I diritti degli spettatori


Daniele Luchetti


La riunione tra centoautori e giornalisti. Il linguaggio comune: "I discorsi che sono stati fatti da ambo le parti si sono rivelati intrisi dello stesso senso di disagio, dello stesso desiderio di innalzare la dignità del proprio lavoro".


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I diritti degli spettatori

I giornalisti e gli autori di cinema e televisione hanno una lingua in comune. Lo abbiamo scoperto ieri sera alla libreria del cinema, quando i discorsi che sono stati fatti da ambo le parti si sono rivelati intrisi dello stesso senso di disagio, dello stesso desiderio di innalzare la dignità del proprio lavoro. Bastava sostituire nei nostri discorsi la parlola "cinema" alla parola "giornalismo" per ritrovarsi   pienamente.  Con il movimento dei Centoautori lo scorso anno abbiamo scelto una strada in qualche modo nuova per cercare di rimuovere gli ostacoli principali alla relativa immobilità in cui versa il nostro settore, a nostro avviso ancora sotto le sue reali potenzialità.  

Ci siamo basati sui seguenti concetti, aprendoci alla discussione con Francesco Rutelli e con il resto del mondo del cinema:  – Non è possibile pensare di recuperare la fiducia del pubblico del nostro cinema senza migliorare la qualità del nostro lavoro. Il pubblico non è disposto a firmare cambiali in bianco. Dobbiamo   riconquistare la fiducia delle giovani generazioni facendo il nostro mestiere in maniera migliore.  – Per rimuovere gli ostacoli che oggi impediscono al cinema di   esprimersi fino in fondo una regolamentazione del sistema cinetelevisivo è fondamentale. In questo senso abbiamo cercato di infondere fiducia e coraggio ai politici che avrebbero di lì a poco   dovuto sfidare le potenti lobbies non interessate ad un gioco corretto tra cinema e televisione.

Abbiamo detto loro: "saremo il vostro sostegno o il vostro incubo". La nuova consapevolezza di essere un potere forte che finora, per pigrizia o per paura, non era stato esercitato, ci ha per la prima volta messi in condizione di chiedere qualcosa in maniera forte e motivata. Non esporre lamentele, ma proporre soluzioni, dare forza e finezza alle scelte che si stavano portando a termine nei palazzi, rivendicando con forza l'importanza del nostro mandato di riflettere   l'identità di un paese, che merita di essere raccontato da un cinema di qualità.  Della politica, sopratutto dai Ministeri delle Telecomunicazioni e della Cultura siamo noi l' elettorato di riferimento.  

Siamo noi che possiamo dare e togliere fiducia, non il contrario. Deve essere il cinema a dire se è contento o no  del proprio Ministro, non il contrario (e, sia detto per inciso, finora siamo stati molto cotenti di Rutelli e Gentiloni, che con serietà e costanza hanno incassato, con la Finanziaria, un bel risultato per il Cinema Italiano).   

Togliere o dare consenso ufficialmente e alla luce del sole ad una  forza politica può fare la differenza. In questo senso credo che i giornalisti abbiano una forza di pressione sulla politica ancora più grande di quanta ne abbiano i cineasti. Sono loro a raccontare la politica, ad ospitarla, a metterla in buona o cattiva luce. La televisione è il nutriente più potente per la popolarità di un politico. Occorre trovare un modo affinchè le necessità di chi lavori oggi in televisione siano tutelate e difese da chi di quella   televisione oggi fa un uso quotidiano e determinante per la propria carriera.  

Un ribaltamento di prospettiva si attua quando si comincia a pensare   tutto questo non come un diritto dovuto al mondo dei giornalisti ma   come ad un diritto negato agli spettatori televisivi. La battaglia deve essere fatta in suo nome e in sua difesa. Lo spettatore televisivo è la vera vittima di questa situazione. La   televisione è come l'acqua corrente. Arriva nelle case di tutti ed è a tutti gli effetti un genere di prima necessità. Occorre difendere il pubblico dalla possibilità che in quell'acqua qualcuno abbia lavato i suoi piedi sporchi. Occorre informare lo spettatore affinchè pretenda che questo fondamentale diritto, quello ad una informazione equa, imparziale, creativa, irriverente e utile alla società, sia tutelato, difeso e tenuto da conto come il bene più importante.

Fonte: Articolo21

11 gennaio 2008 

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