Il Papa e la pace che si impara


Piero Piraccini


Alcune riflessioni sull’incontro della Rete delle Scuole di Pace con Papa Francesco dello scorso 28 novembre


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Foto di Roberto Brancolini – Incontro con Papa Francesco – 28 novembre 2022

 

 

Non è irrituale citare papa Francesco come leader mondiale cui una politica degna di questo nome potrebbe riferirsi per volgersi alla pace, al disarmo, all’uguaglianza, alla cura nei confronti sia delle persone sia della natura, entrambe violentate perché ridotte a merce a uso e consumo per l’arricchimento di pochi.

Fa niente se aumentano i Lazzari che si nutrono di briciole cadenti dai tavoli imbanditi della disuguaglianza. (Anni fa, un Berlinguer vilipeso richiamava l’austerità come linea d’azione per un mondo a misura d’uomo).

C’è chi lo interroga, il papa, e gli chiede se le sue critiche al capitalismo non odorino di comunismo. Lui risponde con tranquillità che se si riduce il messaggio evangelico a un fatto socio politico, allora “sì, è vero, sono comunista e lo è anche Gesù”. (Intervista rilasciata alla rivista gesuita America).

A questo pensavo quando alcuni giorni fa, nella sala Nervi del Vaticano – una gigantesca aula scolastica – stracolmo di ragazzi provenienti da tante regioni d’Italia, accompagnati dai loro insegnanti ascoltavo papa Francesco parlare a quei ragazzi festosi e incuriositi da quella persona vestita di bianco che li invitava a farsi poeti della pace e a confermare loro che sì, la cura è il nome della pace.

Perché la pace si può imparare a scuola. Perché la Rete delle scuole di pace, che ormai da anni opera su questi temi, costituisce una struttura – una delle poche, purtroppo – che forma una comunità educante e coinvolge a migliaia studenti di scuole di ogni ordine e grado, insegnanti, dirigenti scolastici e rettori universitari, avendo tra i capofila il Centro Diritti Umani dell’università di Padova, giunto a 40 anni dalla sua fondazione.

Sono tanti i comuni e le province italiane debitrici di quel Centro: lo dicono i loro statuti. Anche a questo pensavo quando a fronte della reiterata disponibilità del papa di porsi come elemento di dialogo fra Putin e Zelenski – e rilevata per l’ennesima volta la brutalità dell’aggressione Russa – si legge la risoluzione approvata dall’Europarlamento che definisce la Russia sponsor del terrorismo e invita gli stati ad agire per il suo isolamento internazionale, ripetendo pedissequamente la formulazione usata giorni prima dalla NATO, braccio armato degli USA secondo il generale Mini.

L’Europa, organismo democratico che nella necessaria fermezza deve tenere aperti i canali diplomatici (ma chi ricorda una sua proposta di trattativa?), in questo modo corre verso il disastro. Seguire le indicazioni del segretario generale, Stoltenberg (nomen omen, come si dice): “La guerra deve finire con la sconfitta militare di Putin”, mentre afferma che dal 2015 la Nato addestra l’esercito ucraino, non è cosa saggia.

Mentre un partito che cerca di rinnovare il profondità se stesso, il PD, affannato per darsi un’identità che definisca il suo ruolo nella società, non riesce a schiodarsi dal suo iperatlantismo, disponibile com’è – pochi i mal di pancia fra i suoi dirigenti – a proseguire anche nel 2023 con l’invio di armi all’Ucraina, dice per equilibrare le forze in campo (nucleari comprese?); mentre un’altissima percentuale di armi inviate a Kiev manca all’appello al punto che gli USA stanno cercando quelle scomparse finite forse alla criminalità organizzata; mentre il ministro Crosetto (nella vita precedente vendeva armi) propone che l’investimento in armamenti non sia considerato nel patto di stabilità, cioè non costituisca una spesa, mentre succede tutto questo la Palestina nel giorno in cui ha celebrato la giornata internazionale indetta in suo onore dall’ONU, ha visto suoi cinque ragazzi aggiungersi agli innumerevoli altri uccisi dall’esercito israeliano, nel più assoluto silenzio da parte dei nostri mezzi di (in)formazione.

Domanda: se fosse moralità aiutare con armi un popolo aggredito (l’altra ipotesi, dice il papa, è dare armi per continuare la guerra), perché non inviarle anche ai palestinesi, ai curdi e agli Houti, anziché ai loro aggressori? La risposta, è vero, corre nel vento.

Piero Piraccini

6 dicembre 2022

 

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