Giornali a rischio


Giancarlo Aresta


Il decreto “immaginario” del governo Berlusconi : una sfida al Parlamento sovrano? Prendiamo atto da subito che i fondi oggi stanziati sono del tutto inadeguati (come del resto è avvenuto in passato negli ultimi 10 anni, costringendo il Dipartimento editoria alle più assurde acrobazie contabili).


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Giornali a rischio

Siamo a sei giorni dal varo della manovra Tremonti – approvata in 15 minuti dal Consiglio dei Ministri e celebrata dalla maggioranza degli organi di informazione italiana come un record positivo di decisionismo – e ancora non se ne conosce il testo ufficiale, tanto da far ritenere che si sia votato un documento di intenzioni, che successivamente può essere stato cambiato. È perciò ragione di imbarazzo discutere di un testo relativo ai problemi dell’editoria, nei contenuti anticipati del Sole 24 Ore di sabato 21 giugno, che potrebbe non corrispondere a realtà; ma insieme è necessario farlo, mantenendo la speranza di essere smentiti.
Perché il Decreto legge fiscale, presente nella manovra, interviene anche sui problemi dell’editoria: e con contenuti e modalità, che sembrano smentire platealmente le dichiarazioni rese alla Commissione cultura della Camera dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, onorevole Bonaiuti, che in quella sede ha affermato che il nuovo governo non avrebbe mai cambiato le regole dei finanziamenti pubblici all’editoria, se non in Parlamento, e attraverso un confronto e la ricercadi un consenso con le forze di opposizione. Si tratta di una materia assai delicata, per il fatto che questa investe in modo diretto i temi del pluralismo e della democrazia dell’informazione. E ci pare che abbia fatto bene Mediacoop a portare la questione tempestivamente a un confronto pubblico; così come spiace che il sottosegretario Bonaiuti e il professor Mauro Masi – capo del dipartimento Editoria – non vi abbiano potuto partecipare per altri impegni di governo. Ma vediamo di che si tratta. L’articolo 44 del Decreto discale del 18 giugno (sempre nelle anticipazioni del Sole 24 Ore, mai sinora smentite) vorrebbe applicare ai contributi pubblici all’editoria una norma – prevista dall’articolo 17 della Legge 400 del 1988 – , che permette di trasferire dalla sovranità legislativa del Parlamento al potere regolamentare del governo la definizione di tante questioni, che sarebbe inutile mantenere sotto la potestà legislativa, per la loro irrilevanza sociale (si parla infatti di semplificazione legislativa). Ma non è il nostro caso. Sul terreno dell’informazione a stampa si giocano, infatti equilibri troppo delicati e costituzionalmente rilevanti, perché non solo le misure di “semplificazione procedurale” ma “i criteri di riordino della disciplina di erogazione” (come cita il Decreto) vengano affidati ad un organo esecutivo.
Soprattutto perché l’articolo 44, nella versione ufficiosamente resa pubblica, dice che le norme fissate in Regolamento dovranno tenere conto “delle somme complessivamente stanziate nel Bilancio dello Stato per il settore dell’editoria, che costituiscono limite massimo di spesa”. E noi sappiamo fin troppo bene che nel Bilancio 2008 mancano circa 170 milioni di euro, per adeguare lo stanziamento per questo settore agli effettivi impegni assunti per legge. Allora, sarà con una misura di semplificazione del governo, che verranno definiti i nuovi criteri di erogazione? Crediamo sia impossibile, ed irresponsabile. E questo getterebbe un’ulteriore ombra (insostenibile) sui primi passi legislativi del centro destra sulle questioni dell’informazione. Oltretutto, la Legge 400 stabilisce che l’iter di delegificazione (nel nostro caso inammissibile) può essere avviato solo da una legge della Repubblica: e mai da un decreto.
Si vogliono colpire i giornali fantasma, che non hanno mai visto un’edicola (come ha dichiarato Bonaiuti, riferendosi all’articolo 44, a seguito dell’allarme suscitato dall’ assemblea di Mediacoop)? Si vuole evitare che quotidiani ammessi a finanziamento gonfino la loro diffusione ( e i loro contributi) attraverso vendite in blocco fittizie ad interlocutori di comodo? Si vuole impedire che un foglio di sole 4 pagine abbia gli stessi contributi per copia di giornali ben più consistenti, come l’Avvenire, l’Unità e il Manifesto? Si vuole sollecitare che tutte le cooperative finanziate siano proprietà di chi ci lavora? Bene: il nostro giornale sostiene queste tesi da anni. Per evitare furbizie e abusi; e Mediacoop ha avanzato proposte di merito a riguardo a tutti i gruppi di maggioranza e di opposizione.
Ma prendiamo atto da subito che i fondi oggi stanziati sono del tutto inadeguati ( come del resto è avvenuto in passato negli ultimi 10 anni, costringendo il Dipartimento editoria alle più assurde acrobazie contabili).
Manteniamo l’impegno di discutere in Parlamento di una materia così delicata, come “i criteri di erogazione” di contributi pubblici ad organi di informazione. Poniamoci il problema se debbano andare sussidi dello Stato a grandi gruppi editoriali spesso quotati in borsa, e che ripartiscono dividendi agli azionisti. E ricominciamo da zero (cancellando l’articolo 44, se esiste); e con un ampio confronto parlamentare.

Fonte: il Manifesto

25 giugno 2008

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