di incredibile attualità, nonostante questo silenzio di cinque anni. Qui non sono telecamere o giornalisti a portare spunti importantissimi, ma il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria. Durante una conferenza alla Pontificia Università Gregoriana ha reso noto che il 7 marzo 2013, pochi mesi prima di essere sequestrato, padre Paolo Dall’Oglio, stando a un articolo del principale giornale cristiano del Libano, L’Orient Le Jour, aveva affermato: «Se i cristiani sostengono il regime (di Assad) perché hanno paura dell’islamismo lasceranno in massa il Paese. É quello che è successo in Iraq, è quello che accadrà in Siria e se non si trova una soluzione è quello che si verificherà anche in Libano. I cristiani del Medio Oriente non sanno più perché Dio li abbia mandati a vivere con i musulmani. Quando uno non trova più una risposta a questo, allora uno parte, lascia il Paese. La loro deve essere una risposta spirituale, non soltanto sociale o economica».

 

Queste parole indicano come la prospettiva della cittadinanza, centrale in molti documenti pontifici e anche nel discorso pronunciato a Bari da Papa Francesco, sia l’unica che restituisce il senso profondo della presenza cristiana in quelle terre, facendone una finestra che si apre sul mondo e quindi un prezioso strumento di pace.

Vatican Insider / La Stampa

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