Alberto Trevisan, una vita per la pace. Quella vera


Flavio Lotti


Due lettere. No. Un confine. Solo due lettere. Eppure bastano a cambiare tutto. Due lettere leggere ma, se pronunciate con convinzione, capaci di opporsi alla mostruosità più grande: la guerra.


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Alberto Trevisan, una vita per la pace. Quella vera

Due lettere. No. Un confine. Solo due lettere. Eppure bastano a cambiare tutto. Due lettere leggere ma, se pronunciate con convinzione, capaci di opporsi alla mostruosità più grande: la guerra. Alberto Trevisan lo fece a 22 anni, il giorno in cui si dovette presentare in caserma per fare il servizio militare. Erano le otto di sera del 9 giugno 1970.

Non fu una scelta facile, perché Alberto sapeva che oltre quel suono, breve e tagliente, c’era il buio dell’illegalità e del carcere. Due mondi sconosciuti dove nessuno si addentra a cuor leggero. Eppure Alberto sentiva di doverlo fare per dare un senso “giusto” alla propria vita.

Già,.. la vita. Molti la lasciano scorrere, altri la riempiono di cose che non bastano mai. Pochi sanno di poter scegliere. Alberto Trevisan fece di quel primo coraggioso “no” la pietra miliare di un’esistenza interamente dedicata alla costruzione di una società liberata dalla violenza, di un mondo più giusto per tutti.

“Ho spezzato il mio fucile” amava ripetere, come a dire “ho fatto la mia scelta: non voglio imparare ad ammazzare nessuno, non voglio essere un ingranaggio nella macchina repressiva della guerra”. Vale la pena di far risuonare queste sue parole tra le giovani generazioni, mentre i vertici di tanti governi europei cercano nuovamente di farne carne da cannone. Chi ama i propri figli non li manda a morire in guerra.

È bene ripeterlo: i costruttori e le costruttrici di pace non sono né santi né eroi ma esseri imperfetti, con i loro limiti e le loro contraddizioni, che lottano, come sanno e come possono, contro la violenza che ci circonda.

Così è stato anche per Alberto. La sua vita non è stata facile, come la scelta che l’ha modellata. Ma è stata autentica, come la sete di libertà, di verità, di condivisione, di giustizia e di fraternità che l’ha guidata. Mi piace pensare che possa essere d’esempio per chi non si dà pace di fronte agli orrori che si moltiplicano sotto i nostri occhi.

Alberto ci ha dimostrato che “un’altra vita è possibile” all’insegna della nonviolenza, della pace e dei diritti umani. La sua è ormai entrata nel grande libro delle donne e degli uomini che hanno amato la pace e si sono impegnati per realizzarla. Accanto a lui ci sono tanti compagni di strada come il suo caro amico Giacomo Secco e i suoi maestri Aldo Capitini, Pietro Pinna, Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Don Milani, Padre Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Franz Jagestatter, Alex Langer…

Per questo oggi, mentre salutiamo Alberto, un caro, carissimo amico, non voglio accendere una candela sull’altare dei morti, ma onorare un uomo che ha avuto il coraggio di varcare il confine e aprire una strada nuova. Nel tempo difficile che ci attende, scegliamo di percorrerla assieme.

Flavio Lotti
Presidente della Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace

PS. Grazie ad Alberto Trevisan, a Pietro Pinna che per primo aveva incrinato l’ordine stabilito, e ad altri giovani del tempo, il parlamento italiano approvò la prima legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare. Era il 15 settembre 1972. Otto giorni dopo, il 23 dicembre, Alberto usci di galera.

Perugia, 21 marzo 2026

Vedi come tutto è cominciato. Ascolta il racconto di Alberto Trevisan

https://www.youtube.com/watch?v=gAQoCeEbmvo

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