Paese senza ricerca, giovani senza futuro


Rocco di Michele


I ricercatori italiani muovono i primi passi nella costituzione di un comitato. “Ci rubate il futuro” è la frase che decine di migliaia di giovani e meno giovani ricercatori, studenti, docenti, vanno ripetendo in queste settimane dai tetti alle strade.


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Paese senza ricerca, giovani senza futuro

Dalla mobilitazione all'organizzazione e viceversa. Dalla protesta alla proposta, dallo sfascio funzionale alle privatizzazioni alla ricostruzione di una «funzione sociale» e consapevole della scienza. I ricercatori italiani muovono i primi passi nella costituzione di un comitato dal nome forse un po' lungo ma almeno indicativo: «Paese senza ricerca, giovani senza futuro». Del resto «ci rubate il futuro» è la frase che decine di migliaia di giovani e meno giovani ricercatori, studenti, docenti, vanno ripetendo in queste settimane dai tetti alle strade. Fin sotto Montecitorio ridotta a bunker sordo e cieco.
L'appello era partito nei giorni scorsi, condiviso da nomi noti della ricerca italiana (Margherita Hack, Alberto Di Fazio, Angelo Baracca, Ezio Amato, Luciano Vasapollo, ecc.) e ha prodotto una prima assemblea nella sala dedicata a Luigi Pintor, a Roma. L'analisi è ovviamente «scientifica» e tocca sia le motivazioni economiche che i rivestimenti idologici (il linguaggio tutto aziendale con cui ormai si tratta il sapere e la sua produzione-trasmissione: capitale umano, crediti, debiti, opportunità, ecc.), per arrivare a metodi e finalità della ricerca. Il taglio delle risorse è visto come lucida distruzione, sull'onda del «modello Alitalia» (prima si impoverisce un patrimonio pubblico per dimostrare che «il privato» è più efficiente, poi lo si privatizza tout court) o in generale dei servizi fondamentali. Il mantra dominante recita che bisogna «legare la ricerca alle imprese», fino a diventare senso comune. Ma è un ragionare molto concreto quello che porta questi ricercatori a sentenziare che «se 50 anni fa le università italiane fossero state settate sugli interessi dettati dalla Fiat, oggi non avremmo più molti atenei funzionanti».
Non è un problema solo italiano, comunque. Nel resto d'Europa, complici le politiche Ue, anche se gli investimenti pubblici in ricerca vanno aumentando – mentre qui da noi calano – la stragrande maggioranza (92%!) prende la strada degli istituti privati. Specie nel settore militare o del «controllo».
Si comprende dunque facilmente come la preoccupazione di elaborare una risposta si indirizzi verso «un sistema formativo funzionale a una società solidaristica che si preoccupa di far vivere bene i propri cittadini». Anche perché, paradossalmente, la ricerca riesce molto meglio – produce più risultati utili – quando chi la fa è libero da pressioni («svoltare l'anno», dicono qui, stretti come sono da «contratti precari» sempre sotto l'alea della proroga).
Al contrario, si vive in un ambiente dove le «intelligenze più creative» vengono indirizzate verso gli studi economici o di management, perché «se uno deve pensare al guadagno, fa l'idraulico, non il ricercatore». Ma non ci si ferma, qui, alla pura situazione lavorativa. E' molto più forte «la necessità di saldare l'esperienza sindacale nella ricerca con i movimenti in corso» (il primo legame organizzativo è venuto non a caso con il sindacato di base Usb), perché «è in momenti come questo che si crea una domanda di massa critica verso la realtà data». E si comincia a tracciare un percorso per cambiarla.

Fonte: ilManifesto

3 dicembre 2010

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