Da Londra a Genova: stop alle armi per la guerra in Yemen


amelia rossi


La corte di appello londinese sospende l’invio di armi verso la coalizione saudita. A Genova i portuali impediscono il carico di tecnologia classificata militare verso l’Arabia Saudita.


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Un momento della manifestazione contro l'arrivo della Bahri Jazan, nave cargo saudita, che attraccherà domani 20 giugno al terminal Gmt, dove ci sara un presidio e lo sciopero dei portuali genovesi, 19 giugno 2019. ANSA/LUCA ZENNARO

Nella mattinata di giovedì 20 giugno la corte di appello di Londra ha dichiarato unlawful (“illegale”) la vendita di armi all’Arabia Saudita e alleati destinate alla guerra in Yemen. Una vittoria senza precedenti delle organizzazioni della società civile britannica, in particolare della  Campaign Against Arms Trade!, dato che la corte londinese ha sospeso immediatamente i trasferimenti dei sistemi d’arma.

Mentre il governo italiano continua a non rispondere alle medesime istanze proposte da un folto gruppo di grandi associazioni nazionali, anche dal porto di Genova arrivano notizie in controtendenza dato che, per la seconda volta in poco tempo, i lavoratori portuali di diverse sigle hanno dichiarato l’intenzione di boicottare le azioni di caricamento di materiale tecnologico utilizzabile nelle zone di guerra come il conflitto in corso nello Yemen.Una scelta annunciata con tanta nettezza e determinazione da aver convinto il cargo saudita a non chiedere neanche l’attracco nel porto di Genova.

Per quanto concerne il teatro di guerra yemenita, occorre tener presente che parliamo di una grande questione militare e umanitaria che si continua a definire poco conosciuta anche se, ormai, sono tante le fonti che ne danno notizia in maniera completa e cioè, come il tg3 nazionale, senza ignorare l’esistenza di una forte opposizione esistente, a partire dai comitati sardi, all’invio di bombe prodotte in Italia con destinazione Arabia Saudita.

Relativamente alla drammatica situazione in Yemen, l’agenzia Sir ha riportato le dichiarazioni rese, lo scorso 17 giugno, da Mark Lowcock, sottosegretario generale per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza in Yemen, davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Secondo il funzionario Onu si tratta della la peggiore crisi umanitaria al mondo: «se il conflitto non sarà fermato in tempo, nel 2022 si rischia di avere 500 mila morti, tra cui 300 mila a causa della fame e della mancanza di cure mediche. Le prime vittime, triplicate in questi ultimi mesi, sono i bambini».

Numeri che non sembrano smuovere anche la gran parte dei parlamentari italiani, compresi gli esponenti pentastellati che nella scorsa legislatura hanno manifestato (soprattutto con il senatore sardo Roberto Cotti, non più ricandidato) una forte  determinazione nel chiedere il rispetto della legge 185/90 che impone di non inviare armi ai Paesi in guerra o che non rispettano i diritti umani. Attendiamo la discussione di nuove mozioni sulla questione della fornitura di armi per capire meglio la posizione delle diverse forze politiche.

È comunque un segno dei tempi da cogliere, il fatto che nel momento di più forte fragilità del potere della forza lavoro, arrivino prese di posizione così nette nel segno di un protagonismo dei lavoratori che sembrava consegnato ad altre stagioni passate. Come quella dell’autunno caldo del ’69 che condusse a conquiste democratiche nel segno dell’entrata della Costituzione in fabbrica. La Carta fondativa della Repubblica che ripudia la guerra.

Carlo Cefaloni

Città Nuova

20 giugno 2019

 

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