Il Dalai Lama:"Un progetto di repressione brutale"
Henry Tincq
Tenzin Gyatso, XVI Dalai Lama, intervistato da Le Monde parla di "Un progetto di repressione brutale da parte della Cina". Il leader spirituale vuole il dialogo: "La Cina ritrovi l’autorità morale".
La tregua olimpica non è servita a fermare la repressione in Tibet?
“Lunedì scorso l’esercito cinese ha ancora sparato sulla folla nella regione del Khan, nell’Est del Tibet: 140 tibetano sarebbero stati uccisi, cifra che però deve essere ancora confermata. Testimoni affidabili parlano di 400 persone uccise nella sola regione di Lhasa dall’inizio della rivolta, il 10 marzo. Uccise da pallottole, mentre manifestavano disarmati. I loro corpi non sono mai stati restituiti alle faglie. Se si considera l’intero Tibet, il numero delle vittime è sicuramente superiore. Diecimila persone sono state arrestate e non si sa dove siano tenute. La novità è la costruzione di veri e propri campi militari. La presenza militare in Tibet è antica, ma la frenesia di nuove costruzione mi fa dire che questa colonizzazione da parte dell’esercito è destinata a durare. Un tempo i camion militari venivano e restavano solo qualche mese. Oggi un progetto di repressione brutale s’inscrive nella durata”.
Che cosa si aspetta dalla discussione che spera sempre di avere con Pechino?
“Tra le sommosse di marzo e i Giochi olimpici, avevamo creduto a segnali postivi. Il presidente Hu Jintao stesso si era impegnato ad avviare discussioni serie, ma i nostri emissari sono finiti contro un muro. Il parlamento tibetano in esilio si riunirà in settembre, e il nostro metodo non cambierà: “non violenza” e “ via mediana”. L’autonomia resta il nostro obiettivo. Un’autonomia vera, perché l’autonomia alla cinese, sappiamo che cos’è: un’illusione”.
Lei ha dichiarato al Financial Times che occorre “rispettare” la Costituzione della Repubblica popolare cinese e al New York Times che è pronto a riconoscere il “socialismo” cinese. È un cambiamento di rotta?
“Ho sempre detto che si doveva inserire l’autonomia del Tibet nel quadro della Costituzione della Repubblica Popolare cinese. Non ho cambiato idea. Così come dico da tempo che occorre rispettare il regime cinese. Già nel 1992 dicevo che, se si fosse trovata una soluzione per il Tibet che ci sembrava accettabile, saremmo rientrati nel nostro Paese riconoscendo i poteri locali. Naturalmente il governo tibetano in esilio sarebbe stato automaticamente sciolto. Questo discorso vale sempre”.
Ipotesi inimmaginabile.
“Si , perché le autorità continuano a pensare che in Tibet non ci sono problemi, l’unico è quello posto dal Dalai Lama! Hanno tentato spesso di convencermi che se mi allineassi, riavrei il mio potere. Ma la sorte del Dalai Lama mi preoccupa assai meno i quella di sei milioni di tibetani. Certo, in Tibet c’è un problema. Il presidente Hu Jintao dice che lavora per una “società armoniosa”, ma tutto quello che fa, va contro una tale armonia. Den Xiao Ping aveva un vero progetto di sviluppo economico e noi l’avevamo approvato, perché conosciamo i ritardi materiali del Tibet. Tutto il seguito però ha contraddetto i progetti di educazione, sviluppo, stabilità politica, unità nazionale. Nessuna armonia sarà possibile in Cina con la politica della forza, che è tutto salvo una politica ralisa. La Cina vuole diventare una superpotenza? Deve innanzitutto ritrovare un’autorità morale. La repressione in Tibet e in altre regioni della Cina colpisce la sua rispettabilità. Sempre più intellettuali lo dicono e criticano il regime. Ma noi non vogliamo vincitori e vinti. Noi vogliamo che entrambe le parti vincano. Nel frattempo, considereremo sempre i tibetani in Tibet come i nostri padroni. Io non sono che il portavoce libero del popolo tibetano, che è a casa sua ed è represso”.
La “via mediana” e la “non violenza” non stanno perdendo presa sui giovani, come ha dimostrato la rivolta di marzo?
“Contrariamente a ciò che dicono i media, in discussione non è la “non violenza”. C’è solo una piccola minoranza, anche fra i giovani, che vuole ricorrere alla violenza. La vera divergenza è quella che oppone chi chiede l’indipendenza del Tibet e chi, come noi, propone una via mediana e una vera autonomia. Ora noi siamo in una situazione difficile perché la via mediana, dobbiamo riconoscerlo, non ha portato molti frutti. Vorrei aggiungere, a proposito della violenza, che questa non è mai una soluzione. Lo sa l’Europa che ha subito la carneficina di due grandi guerre. Lo sa la Francia, che ha seppellito dieci soldati uccidi in Afghanistan. Provo compassione per le loro famiglie. Come ho compassione per le famiglie del Sichuan toccate dal terremoto: la politica cinese del figlio unico è amara. Perdendo un figlio in una scuola distrutta, molti genitori hanno perso l’unico che avevano”.
Che bilancio fa, dopo le polemiche, dell’accoglienza in Francia?
“Fossi venuto con un’agenda politica precisa, allora ci sarebbe di che essere delusi. Spero che, finite le Olimpiadi, il presidente Ue in carica farà delle proposte costruttive al governo cinese. In ogni caso, la mia agenda di questo viaggio non era politica. Sono venuto in Francia per promuovere i valori umani e il dialogo tra religioni. E, a giudicare dagli incontri pubblici, ho di che essere molto soddisfatto”.
Fonte: La Stampa – Copyright Le Monde
22/08/2008





