No peace No panel. Diamo voce alla pace!


Articolo 21


Appello di Articolo21: quando si parla di conflitto deve essere rappresentata anche la voce pacifista!


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Parte la campagna “No peace No panel” e si uniscono al manifesto Cecilia Strada, Ginevra Bompiani, Marco Travaglio, Peter Gomez, Tiziana Ferrario, Simona Maggiorelli, Gianmichele Laino, Moni Ovadia, Franco Arminio.

Il 5 marzo 2022, a una settimana dallo scoppio del conflitto in Ucraina, Articolo 21 ha lanciato un appello alla pace e alla libertà d’espressione nel mondo dell’informazione “Diamo voce alla pace”  firmato da Carlo Bartoli, presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Beppe Giulietti, ex presidente di FNSI oggi Art. 21, Daniele Macheda, segretario Usigrai, Tomaso Montanari, Rettore dell’Università per Stranieri di Siena, Maura Gancitano, filosofa e scrittrice.

A un anno dall’appello, il messaggio resta inascoltato, ed è sempre più forte la necessità di un ripensamento del modo in cui i media stanno affrontando il tema della guerra in Ucraina.

Una preoccupazione condivisa anche da giornalisti e intellettuali che hanno deciso oggi di unirsi all’appello: Cecilia Strada (ResQ), Ginevra Bompiani (editrice e scrittrice), Marco Travaglio (direttore Il Fatto), Peter Gomez (direttore Il Fatto.it), Tiziana Ferrario (giornalista), Simona Maggiorelli (direttrice Left), Gianmichele Laino (direttore Giornalettismo), Moni Ovadia (attore e scrittore), Franco Arminio (poeta e paesologo)

No fly zone nelle redazioni. Nella tavola rotonda online organizzata ieri, venerdì 3 marzo, da Articolo 21 – con il presidente di FNSI, Vittorio Di Trapani, Beppe Giulietti (Art.21), un saluto di Carlo Bartoli, presidente Odg, e molti altri colleghi – sono emerse nuove e urgenti preoccupazioni in merito alla “no fly zone contro i pacifisti nelle redazioni”, particolarmente grave perché “se oggi non possiamo parlare di pace perché accusati di filoputinismo, domani di cosa non potremo parlare?”. E’ stato anche sottolineata l’importanza di uscire da un assurdo schema mentale per il quale “chi evidenzia una notizia che mette in cattiva luce l’Ucraina, sta automaticamente dalla parte della Russia”, al contrario invece “si può essere fermamente contrari all’invasione della Russia, fermamente vicini al popolo ucraino, e non per questo farsi delle domande ed esercitare il senso critico”.

Linguaggio e deontologia. Si è parlato anche del linguaggio giornalistico in tempo di conflitto, che deve rimanere libero ma sempre vincolato ai doveri deontologici di continenza, evitando la pericolosa “disumanizzazione” del nemico, stigmatizzando alcuni titoli come “In trincea, aspettando gli orchi” (La Stampa) o la narrazione dei russi come “zombie”. Poi, prendendo spunto dalle parole del giornalista iraniano Ahmad Rafat ci si chiede “perché non si inizi a parlare anche di inviati di pace, oltre che inviati di guerra”.

No peace no panel. Sono anche emerse alcune proposte per migliorare la qualità del dibattito sul conflitto. Si è rimarcato un passaggio particolarmente attuale dell’appello: “Da sempre l’informazione italiana è votata al pluralismo e all’equilibrio informativo, ma se in tempo di pace l’equilibrio si svolge nelle dinamiche tra maggioranza e opposizione, sindacati e imprenditori, procura e avvocati difensori e così via, in tempo di conflitto dobbiamo urgentemente rivedere i nostri schemi. In tempo di conflitto l’unico contraddittorio all’altezza della guerra: è la pace”.

E’ proprio pensando a questo contraddittorio che, al pari dell’iniziativa “No Women No Panel” – partita dalla Commissione europea per una rappresentazione paritaria ed equilibrata nelle attività di comunicazione – si è presentata la campagna “No Peace No Panel” per una rappresentazione paritaria ed equilibrata delle opinioni sulla guerra nei dibattiti tv e non solo.

Diventa fondamentale quindi, quando si parla di conflitto, che sia sempre correttamente rappresentata anche la voce pacifista.

Di seguito l’appello originale (ancora aperto), con tutti coloro che fino ad oggi lo hanno sottoscritto.
APPELLO DIAMO VOCE ALLA PACE E ALLA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE ANCHE IN TEMPO DI CONFLITTO

(4 marzo 2022) L’appello aperto al quale chiunque può aderire inviando una mail a redazione@articolo21.info, vuole essere un momento di dibattito per gli addetti dell’informazione e per chi dell’informazione usufruisce; un’occasione per ripensare i nostri schemi in tempo di conflitto, uno sforzo per fare in modo che l’ecosistema informativo in questo momento di crisi possa essere all’altezza del gravoso compito che ricade su tutti noi:

Siamo di fronte alla più grande minaccia alla pace dal 1945 e come giornalist* e cittadin* non possiamo ignorare di avere un ruolo cruciale sugli sviluppi di questo momento storico nel quale risuona, con ancora più forza, l’articolo 11 della nostra Costituzione: l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Da sempre l’informazione italiana è votata al pluralismo e all’equilibrio informativo, ma se in tempo di pace l’equilibrio si svolge nelle dinamiche tra maggioranza e opposizione, sindacati e imprenditori, procura e avvocati difensori e così via, in tempo di conflitto dobbiamo urgentemente rivedere i nostri schemi. In tempo di conflitto l’unico contraddittorio all’altezza della guerra: è la pace.

Eppure la pace, a una settimana dall’inizio di questa crisi mondiale, latita. Latita sia negli studi televisivi, dove si costruiscono parterre senza la voce dei pacifisti, che sui giornali, così concentrati sulla narrazione del conflitto, da aver dedicato all’annuncio della manifestazione nazionale per la pace di sabato nella Capitale solamente un pugno di righe. Il tutto si svolge poi in un clima nel quale, in piena contraddizione con l’articolo 21 della nostra Costituzione, caposaldo della libertà d’espressione, rischiamo di cedere alla facile tentazione di censurare qualsiasi opinione diversa da quella maggioritaria, col rischio di cadere nelle stesse trappole antidemocratiche che hanno portato la Russia di Putin all’inaccettabile gesto di invasione al quale abbiamo assistito. Se il solo pronunciare la parola Dostoevskij può bastare a far alzare cori di censura, sono evidenti i rischi che stiamo correndo nei confronti di un libero dibattito all’altezza del nostro Paese.

Al pari di quella bellica, dobbiamo quindi evitare un’escalation mediatica. Dobbiamo interrompere quella narrazione puramente tensiva che, ispirata da una legittima cronaca dei fatti, sta fertilizzando un terreno d’odio in grado di generare conseguenze incalcolabili. Avvertiamo inoltre la tentazione generalizzata dei mass media di utilizzare toni apocalittici e termini dotati di un altissimo carico emotivo, che seppur in sintonia con il momento di grave crisi, rischiano di creare un ecosistema informativo tossico e un effetto a cascata che non farà che allontanare le popolazioni mondiali dal confronto razionale, obiettivo e mirato alla tregua.

C’è bisogno di dare un’attuazione pratica all’articolo 11 della Costituzione, adottando anche nel linguaggio una scelta delle parole giuste per raccontare questo momento cruciale, dando più voce alla pace, abbassando i toni d’odio per lasciare spazio al dialogo, invitando i pacifisti in televisione, aprendo rubriche che interpellino la voce più che dei kingmaker, dei peacemaker, insomma facendo ciò che da sempre i giornalisti fanno: raccontare la complessità della realtà, con rispetto e responsabilità.

 

Articolo 21
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