La scienza della pace


Emanuela Citterio


Calcolare i costi della guerra e “misurare” la pace. È quello che fanno alcuni istituti e centri di ricerca. Che, dati alla mano, provano a dimostrare che la pace conviene. Anche economicamente.


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Le guerre e la violenza costano ogni anno all’economia mondiale la cifra stratosferica di 13 mila miliardi di dollari. Il dato del 2015 è di 13.600 miliardi, pari al 13,3 per cento del Prodotto interno lordo globale. Più degli investimenti in tutto il pianeta, e trenta volte tanto quanto si è speso per l’aiuto pubblico allo sviluppo. A fare il calcolo, ogni anno, è l’Institute for Economics and Peace (Iep), un centro di ricerca con sede a Sydney e a New York, che ha messo a punto una nuova metodologia per valutare l’impatto economico della violenza, vale a dire quanto costa agli Stati e alle istituzioni fronteggiare le sue conseguenze. Lo stesso Istituto, sull’altro fronte, analizza i fattori sociali, economici e politici che contribuiscono a creare società pacifiche, e ogni anno pubblica il Global Peace Index, un indice globale che classifica 163 Stati in base ai loro livelli di pace. La novità di questi studi non consiste solo nel calcolare il costo della guerra e della violenza su scala globale, cosa che si faceva già in passato, ma nel dimostrare che la pace si può misurare, e di conseguenza “costruire”, agendo sui fattori che la producono.

«L’economia della pace è una branca di una più ampia scienza, che mette insieme diverse discipline e si avvale dell’apporto di economisti, matematici, psicologi e scienziati della politica – afferma Raul Caruso, professore di Politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e autore del libro Economia della pace edito da Il Mulino -. Un grande filone di questa disciplina, da sempre, consiste nel calcolare i costi della guerra, ma oggi si tende ad avere un approccio più ampio e a superare quello meramente contabile. La ricerca attuale mira a considerare per esempio gli effetti dei conflitti e della violenza sul lungo periodo e ha anche un approccio costruttivo, cercando di immaginare modelli di politica economica che, se applicati, possono rendere le società più pacifiche al loro interno e nei rapporti internazionali. In questo modo la scienza della pace riesce a dare indicazioni ai governi su quali misure attuare per favorire la pace».

Raul Caruso è il coordinatore degli European Peace Scientists, un network di ricercatori ed esperti che a livello europeo producono studi sulla pace e sul costo della guerra a partire da diverse discipline. «Questa associazione riprende un filone di studi che si è sviluppato in Nord America – spiega Caruso -. Dopo la fine della guerra fredda, negli Stati Uniti alcuni economisti e matematici cominciarono a interrogarsi sugli effetti sociali di un sistema votato alla guerra. Non che in passato la guerra non avesse suscitato studi di natura economica, ma prima si analizzavano soprattutto i costi dei conflitti, specialmente quelli inerenti al debito pubblico. Dagli anni Cinquanta in poi si comincia a studiare la pace e addirittura a misurarla».

Ma come è possibile misurare qualcosa di intangibile come la pace? Dall’altra parte del mondo, a Sydney, risponde Camilla Schippa, direttore di Iep: 47 anni, di origine italo-svedese, è uno dei nostri “cervelli in fuga”. Dopo la laurea a Perugia in Scienze politiche con indirizzo internazionale e uno stage alla Norwegian School for Economics, in Norvegia, si trasferisce all’Onu di New York, dove si ritrova a lavorare nell’ufficio del Segretario generale: sette anni con Kofi Annan e uno con Ban Ki-moon.

«Un giorno ho realizzato che, tra tutte le migliaia di riunioni per discutere del futuro del pianeta, non avevamo mai parlato di pace – racconta -. Sempre solo di conflitti, sempre solo di problemi. Si discute solo di come aiutare un Paese a uscire da una guerra, a ricostruire quando la distruzione è già avvenuta».

La svolta avviene quando Camilla Schippa incontra l’imprenditore e filantropo Steve Killelea: nel 2008, creano insieme lo Iep, che di recente è stato classificato fra i primi 15 think tank più influenti al mondo. «Quello che mi ha spinto a collaborare con il fondatore dello Iep era la sua intenzione di cambiare il focus – spiega Schippa -: da guardare a ciò che non funziona a cercare di capire cosa invece funziona; dalla malattia – per fare un paragone con la medicina – allo studio di un corpo sano per capire cosa fare per non contrarre la malattia». Da questa intuizione sono nati prima il centro di ricerca di Sydney in Australia, poi un’altra sede a New York e in programma c’è una terza sede in Europa. Gli esperti dello Iep sostengono che la pace si può e si deve misurare, in modo tale da renderla un obiettivo tangibile e raggiungibile di sviluppo umano e non un mero ideale utopistico. «Misurando la pace si può meglio capirne il tessuto – afferma Schippa – e si possono identificare i fattori che aiutano a raggiungerla e a sostenerla nel tempo. La pace è molto più dell’assenza della guerra».

Oltre a stilare ogni anno l’Indice globale della pace e calcolare i costi diretti e indiretti della guerra, nel 2013 lo Iep ha messo a punto il concetto di “pace positiva”, individuando otto pilastri della pace, ovvero otto macro-condizioni per avere società pacifiche. «Quello sulla pace positiva è uno studio empirico che abbiamo potuto realizzare grazie al fatto che avevamo creato il Global Peace Index – spiega Schippa -. Avendo a disposizione milioni di dati sui livelli di pace e violenza, abbiamo fatto un’analisi statistica e li abbiamo correlati con migliaia di altri dati economico-sociali per derivare i fattori che sostengono la pace».

Ma quali sono gli otto pilastri? Un governo funzionante, buone relazioni con i vicini, accettazione dei diritti degli altri e alto livello di capitale umano sono alcune delle condizioni sociali che aiutano una nazione a mantenere la pace, così come un’equa distribuzione delle risorse e un sano contesto per gli affari e gli investimenti sono altrettanti pilastri da un punto di vista economico. «Alcune teorie sostengono che con l’aumento del benessere i conflitti tendono a ridursi, e che Stati più ricchi sono di conseguenza più pacifici, ma abbiamo visto che non è così – afferma Raul Caruso -. Se c’è benessere solo per pochi o se ci sono alti livelli di corruzione in realtà la pace viene minata alle fondamenta. Nel 2007, prima della crisi economica, alcuni studi hanno dimostrato come in assenza di guerre e di altre forme di violenza il Prodotto interno lordo mondiale sarebbe stato più alto di quasi il 9 per cento e io stesso ho valutato che a ogni aumento dell’1 per cento di spesa militare era associata una perdita di produttività dello 0,1 per cento».

Ognuno degli otto “pilastri” della pace è misurato attraverso tre indicatori che attingono a 4.700 serie di dati, capaci di misurare un’ampia varietà di fattori politici, economici e sociali. Solo gli indicatori applicabili ad almeno 95 Paesi sono stati presi in considerazione. Tramite una serie di valutazioni e di equilibri fra le diverse voci e sommando ogni singola cifra risultante si arriva a calcolare l’indice di pace positiva di ogni Paese. Lo Iep è riuscito a tracciare anche degli andamenti per capire se un Paese ha migliorato o no la propria performance, e a individuare tendenze globali. Si scopre così che, stando al livello di pace “negativa”, ovvero quello direttamente legato alla violenza, il mondo di oggi è meno pacifico rispetto al 2008. Considerando invece l’indice di pace positiva, invece, si registra un sensibile miglioramento globale. Tra il 2005 e il 2015 l’indice medio è cresciuto dell’1,7 per cento e 118 Paesi su 162 hanno migliorato le loro performance, grazie soprattutto alle nazioni del Sud del mondo. Nella stragrande maggioranza dei Paesi ci sono quindi condizioni più favorevoli alla pace, basterebbe sostenerli con delle politiche mirate e consapevoli.

Per questo, lo Iep presenta le proprie ricerche a più persone possibile, dai rappresentanti di governo ai ragazzi delle scuole elementari. Lavora con l’Onu, con l’Ocse (Organizzazione per lo sviluppo economico) e con le organizzazioni internazionali che utilizzano le sue ricerche e i suoi dati. Di recente Camilla Schippa è stata anche in Italia per presentare le ricerche sulla pace positiva al ministero degli Esteri e a diverse associazioni fra cui la Comunità di Sant’Egidio e collabora con la fondazione Science for Peace creata da Umberto Veronesi. «Il più grande passo in avanti che abbiamo visto in questi anni è stato il riconoscimento ufficiale che la pace è un elemento essenziale per lo sviluppo – afferma la direttrice dello Iep -. Nel 2015, per la prima volta nella storia, alle Nazioni Unite i governi hanno adottato, fra i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, un obiettivo sulla pace. Solo dieci anni fa non sarebbe stato possibile, perché si discuteva ancora se la pace fosse misurabile o meno. Abbiamo dimostrato che invece lo è, ed ora abbiamo un obiettivo per raggiungerla. Resta da vedere cosa concretamente faranno i governi, ma sta anche ai cittadini chiedere che gli impegni siano rispettati».

Fonte: www.mondoemissione.it

1 gennaio 2017

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