03.07.2009
Iran. Cosa deve fare l’Italia?
Flavio Lotti, Coordinatore nazionale della Tavola della pace, scrive: "Il grande dramma che sta vivendo l’Iran ci interroga tutti. Cosa possiamo fare per fermare la violenta repressione contro gli oppositori di Ahmadinejad? Cosa deve fare il governo italiano? L’Europa? L’Onu? Il prossimo G8?"
Foto di http://endtimesworldnews.punt.nl
Il grande dramma che sta vivendo l’Iran ci interroga tutti. Cosa possiamo fare per fermare la violenta repressione contro gli oppositori di Ahmadinejad? Cosa deve fare il governo italiano? L’Europa? L’Onu? Il prossimo G8?
La situazione è complessa. La risposta è difficile. Ma non è vero che non si può fare niente.
La cosa peggiore è voltare le spalle alla tragedia umana che continua. Capisco il senso di impotenza che ti assale quando vedi crescere tanta violenza. Ma non capisco e non accetto il comportamento di quei politici, uomini di governo e parlamentari, che a parole si stracciano le vesti e poi non fanno nulla, dico nulla, di quello che è loro dovere fare.
Mi auguro che tutti, cittadini e istituzioni, riescano a “sentire” il dovere di dimostrare solidarietà a tutti gli iraniani che sono perseguitati, arrestati, bastonati e torturati per aver manifestato il proprio dissenso dopo l’annuncio dei risultati elettorali. Se così non fosse, ci sarebbe una grave ragione in più per interrogarci sull’umanità che stiamo perdendo. Il problema è ben più grande dell’Iran e continuare ad ignorarlo non può che accelerare il processo di decomposizione di quella cultura della solidarietà che credevamo di possedere.
La politica deve però andare oltre: avere una strategia lungimirante, assumere iniziative intelligenti, efficaci, concrete e coerenti. Ecco alcune delle cose da fare.
1. Abbandonare ogni illusione interventista di vecchio stampo. Guerre, sanzioni, isolamento… In passato non ha prodotto nulla di buono ma 8 anni di guerra e un milione di morti. Oggi finirebbe per rafforzare proprio chi si vuole combattere. La sola arma ancora nelle mani di Ahmadinejad è l’uso propagandistico della minaccia esterna per costringere tutti al silenzio e stringere ancora di più le opposizioni nella morsa della repressione.
2. Capire la complessità e agire coerentemente. I proclami improvvisati, le minacce inconcludenti, le soluzioni facili finiscono per peggiorare le cose anziché migliorarle. L’Iran è una teocrazia non monolitica. C’è una dialettica interna che va aiutata, non compressa. Se così non fosse la vicenda si sarebbe già chiusa, nel modo più brutale che abbiamo già visto in altre parti del mondo. Oggi il regime al potere è debole (alcuni dicono che non lo è mai stato così tanto) e la diplomazia internazionale deve evitare di rafforzarlo.
3. Investire sulla via del dialogo. I pessimi risultati della strategia di Bush (e di buona parte dell’Europa) sono sotto gli occhi di tutti. La nuova strategia del dialogo adottata da Barak Obama deve essere adottata senza finzioni anche dall’Italia e dall’Europa. E’ una strategia difficile e impegnativa. Una sfida enorme. La strada è lunga e stretta. Molti sono i rischi e gli ostacoli. I risultati non potranno essere visibili immediatamente. Servono grandi capacità, grande forza e determinazione, grande intelligenza e sincerità. Chi deride la politica del dialogo non salverà mai nessuna vita umana. I peggiori dicono si ad Obama e poi lo deridono e lo boicottano in privato. Bisogna ricordare che la strategia del dialogo con l’Iran è una parte importante dell’iniziativa assunta dal Presidente degli Stati Uniti nei confronti dell’intero mondo arabo e islamico per la pace in Medio Oriente. Se l’Italia e l’Europa non la sostengono apertamente e concretamente commettono un gravissimo errore.
4. Rilanciare la richiesta di dialogo all’Iran. Lo deve fare anche il prossimo vertice del G8 dell’Aquila. Contro tutte le teorie sulla “cospirazione straniera” utilizzate da Mahmoud Ahmadinejad, questo è il tempo in cui bisogna insistere sulla volontà di avviare un dialogo con l’Iran a tutto campo. Se questa offerta sarà respinta si priverà il regime di un prezioso alibi per la repressione. Se verrà accolta, sarà lo strumento per chiedere la fine della repressione, la liberazione di tutti gli incarcerati, il ripristino delle libertà di associazione, di assemblea, di espressione e di informazione. In questa stessa direzione deve muoversi anche l’Unione Europea riaprendo il dialogo politico e il dialogo sui diritti umani con l’Iran sospeso negli anni scorsi su pressione di Bush.
5. Non abbandonare i ragazzi di Teheran. La strategia del dialogo è anche il modo migliore per difendere concretamente i diritti umani evitando l’isolamento dei giovani che continuano a contestare i risultati delle elezioni. L’Italia e l’Europa devono assumere la difesa dei difensori dei diritti umani secondo le linee guida del Consiglio dell’Unione Europa. Occorre dare voce a chi cerca di documentare le proteste e le violenze. Occorre denunciare tutte le violazioni dei diritti umani. Occorre fare la lista delle persone arrestate e scomparse e impegnarsi per il loro immediato rilascio. Una grande responsabilità spetta ai giornalisti e media, pubblici e privati, commerciali e indipendenti che devono mantenere accesi i riflettori e i canali di comunicazione. Ci deve continuare ad essere una grande attenzione internazionale sempre meno superficiale e demagogica, sempre più seria e approfondita.
6. Fare un esame di coscienza in casa nostra. L’Italia è il primo partner commerciale europeo dell’Iran. Perché a Teheran ci vanno solo gli imprenditori e non ci vanno i politici? Perché si incoraggiano gli affari e non il dialogo per la pace e i diritti umani? Perché chi fa affari può prescindere dal rispetto dei diritti umani? Cosa abbiamo fatto sino ad ora per aiutare la società civile iraniana ad esprimersi? Cosa conosciamo di quel paese? Chi conosciamo di quel paese? Perché la Rai, servizio pubblico, non ha ancora organizzato una vera trasmissione di conoscenza e approfondimento sulla situazione in Iran e su quello che deve fare l’Italia? Quanto siamo credibili quando invochiamo il rispetto dei diritti umani? Quanto investiamo sulla promozione e la difesa quotidiana dei diritti umani? Perché l’Italia non ha una politica e una strategia nazionale per i diritti umani? Perché ci sono sempre i soldi per costruire e comperare nuove armi e non ci sono mai quando si tratta di rafforzare la “machinery” internazionale dei diritti umani? Perché si boicottano le organizzazioni della società civile che promuovono l’incontro, il dialogo e la promozione di tutti i diritti umani per tutti? Se vogliamo davvero fare qualcosa di utile per chi ha avuto il coraggio di sfidare il regime iraniano dobbiamo cominciare a rispondere a queste domande. Impariamo da loro: assumiamoci le nostre responsabilità.
Flavio Lotti, Coordinatore nazionale della Tavola della pace
Perugia, 1 luglio 2009
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